L’ 8 maggio 1953 gli Ottavianesi abbandonano la statua di San Michele in mezzo a Piazza Annunziata, per protestare contro il vescovo che aveva vietato il “volo degli angeli”. Il sindaco è Enrico Iervolino Il vescovo dispone che il 9 maggio, domenica, le chiese di Ottaviano restino chiuse . L’8 maggio 1947 il parroco della Chiesa di San Michele, avendo capito che sarebbe stata rispettata la tradizione dei “voli”, decide di non far uscire la statua di San Michele dalla Chiesa. Ma il sindaco Aurelio Trusso ordina ai cittadini di prendere la statua e di portarla in processione.
Agli inizi del sec.XX la questione del “volo degli angeli” , ritenuto un rito “pagano”, si riaprì ad opera della curia nolana. I vescovi Renzullo, Melchiori e Camerlengo tentarono di dare una regola alle processioni della diocesi, e al rito ottajanese: si sarebbero accontentati anche di un solo “volo”, ma l’ostinazione dei fedeli, la mal dissimulata renitenza del clero locale e gli eventi della storia alta – la prima guerra mondiale, il fascismo, la seconda guerra mondiale – imposero le ragioni della prudenza. Finita la guerra, Camerlengo tornò alla carica: i voli non s’avevano da fare. L’8 maggio del ’47 il parroco di San Michele, don Francesco Saviano, avendo appreso che si sarebbero tenuti i voli secondo tradizione, non diede il suo assenso a che “ ‘o piccerillo ” uscisse dalla chiesa. Il popolo incominciò a ribollire, le voci a concitarsi: le teste erano ancora scaldate dai vapori della guerra, e i nervi erano scossi dalla nera miseria di quell’anno durissimo. Il sindaco Aurelio Trusso fece esattamente ciò che l’intelligenza, la saggezza e il rispetto dei ruoli pretendevano che egli facesse. Con quella sua voce che nell’ira diventava aspra e metallica pregò don Francesco Saviano e i suoi colleghi di ritirarsi in sacrestia e ordinò ai fedeli di prendere la statua e di avviare la processione. Il corteo sfilò per le vie con i priori delle congreghe al posto dei parroci e gli “angeli” si alzarono in volo in tutte e quattro le piazze. Il clero ottavianese comunicò a Nola che il sindaco aveva preso la drastica decisione per impedire una sommossa: il vescovo prese per buona la versione, e non adottò i severi provvedimenti che aveva minacciato di prendere.
Nel ’53 arrivarono da Nola nuovi clamori di guerra. Il nuovo vescovo, Adolfo Binni, dispose che si abolissero non solo i voli degli angeli, ma anche la raccolta di offerte fatta “praesente simulacro”, e cioè portando in giro le statue dei santi, e vessilli e stendardi lardellati di banconote che aprivano cortei e processioni. Le due ultime disposizioni, che colpivano consolidati interessi, furono sommerse in un fulmineo oblio. La prima, quella del “volo degli angeli”, fu vigorosamente applicata e l’anno dopo portò a uno scontro clamoroso il clero di Ottaviano e il sindaco Enrico Iervolino, democristiano. Sollecitato dalle autorità civili e religiose, Binni concede che si tenga un solo volo, in piazza Annunziata: uno e uno solo. In caso contrario, il clero deve abbandonare la processione. Le disposizioni episcopali vengono comunicate al Prefetto, che l’8 maggio invia sul posto il viceprefetto dott. Grassi. Alle 13.45 Don Francesco Saviano permette che il Santo esca dalla Chiesa e la processione si avvii, sebbene nessuno gli garantisca che il popolo si accontenterà dell’unico volo in Piazza Annunziata: anzi il Sindaco ha detto a lui, al Vicario Foraneo don Pietro Capolongo e al viceprefetto che è sua ferma intenzione far rispettare la tradizione, che impone quattro voli.
A piazza Annunziata arriva uno sparuto corteo: è assente anche il Sindaco. La folla fa silenzio e fissa il punto da dove i due angioletti dovrebbero spiccare il volo: ma il volo non si farà. I portatori hanno deposto la statua a terra e fanno capire “ coi fatti più che con le parole ” – scrisse Raffaele Mezza – che non l’avrebbero più sollevata se il clero non avesse dato il permesso per gli altri 3 voli. Il clero si ritira immediatamente “ tra le ire, le imprecazioni e gli insulti ” della folla. E San Michele resta là, solo, abbandonato in mezzo alla piazza. Nessuno dei cronisti e dei testimoni dell’epoca si è domandato perché gli Ottavianesi che alla vista di San Michele “ ‘o piccerillo ” si commuovono, piangono, applaudono, l’abbiano lasciato così per qualche ora, perché tutti si siano rifiutati di issarselo sulle spalle e di riportarlo al suo posto. Era necessario che avvenisse tutto questa, necessario di quella ferrea necessità che deriva dalla logica del mito. Senza i voli il rito andava in frantumi: e la dissoluzione repentina investiva anche la statua, ne spegneva l’aura, spezzava la tensione dell’arcano la cui radice stava, e sta, nella commozione della folla: che è la vera protagonista, e trasforma un episodio di religiosità popolare, qual è in definitiva una processione, in una “discesa” intensa e misteriosa alle radici stesse dell’identità civica. Dopo un’ora furono i Carabinieri a riportare la statua nella Chiesa Madre. Nel pomeriggio, informato dai parroci Saviano e Romano, Adolfo Binni scrive di suo pugno, con una grafia incisiva e nervosa, un severo biglietto a Pietro Capolongo: “ In seguito agli incresciosi inconvenienti verificatisi quest’oggi, in occasione della Processione di San Michele, dispongo che tutte le chiese della città rimangano chiuse per tutta la giornata di domani, né vi si celebrino i divini uffici. La prego di darne notizia alle autorità locali. La benedico ”.
Scrive nel suo diario don Pietro: “ Oggi nove maggio, domenica, tutte le chiese sono state chiuse. E’ stato certo un provvedimento che avendo levato alla festa il carattere religioso, quanto si è fatto dai festaiuoli non ha avuto più valore. Non sono finiti gli insulti, le imprecazioni e le minacce contro il clero, anche purtroppo da parte di appartenenti all’Azione Cattolica ”. Per tre giorni don Pietro non esce di casa: Eppure, don Pietro Capolongo era uno che la paura non sapeva cosa fosse….
( dal mio libro “Le pietre il fuoco la cenere”)



