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Sant’Anastasia, Mario Trimarco si dimette dal consiglio comunale: «Questa giunta non ha programmi, non incide, non vuole confronto»

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Il consigliere Mario Trimarco, accanto al sindaco Abete, in occasione di una conferenza stampa

Di consiglieri eletti con una compagine, e passati poi all’opposizione della stessa, sono piene le aule consiliari, ovunque ci si giri. Ma il consigliere Mario Trimarco, eletto nel 2014 con la lista «Sant’Anastasia in Volo» a sostegno del sindaco Lello Abete, ha preso un’altra strada: niente più seggio in consiglio per lui, non passa da un comodo scranno di maggioranza ad uno di opposizione.

Lucia Barra

Il suo, di scranno, lo lascia libero e pronto per essere occupato dalla prima dei non eletti della sua lista, Lucia Barra, già assessore di Abete poi «silurata» nel 2015. Rientra così dalla porta principale una delle fedelissime dell’ex sindaco Esposito, una circostanza di sicuro fastidiosa per Abete ma che non mette a rischio la per ora larga maggioranza del sindaco. Trimarco, che già da un po’ mostrava segni di scontento (post sui social, discussioni trapelate all’esterno di Palazzo Siano) ha protocollato le sue dimissioni alle 12, 40 di ieri, venerdì 26 gennaio. All’indomani dell’approvazione del bilancio di previsione in una seduta di consiglio comunale alla quale non ha voluto presenziare. Perché, come racconta nell’intervista che segue, è proprio quel bilancio poi celebrato sui social, precisamente sulla pagina facebook ufficiale del sindaco Abete come una grande vittoria per la città, la «goccia che ha fatto traboccare il vaso già colmo».

 

In molti faticheranno a comprendere una scelta simile, vuole spiegare perché ha deciso di lasciare il Consiglio?

«Perché ormai da troppo tempo mi ritrovo seriamente in contrasto con tutto ciò che fa l’amministrazione Abete».

Avrebbe potuto esercitare il suo ruolo di consigliere eletto dai banchi di opposizione…

«No, io ho sposato un progetto, non ci tengo alle poltrone. Non capisco il voler incollarsi a tutti i costi ad una sedia. Mi sarei sentito un traditore, sui banchi di opposizione».

Così non crede invece di tradire chi l’ha votata per essere rappresentato in assise? Lei è un rappresentante del popolo, le hanno accordato circa 400 preferenze, è a questo che sta rinunciando.

«Io non sto rinunciando alla politica, mi sto allontanando da chi non ha un’idea, un sogno, per questa città».

Vuole spiegarsi meglio?

«Le cose da dire sarebbero tante, però la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il bilancio, quello approvato ieri in consiglio comunale, in mia assenza».

Perché?

«Perché è un bilancio sul quale, per la prima volta da quando siamo stati eletti, non ci si è confrontati. Non sono mai stato invitato ad alcuna riunione e inizialmente ho pensato che, essendo ormai quasi ridotti a zero i miei rapporti con il sindaco, dipendesse da questo. Il fatto è che non è stato consentito di esprimere un’idea, un pensiero».

I consiglieri comunali hanno funzioni di controllo, non di gestione. Ritengo che il bilancio lei debba valutarlo una volta pronto. O no?

«Non se fino ad ora c’erano invece state riunioni e confronti. Era accaduto con l’assessore Di Perna, con l’assessore Squillante, e la volta scorsa anche con l’attuale assessore Caserta. Improvvisamente la musica cambia, non ci si considera più parte attiva. Ma io ho vinto le elezioni, mi sono candidato per incidere, non posso mettermi all’opposizione. Nemmeno Mario Gifuni, il presidente del consiglio comunale, è stato invitato ad esprimere le sue idee, e va sottolineato che insieme contiamo almeno mille voti».

Probabilmente, per vari accadimenti ed espressioni di pensiero, vi consideravano già comunque oppositori, non crede?

«Non abbiamo mica firmato un patto per la vita. Se mi sia piaciuta o meno l’esperienza è una valutazione che avrei fatto alla fine, ma intanto dovevo essere parte attiva, non è pensabile che i consiglieri non siano invitati ad esprimersi in fase di stesura del bilancio, a dire le proprie idee di gestione per l’ultimo anno di consiliatura. Dicevo però che questa è stata solo l’ultima goccia».

Il bilancio dunque non solo non l’ha votato, ma non le piace. A lei posso chiederlo, è un tecnico, un dottore commercialista. Ha le competenze per esprimersi.

«Vede, i consiglieri comunali sono sentinelle del territorio, io in particolare sono tutto il giorno con la gente, con i cittadini, e sento forte il malcontento, avverto la delusione di aspettative in cui io stesso credevo. Se mi chiede una valutazione tecnica del bilancio approvato l’altro ieri sera, non posso che dirle che dal punto di vista tecnico va bene. Ma posso davvero dirle solo questo. Non c’è visione di futuro, nemmeno una relazione sul piano triennale delle opere pubbliche, non c’è nulla. Entrate, uscite. Tutto qui. Si vola bassi, senza visioni della città, non c’è per esempio una riga in quel documento che possa agevolare la nascita di nuove imprese sul territorio».

Aveva avvisato il sindaco che si sarebbe dimesso?

«No, lo ha appreso dalla mia lettera. Ho telefonato invece a Lucia Barra, dopo aver protocollato le dimissioni, per comunicarle che entrerà in consiglio».

Quale è per lei la delusione più grande?

«Ciò che poi mi ha spinto a fare un passo indietro. Per come si sta gestendo, non è possibile garantire una rivoluzione economica e sociale, cioè quello che avevamo assicurato agli elettori.  Poi, aver constatato che questa amministrazione non è riuscita a creare un vero ponte tra cittadini e istituzioni, a cogliere le istanze, le esigenze delle persone. Prendiamo piazza Trivio…».

L’argomento più in voga, parrebbe. Lei che ne pensa?

«Che aiutare i giovani è importante. Ma vede, come tutti sanno, uno dei locali commerciali in quella piazza, il ristorante di sushi per la precisione, appartiene a mio cognato. Dunque quello che hanno chiamato miglioramento dovrebbe farmi piacere, invece non è così. Anzi ritengo che, per come è stato concepito il tratto centrale, quanto realizzato non fa che penalizzare le attività. Spingere e accompagnare lo sviluppo del territorio va bene, ma non si possono penalizzare molti per avvantaggiarne alcuni. Non si può pretendere, per fare un esempio chiaro, che una persona viva distruggendone un’altra. Lo sviluppo si persegue senza far danni all’ambiente circostante».

Il rifacimento di quella piazza sta creando polemiche a non finire. I consiglieri di opposizione credo si siano rivolti alla Sovrintendenza cui non è stato richiesto il parere. In aula è stato detto che quel parere non era necessario. Lei cosa pensa?

«Innanzitutto, un consigliere comunale aveva garantito, in più riunioni con gli esercenti, che ci sarebbero stati dieci posti auto. Ve ne sono la metà. Quanto al palco, non si capisce perché debba esserci una cosa del genere in piazza. Perché allora non anche a Madonna dell’Arco, in via Romani, alla Starza? L’opposizione ritiene occorresse il parere della Sovrintendenza, ebbene io dico una cosa: spero abbiano torto. Però delle due, l’una: o è semplice arredo urbano e dunque non necessita di pareri, o è un’opera pubblica così come è stata pubblicizzata e “venduta” da esponenti dell’amministrazione Abete in video dirette che avrei francamente risparmiato ai cittadini, e dunque il parere era necessario. Si decidano. Cos’è? Dicono che si fanno i fatti, io anche dall’interno non ne ho visti. Ora passerò alle richieste pubbliche, quelle politiche. Sarei potuto andare in consiglio a parlare male del sindaco e del bilancio, non l’ho fatto. Non sono un traditore. O bianco, o nero. Il grigio non l’ho mai sopportato, dunque mi sono dimesso per avere le mani libere e la libertà di parlare».

In effetti, non è che finora lei abbia parlato molto. A differenza di altri.

«Ho preso il mio primo anno da consigliere come un periodo di apprendimento. Era la prima volta per me, come per altri. Ho tenuto un profilo basso, non ho concesso interviste e lei lo sa bene perché mi ha chiesto più volte di esprimermi ricevendo sempre un diniego, ho litigato praticamente con tutti a palazzo Siano dinanzi a circostanze insostenibili, come quella di manifesti firmati da un consigliere comunale. Non ho mai tentato di farmi largo, di cercare visibilità a tutti i costi facendo passare semplici provvedimenti come opere faraoniche magari pensate e volute da me. Non ho mai travalicato i limiti del mio ruolo, preferendo dare visibilità al sindaco, rappresentante di tutta l’amministrazione, e al presidente del consiglio comunale, rappresentante dei consiglieri».

In una occasione però la visibilità l’ha avuta. Parlo del mercato ortofrutticolo.

«Non l’ho pretesa, è stato il sindaco a preferire mi esponessi io per il lavoro che avevo fatto in quella circostanza. Non è stato nemmeno facile, mi creda».

Intende continuare a far politica, ha detto poco prima. Come?

«Penso di continuare solo se ci sarà un progetto serio. La politica non è un mestiere. E ogni squadra ha bisogno di un capitano. Il sindaco doveva esserlo, avrebbe dovuto tenere unita la squadra, invece ha cercato la frattura e lo scontro dal principio».

Magari voleva prendere le distanze da una compagine precisa.

«Quella per la quale si era fatto eleggere nel segno della continuità? Vede, quasi tutti loro erano con l’ex sindaco, prima. Io no. Lello Abete, per esempio, non lo conoscevo nemmeno. E se c’è qualcuno che pensa che mi sia dimesso per andare tra le braccia di Esposito, l’unico che oggi considerano un vero nemico, si sbagliano di grosso. Finora con l’ex sindaco ci ho solo litigato, molto tempo fa, tentando di difendere il nipote. Non c’è un avvicinamento, né c’è un progetto. Io credo davvero in quel che faccio e per affermare questo principio ho sottratto tempo al lavoro, a mia moglie, ai miei bambini. Voglio far sentire la voce di chi è stato votato per fare una cosa e si ritrova in tutt’altra situazione. Dall’opposizione non avrei potuto e quel che serve ora, ai giovani, è rinnamorarsi della politica. A loro servono guide, non gestori».

Se non erro, c’è un assessore nella giunta Abete che si dice indicato dal suo gruppo. Da lei, in particolare.

«Sì, ed è una persona splendida. Rossella Beneduce è un nome che io volli indicare al sindaco. La mia unica indicazione in questi anni. Lui aspettò una ventina di giorni, per la nomina. Non so, forse voleva far supporre che fosse unicamente sua scelta, frutto di altri rapporti. Ho messaggi espliciti, in merito. Dico soltanto che la dottoressa Beneduce è quanto di meglio poteva capitare al sindaco e alla giunta, eppure si è tentato di far nascere frizioni anche tra noi, senza riuscirci. C’è una sorta di “cerchio magico” intorno al sindaco, non conoscono il confronto, rifuggono il dissenso. Ne fanno parte assessori e staffisti, giovani del servizio civile – e preciso che mai ne ho indicato nessuno perché trovo aberrante utilizzare ragazzi laureati per fare fotocopie al Comune – tutto molto disarmante. Da questo momento accetterò solo scontri politici e mai personali. Di me non si può dire nulla di male, se non che sono stato sprovveduto e che se la politica si riducesse a quel che ho visto e sentito in questi anni, non mi interessa più. Spero non sia così».

Sa che, pur con l’ingresso di una consigliera al suo posto che di certo siederà all’opposizione, Abete i numeri li ha.

«Certo che li ha. Ha allargato la maggioranza senza mai parlarne con nessuno. Ha pensato a stringere e curare i rapporti con Paolo Esposito, senza curarsi invece di chi gli stava già accanto ed era leale. Ci sono poi anche altri che fingono di stare all’opposizione ma di fatto sono già in maggioranza».

Di chi parla?

«Di consiglieri che ho incontrato spesso nella stanza del sindaco, in sala giunta. Che entrano ed escono da quelle stanze e poi in aula recitano la parte degli oppositori».

Avere ottimi rapporti non vuol dire che si sarà alleati, ora o in futuro.

«Io ho visto di persona atteggiamenti espliciti, strani. Giustificare con le persone, con i cittadini esasperati, la mia presenza in maggioranza, non era più possibile. Ora mi sento libero. Libero di dire, per esempio, che quando è scoppiato il caso della scuola Sodani, tutti al Comune sapevano ogni cosa già da luglio. C’ero, lo so. Hanno atteso il 9 settembre, con le scuole che iniziavano il 14, ossia pochi giorni dopo, per comunicare che i ragazzi sarebbero andati altrove. Una scelta pessima e ancor peggio gestita. Perché non accompagnare quella scelta, perché non comunicarla agli insegnanti, alle famiglie?».

Già, perché?

«Perché il sindaco fa così. Su determinati problemi rimanda fino all’ultimo sperando che arrivi qualcuno a tendergli la mano e risolverli per incanto. Non scende mai in campo in prima persona. Non si espone. So già che domani mi farà attaccare da tutto il suo entourage, preventivamente addestrato via whatsapp, ma non scenderà mai in campo per rispondere di persona e seriamente sui temi. Vorrei davvero domandare a ciascun consigliere comunale di maggioranza se è davvero questo che vogliono per il futuro della città, per i loro figli: un po’ di arredo urbano? Io no, grazie».

Per arrivare a questo punto però, altri scontri devono esserci stati, vuole parlarne?

«Vede, io non ho mai parlato alle spalle. Al sindaco ho detto più volte e molto chiaro che non ritenevo avessimo una progettualità seria di medio e lungo termine. A Palazzo Siano si pensa al massimo di qui a un mese o due. E non va bene. Guardi tutte le cose che il sindaco ha gestito di persona, quelle che ha cavalcato, dove sono adesso: la caserma dei carabinieri, per esempio. Questione irrisolta. Nel limbo, non sappiamo. Lei sa come siamo messi con l’Asl? Io no, non lo so ancora. Abbiamo mantenuto il presidio 118 che oggi sa dov’è? »

A piazza Trivio, certo.

«Sono arrivate decine di denunce, mi dicono. Dicono anche che il sindaco in persona abbia chiesto che le sirene dell’ambulanza siano azionate a 7/800 metri dalla piazza. Direi che siamo alla frutta. E come potevo giustificare una mia permanenza in maggioranza, con i marciapiedi rifatti a via Marconi? Le cose qui finiamo sempre per farle a via Marconi, chissà perché, chissà come mai. E i marciapiedi di via Arco? Anche quella cosa lì l’ha gestita lui, i soldi non sono arrivati ma i creditori, ossia le ditte che hanno lavorato senza essere pagate e a lavori mai terminati, hanno avviato il pignoramento. Anche per la pulizia dei lagni ci sono i creditori alle porte del Comune. Di fatto, poi, cosa si è pensato di fare per i disabili oltre a chiudere il Centro Liguori e, cosa aberrante, a costruire altre barriere architettoniche in piazza Trivio? Io votai contro quella decisione di chiudere il centro per ospitarvi la scuola e dirottare le associazioni in quella che chiamiamo biblioteca di via Arco. A loro si può garantire anche l’edificio più bello della città, ma nel frattempo si dovrebbe trovare una soluzione dignitosa. Non si programma, non si è mai programmato».

Eppure proprio ieri, un post entusiasta sul profilo social ufficiale del sindaco plaude al successo di aver approvato, prima volta nella storia cittadina, il bilancio. A gennaio. Non cosa da poco. Nemmeno questo le fa piacere?

«Guardi, io sono convinto della buona fede dell’assessore Caserta. Ci crede sul serio, è leale, disponibile. Ma approvare velocemente un bilancio non significa che questo sia fatto bene. Certo, con la solerzia che è stata profusa, si sbloccheranno alcune somme di denaro. L’idea di paese, il progetto, non c’è comunque».

C’è invece qualcosa che vorrebbe dire al sindaco?

«No, ci ho parlato abbastanza in privato. L’idea di città che ho in mente, e che per ora è fallita, l’ho solo temporaneamente accantonata. Vorrei parlare soltanto con i cittadini, quanto al sindaco, lei lo ha mai visto passeggiare per Sant’Anastasia? Io soltanto alle processioni, al Comune e al massimo davanti ad un noto bar di via Marconi. Sa che né lui, né l’assessore De Simone sono mai andati al mercato settimanale in quattro anni? Eppure, quando si decide di percepire uno stipendio dalla comunità, poi non ci si può giustificare dicendo di avere le mani legate a causa dei funzionari. Se così è, ci si dimette. Io non ci avrei dormito di notte, fosse toccato a me. Il sindaco dice che le persone sono con lui, con la sua amministrazione. Gli auguro che sia così tra un anno, ma per ora non è vero».

Cosa intende fare adesso?

«Non so, non ci ho pensato. So che c’erano molti motivi per andare via e nessuno per restare. Di sicuro non smetterò di fare politica, credo ancora che sia qualcosa di più nobile di ciò che ho visto finora».

 

 

 

 

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