I problemi di oggi – lavori che non finiscono mai, guasti, interruzioni improvvise del servizio di fornitura – ci spingono a ricordare che nel territorio ancora oggi restano, talvolta tutelate, talvolta “offese” – le reliquie dell’acquedotto augusteo: esse ci fanno capire a che livello sia giunta la politica sociale di Roma antica. Correda l’articolo l’immagine della “piscina mirabilis” di Bacoli, che di quell’acquedotto era una struttura cardinale.
Nel 1865, quando ci furono i primi annunzi del colera, Vincenzo Paladini, vice presidente del Consiglio di Sanità della Provincia di Napoli, insistette nella sua relazione al prefetto sulla necessità di potenziare la tutela dell’igiene pubblica e privata, e parafrasando il testo delle relazioni che De Renzi aveva scritto in occasione dell’epidemia del ’36-’37, sostenne che cause occasionali allo sviluppo del colera sono gli errori dietetici e in generale tutti i disordini che possono anche indirettamente cagionare una indigestione , e tra questi figurano principalmente gli errori della traspirazione, le veglie protratte, tutti gli eccessi valevoli a prostrare le forze vitali e i patemi d’animo suscitati dalla minaccia del male.
Suggerì, anche lui, di mangiare farinacei e carne di bue, e di astenersi dalle sostanze di non facile digestione, e piuttosto lubricative, come le carni di pesce e di maiale, le lumache, i datteri di mare poco freschi, le uova del barbo e del luccio, i legumi secchi, le bietole, i peperoni e i baccalari. Bisognava curare la pulizia personale e purificare senza sosta l’aria delle case non con profumi inutili che bastano appena a mascherare i cattivi odori, ma con l’uso di recipienti a larga superficie e a basso fondo, in cui si terrà del cloruro di calce, senza versarvi degli acidi, onde impedire il rapido sviluppo del cloro, che offende gli organi della respirazione.
Per mesi non si tennero né fiere né mercati e – provvedimento nuovo e liberale- si ordinò ai preti di far tacere le campane e di portare il viatico in totale silenzio, senza il frastuono dei campanelli, onde non eccitare nella notte una pericolosa prostrazione morale dei cittadini. Nemmeno una nota sulla disastrosa condizione della fornitura dell’acqua agli abitanti del Vesuviano. Vincenzo Paladini si limitò a copiare quello che avevano scritto, in simili situazioni, gli “ufficiali” borbonici, anche essi indifferenti ai consigli e alle riflessioni dei medici borbonici. Per fortuna nel 1865 il ministro Torelli cercò “di farsi un concetto esatto” della condizione in cui si trovava l’acqua potabile in tutto il territorio nazionale in rapporto alla quantità, alla qualità, alla distanza dalla fonte, al numero dei pubblici lavatoi, di cui si auspicava l’incremento, che avrebbe giovato non solo alla salute della classe delle lavandaie, ma anche alla buona conservazione e alla pulizia della biancheria.
L’acqua arrivò nelle case del Vesuviano “di qua” nel primo decennio del sec. XX. Nel ” progetto di massima ” sottoposto, nel 1897, all’attenzione dei membri del ” Consorzio per la distribuzione dell’acqua di Serino “, che comprendeva Somma, Ottajano, San Giuseppe, Scafati, Boscoreale, Boscotrecase e Torre del Greco l’ ing. Benedetto Marzolla previde una dotazione massima di 30 litri d’acqua per abitante, essendo ” lungi dal sospettare che nei Municipi sorga l’idea di offrire ai cittadini il lusso di fontane ornamentali e di eseguire l’innaffiamento di strade e giardini con l’acqua del Serino “. L’acqua del Serino serviva solo per bere: ed era già molto per una terra in cui intorno all’acqua si scrivevano, da secoli, pagine di inettitudine e di corruzione assurde, tetragone anche ai colpi mortali delle epidemie di colera, tifo, vaiolo, e a quelli, non meno micidiali, del comico.
Intorno al 1840 le autorità ottajanesi annunciarono a quelle centrali che era stata trovata, tra le lave di Terzigno, una inesauribile sorgente di acqua purissima, e chiesero un migliaio di ducati per le cisterne e i pozzi. Da Napoli mandarono sul posto Antonio Francesconi, ” architetto di dettaglio ” della Sezione Ponti e Strade, che di lì a poco, con Luigi Cangiano e Carlo Parascandolo, e sotto la guida di Luigi Giura, avrebbe lavorato a una pianta generale della città di Napoli, e nel 1861 avrebbe aperto via Duomo. Arrivato a Terzigno, Francesconi cercò la copiosa sorgente, e non la trovò; e quando chiese lumi, gli risposero candidamente che si era “pietrificata”. Fu pietrificato anche il Marzolla, quando Henry Petot gli strappò l’appalto per l’acquedotto vesuviano, presentando un progetto che pareva troppo simile al suo. Si ricorse in tribunale; ci fu l’intervento di due uomini di pace, gli on. prof. Alessandro Guarracino e avv. Roberto Gargiulo.
Infine il 6 aprile 1910 i rappresentanti dei Comuni superstiti del Consorzio, e cioè, per Ottajano, Gustavo Durelli, Ernesto Menichini e Luigi Scudieri, per San Giuseppe il Regio Commissario conte Ferdinando Rodriguez e il dott. Ferdinando D’ Ambrosio, per San Gennaro Ves.no il Regio Commissario conte Caracciolo di Sarno, il Commissario Regio di Somma Vesuviana, e per Boscotrecase il Sindaco cav. Giovanni Balzani, il comm. Raffaele Carico e l’avv. Giuseppe Tedesco firmarono la pace, non solo con il Marzolla, ma anche con l’ ing. Pasquale Cozzolino, anche lui ispiratore, con un suo progetto, dei progetti del Petot. Fu placato il Cozzolino con lire 7000, e il Marzolla, con ” la direzione e sorveglianza dei lavori, che la Compagnia di Liegi deve eseguire per conto dei Comuni, mercé il corrispettivo del solo 6%, che viene dato dalla Compagnia stessa “. La storia è sempre la stessa.
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