Il lavoro prezioso di chi studia, con serietà e competenza, i resti dell’Antico nel territorio vesuviano e nella Felix Campania. In un affresco nella “domus” del sacerdote Amandus il gladiatore Felix Pompeianus sconfigge l’avversario che si chiama Spartacus. Nel 57 d. C. nell’anfiteatro di Pompei, durante uno spettacolo di gladiatori, si scontrano i tifosi pompeiani e quelli di Nocera. Vincono i pompeiani, ma Nerone infligge all’anfiteatro una squalifica di 10 anni, ridotta in seguito grazie, forse, alla raccomandazione di Poppea.
Grazie al prezioso lavoro che Pina Garofalo, Antonio Cangiano, Vincenzo Marasco, Alfredo Scardone, Lucia Oliva e altri svolgono senza sosta per illustrare e tutelare l’immenso patrimonio archeologico del Vesuviano e della Felix Campania, si stanno riaccendendo in me l’interesse per le tracce e le reliquie dell’Antico e, nello stesso tempo, la speranza che il rigore filologico degli studiosi non venga offeso dalle chiacchiere e da racconti fantasiosi: di questi tempi, la mia speranza può apparire ingenua illusione, ma mi confortano la passione dei competenti e il fatto che quei segni e quelle reliquie nemmeno il Vesuvio ha potuto cancellarli definitivamente.
Oggi, osservando le immagini dell’affresco che ha “svelato” il focoso incontro tra Leda e il Cigno, mi sono ricordato della casa, nei pressi di Via dell’Abbondanza, in cui abitava il sacerdote Amandus: il nome è graffito nel peristilio, ed è scritto, nel vicino quadrivio, in due raccomandazioni elettorali, a dimostrazione dell’attenzione che Amandus dedicava ai problemi della città. Scrive Matteo della Corte che nel vestibolo vennero trovati nove scheletri, “intorno ai quali si raccolsero non pochi monili ed oreficerie varie”, ma un solo scheletro “poté essere parzialmente calcato con il gesso.”. Una parte del piano superiore Amandus l’aveva data in affitto a un “faber lignarius tabellarius”, un artigiano del legno che vi aveva installato un’officina per la produzione di tavolette di varia misura e struttura usate per la scrittura. Non mancavano le decorazioni, quasi tutte del III stile: le storie di Paride e Elena, di Perseo e Andromeda, di Dedalo e Icaro, di Polifemo e Galatea, di Ercole e delle Esperidi, e poi Muse e Amorini. Il sacerdote avvertiva nella sua pienezza il fascino della vita. E perciò frequentava anche l’anfiteatro. Proprio nel lato del vestibolo che guarda a ovest gli archeologi hanno trovato, sotto un velo di intonaco, un dipinto monocromo, in cui il campione locale, il gladiatore “cavaliere” Felix Pompeianus, ha vinto e ha messo in fuga, nell’anfiteatro della città, l’avversario, che si chiama Spartaco: i nomi sono scritti in lingua osca. Nell’altro lato del dipinto sono raffigurati due gladiatori “a piedi” impegnati nel duello. Matteo Della Corte vide nella figura “grandeggiante” del vincitore un “documento” della superbia e dell’arroganza che Cicerone e Aulo Gellio consideravano vizi costitutivi del carattere dei Campani. L’archeologo riteneva che il dipinto fosse stato eseguito poco dopo la fine della “guerra dei gladiatori”, e dunque tra il 70 e il 69 a.C., e perciò non escludeva che nel nome dello sconfitto ci fosse un riferimento al gladiatore trace che aveva capeggiato la rivolta. Barry Strauss nel suo libro “La guerra di Spartaco” si mostrò più cauto.
L’anfiteatro di Pompei fu luogo di tumultuose passioni. Nel 57 d.C. i Pompeiani subiscono un intollerabile affronto: le colonie di Capua e di Nocera vengono rafforzate con l’insediamento di molti veterani congedati: e a quelli inviati a Nocera vengono assegnate terre sottratte al territorio di Pompei. Non corre buon sangue tra Nocerini e Pompeiani. A Pompei ci sono gli eredi della nobiltà sannitica e dei soldati che hanno combattuto con Silla, e vi tengono villa importanti cittadini romani: i Pompeiani, inoltre, sono ricchi. E’ probabile che i laboriosi agricoltori del Vesuviano e dell’agro nocerino- sarnese non ne sopportassero la spocchia. Un nocerino, tale Caio Sabinio, disgustato dal vino che ha bevuto a Pompei, nella “cantina“ di Stazio, lascia ai posteri, incidendolo sull’intonaco di un muro, il ricordo della sua condanna: viator, Pompeis panem gustas, Nuceriae bibes: viandante, il pane mangialo pure a Pompei, ma il vino lo berrai a Nocera. Dopo l’affronto del 57 d.C. la rivalità tra le due città diventa esplosiva.
Livineio Regolo è uno che va a caccia di guai. Espulso dal Senato di Roma per motivi che non conosciamo, egli nel 59.d.C. organizza, nell’anfiteatro di Pompei (vedi immagine), uno spettacolo di gladiatori. E poiché non c’è ancora l’uso di vietare le trasferte ai tifosi per le ragioni dell’ordine pubblico, capita che tra gli spettatori ci siano molti Nocerini, attratti, forse, dall’ importanza del cartellone, o dalla presenza di qualche campione locale. Pompeiani e Nocerini incominciano a cantarsi reciprocamente gli insulti tipici della rivalità territoriale: la loro intemperanza (“lascivia“), dice Tacito con un pizzico di arroganza, è quella tipica dei provinciali, dei “cafoni“. Dagli insulti si passa ai sassi, e da questi ai pugnali. La “ plebe di Pompei “ ha la meglio: molti Nocerini vengono uccisi, molti vengono feriti. Nerone, i consoli e il senato si palleggiano a lungo la patata bollente dei provvedimenti. Il senato, infine, dispone che l’anfiteatro resti chiuso per dieci anni, che siano immediatamente sciolte le associazioni costituite illegalmente, che lo sfortunato (o incapace) Livineio Regolo e tutti i responsabili della sanguinosa rissa vadano a meditare in esilio sulle loro colpe. Ai Pompeiani rimane solo lo sfizio, diciamo così, di vantarsi, in un graffito, di averle suonate, in quel giorno, sia ai Nocerini che ai Capuani.



