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Sant’Anastasia, “il figlio del boss” prega per la piccola Noemi: “Morte sociale per i camorristi”

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«Morte sociale per i camorristi, per gli assassini, per i delinquenti, per tutto questo schifo». È Pasqualino Mauri, figlio del più feroce capoclan della zona vesuviana ammazzato dinanzi ad un circolo ricreativo nel 2004, a parlare. Per Noemi, per la bimba di soli quattro anni ferita in una sparatoria venerdì scorso e ancora in prognosi riservata al Santobono, la giovanissima vittima di una pallottola vagante per la quale era già sceso in piazza Antonio Piccirillo, rinnegando la vita scelta dal padre Rosario, il boss della Torretta che oggi sta scontando diverse condanne in carcere.

I due, entrambi figli di uomini di camorra, hanno qualcosa in comune: hanno scelto di non ripudiare i loro padri in quanto tali, decidendo però di allontanarsi dai loro stili di vita. Hanno scelto la strada della legalità, dell’onestà, hanno scelto di raccontare le loro storie per lanciare un messaggio a tutti coloro che nascono e crescono in famiglie di camorra. Pasqualino Mauri ha raccontato la sua storia in un libro scritto a quattro mani con Graziella Durante per Cairo, «Il figlio del boss», la vita di un bambino prima e di un ragazzo poi che è cresciuto accanto alla camorra senza farsene sporcare. Ed oggi, per Noemi che lotta con la morte, Pasqualino decide ancora una volta di parlare. «Sono il figlio di un boss della camorra che mai ha avuto a che fare con le scelte del padre, scelte delle quali mi vergogno – dice – vivo a Sant’Anastasia, in provincia di Napoli, poco lontano dal luogo in cui Noemi sta lottando tra la vita e la morte e mi vergogno perché sono padre e so che finché ci saranno in giro per le nostre strade questi vili assassini, al posto di Noemi ci potrebbe essere uno dei nostri figli». Ne ha due di figli, Pasqualino che, con sua moglie Teresa, ha deciso di chiamare Vincenzo e Sharon. Il nome di suo padre, il boss «settevite» scampato a molti attentati in Italia ed in Perù, e quello della sua madre inglese che ha creduto morta fin quando, già quasi uomo, ha scoperto che non era così. Era andata via la sua mamma, ma non aveva potuto portarlo con sé o cercarlo. Lo ha fatto lui, ormai già uomo e solo dopo la morte del padre, seguendo le sue tracce in un lungo viaggio tra Londra e Bodega Bay, in California. Un solo filo conduttore per la sua vita: essere diverso da quel padre che nella sua terra, dove ha scelto di restare, ricordano ancora tutti. Gestiva giri di usura, stupefacenti, appalti edili e slot machine Vincenzo Mauri, ucciso nel 2004 in un agguato che costò la vita anche ad un innocente, Francesco Rossi che – seduto accanto al boss – si trovò sulla traiettoria dei killer. Alla sua morte Pasqualino ha devoluto gran parte dell’eredità in beneficenza. «Non volevo soldi sporchi, ho preso solo l’eredità di mia nonna – racconta – e vivo del mio lavoro». Ha aperto alcuni negozi di abbigliamento a Sant’Anastasia e dipinge, i suoi quadri sono stati esposti in mostre nazionali ed internazionali, apprezzati da critici come Vittorio Sgarbi. Vorrebbe fare qualcosa per Noemi, dice. Pregare, per esempio. «Prego per lei e mi sento in colpa, perché la colpa è nostra. Nostra perché stiamo a guardare, perché vediamo e non denunciamo, perché passiamo facendo finta di nulla, siamo noi i complici di chi è al potere e lascia che tutto questo schifo sia possibile». Ha 38 anni Pasqualino e il suo racconto catartico nel libro «Il figlio del boss» lo ha reso ancor più libero. Già, perché nella sua Sant’Anastasia tutti sapevano che fosse «un bravo ragazzo», ma c’era ancora chi pensava che il figlio di Vincenzo Mauri non potesse essere tanto diverso, che finisse per diventare l’erede del clan, quel ragazzo che ha ereditato dalla mamma il caratteristico riserbo inglese. Il frutto non cade mai lontano dall’albero, si sussurrava. Non è così, non per lui. «Ho fatto le scelte giuste – continua – però mi vergogno lo stesso pensando a Noemi. Mi vergogno perché forse non riesco ad incidere abbastanza perché anche altri le facciano». Invoca la morte sociale per i camorristi, il figlio del boss. «Vanno isolati e se li si cattura, la pena deve essere a vita. Fine pena mai, solo così ci penseranno più di un minuto prima di armare la mano contro gli innocenti».