Home Memoria e Presenza Rosa Nocerino (1919-1992), il mistero delle guaritrici di Somma Vesuviana

Rosa Nocerino (1919-1992), il mistero delle guaritrici di Somma Vesuviana

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Aveva ereditato dalla madre l’arte della guarigione e il racconto delle fiabe popolari. La tecnica del curare con i rimedi era caduta su di lei perché aveva palesato, sin da piccola, più curiosità delle altre sorelle.

La guaritrice Rosa Nocerino alias ‘a pennone nacque a Somma Vesuviana il 30 agosto del 1919 dai contadini Vincenzo e Maria Mocerino. Penultima di otto figli, abitava nella cupa di Santa Patrizia con il marito Vincenzo Magnetta  e i suoi cinque figli. La madre Maria, due anni prima della nascita di Rosa, aveva perso una bambina di pochi mesi con lo stesso nome. Rosa era una contadina – casalinga e aveva frequentato la scuola fino alla terza elementare, ma aveva ereditato dalla madre l’arte della guarigione e il racconto delle fiabe. Non è un caso che lo scrittore Angelo Di Mauro la menziona in numerose pagine del suo libro Fiabe del Vesuvio pubblicato nel 1994 da Oscar Mondadori. Era, infatti, una narratrice autentica, oltre che guaritrice. Somma Vesuviana è stata, da sempre, la città in cui la tradizione favolistica è rimasta più viva. Di Mauro, nativo di Somma e appassionato delle tradizioni del suo paese, raccolse, ascoltandole dai narratori del luogo, quasi duecento favole. Rosa Nocerino dette il suo contributo con una ampia scelta di favole in dialetto: ‘O cunto d’ ‘o mago, ‘O cunto ‘e San Pietro, Caterinella, ‘E tre frate, ‘A pezz’ ‘e tela, Mieze pullastriello, Volle volle tattavella e Micco.

L’arte della taumaturga era caduta su di lei perché aveva dimostrato, sin da piccola, più curiosità delle tre sorelle: Speranza, Carmela e Assunta. Da piccola, infatti, litigava con la mamma perché voleva studiare e fare l’insegnante: leggeva e apprendeva con estrema facilità. Quando cominciò ad avere i primi figli piccoli e ammalati, Rosa chiamava la mamma per farli guarire e ovviamente ascoltava e percepiva tutto ciò che mormorava, assistendo alle pratiche e ai rimedi. La sua carriera iniziò quando un giorno si presentò una signora con un forte mal di testa. La madre era assente per motivi di lavoro nei campi e a Rosa toccò l’onorevole compito di operare al suo posto. Era il 1938 quando a Somma iniziarono ad arrivare persone da Napoli, Portici, Acerra, Pomigliano, San Giuseppe Vesuviano, Terzigno, Mariglianella, Sant’Anastasia e cosi via. Le guaritrici con le loro formule e gesti sacri hanno attraversato i secoli e a tal riguardo in paese, ancora oggi, riaffiorano i vivi  ricordi di Rosa Improta del Casamale, di Mafalda Auriemma al Trivio, di Cristina Improta ai Piccioli, di Anna Badile a Malatesta, di Pasqualina Rivellino a Rosanea, di Anna Pentella a Santa Maria del Pozzo e, infine, della più giovane Agnese Normale a via Bosco. Fino agli anni Cinquanta, addirittura, in quasi tutte le famiglie contadine almeno una donna conosceva (ma non praticava da guaritrice) qualche rituale per togliere il malocchio oppure rimedi per curare diversi disturbi, fra cui mal di testa, insonnia, nervosismo, vermi intestinali ed esaurimento fisico. Il rimedio più richiesto alle guaritrici, però, era la paura. Ogni rimedio veniva accompagnato con le cose di Dio: erano formule e preghiere popolari che non potevano essere rivelate. Per la pratica del malocchio, Rosa prendeva un piatto con l’acqua e vi aggiungeva due schizzi d’olio, ripetendo determinate formule. Se le gocce d’olio si spandevano erano occhi di donne, se facevano le codine erano occhi d’uomo e, infine, se l’olio rimaneva fisso non c’era malocchio. L’acqua, successivamente, veniva buttata in un luogo dove l’ammalato non doveva passare, altrimenti il dolore ritornava. Tante volte Rosa buttava l’acqua nel focolare: in questo modo gli  (mal) occhi si accecavano definitivamente. Per i vermi intestinali si dicevano le cose di Dio tre volte sulla pancia del bambino. Per lo strappo all’inguine, che impediva di camminare, Rosa prendeva un coltello col manico nero e tre fili di paglia di grano. Una volta intrecciati i fili, venivano bruciati per terra. All’ammalato veniva chiesto poi di passare sopra ai fili. Alla domanda della guaritrice: che hai?. L’ammalato doveva rispondere: ‘A nguinaglia. Rosa concludeva: E io ta taglia.

Per le nasirchielle, che soffrivano i bambini quando le madri incinte passavano per i luoghi frequentati da capre, Rosa prendeva sempre tre fili intrecciati di paglia intrecciati e li metteva vicino al naso del bambino, domandando alla mamma: che tene?. La madre rispondeva: ‘e nasirchielle. La guaritrice terminava con queste parole: Ed io ce taglie che furbicelle. I fili di paglia venivano tagliati per tre volte e infine incendiati. Come bruciava la paglia si eliminava anche la difficoltà respiratoria. Una divinità e una preghiera per ogni rimedio. Per la paura, Rosa iniziava in nome di Dio e terminava con la Santissima Trinità. Come nel caso di un dentista che, avendo fatto la paura nel tirare un dente (forse per la prima volta), svenne e si svilì, tantoché da quel giorno non riuscì più ad esercitare il suo lavoro. Rosa lo guarì. Giorni dopo il dentista portò anche la moglie che si era appaurata in occasione di un forte temporale. Un cittadino di Marigliano aveva visto morire un compagno sul lavoro per colpa di una scarica elettrica. Era da tre mesi che, per la paura subita, non si recava al lavoro: rimasto impressionato dall’accaduto, dimagriva giorno dopo giorno. In ospedale non aveva ottenuto risultati soddisfacenti. Al primo appuntamento con Rosa venne accompagnato, al secondo arrivò guidando l’auto con il suo accompagnatore e al terzo, infine, arrivò da solo.

Rosa Nocerino ci lasciò per sempre un pomeriggio di maggio del 1992, portando nel sepolcro quella forza guaritrice con la quale aveva sempre curato gli ammalati e i bisognosi d’aiuto.