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Quando a Napoli era difficile distinguere un guappo da un camorrista….

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Nel maggio del 1868 gli uffici dell’Esercito chiesero alle autorità civili di Ottajano informazioni dettagliate sull’ottajanese Francesco Criscuolo, artigliere, “chiuso nel carcere correzionale “di Torino perché aveva ferito a colpi di coltello due commilitoni. I Carabinieri di Nola comunicarono al sindaco di Ottajano che il Criscuolo era certamente un violento: e “aduso alla violenza”, come il padre Luigi, che però non poteva definirsi un “gamorrista”, ma, piuttosto, una “persona di rispetto”: così dicevano gli informatori che lo vedevano all’opera nel mercato di Nola come sensale. Anche il personaggio della “gouache” di Filippo Palizzi, la cui immagine correda l’articolo, potrebbe essere sia un guappo che un camorrista.

 

Non è facile trovare negli scrittori dell’Ottocento e negli atti di polizia una chiara definizione che distingua il guappo dal camorrista:  Ferdinando Russo definì “guappo”- “’o princepo d’’e guappe ammartenate”- Francesco Cappuccio, detto ‘’o signurino”, che in realtà era capo di una “comitiva “di camorra: anzi, ‘”o signurino” è stato, nell’Ottocento, con Salvatore De Crescenzo, il solo che abbia meritato il titolo di  capo di tutta la camorra napoletana: e dicono le carte che lo riconoscevano come capo anche molti camorristi casertani, nolani e vesuviani. Alla fine si adottò il criterio elaborato nel 1873 dai consiglieri del prefetto di Napoli Antonio Mordini: il “guappo”, quasi sempre di estrazione borghese, e non incolto, era un solitario che opponeva alla violenza dei camorristi la saggezza, ben sostenuta dall’abilità nell’uso del coltello e nell’arte del duello, e l’autorevolezza confortata dall’ammirazione del popolino e dal rispetto della polizia: era proprio questo “conforto” che proteggeva il guappo dalla violenza dei gruppi di camorra.

 

E non bisogna dimenticare che tutti i guappi di Napoli e il loro amici nolani e vesuviani costituivano una vera e propria “consorteria”, pronta a difendere i membri da ogni minaccia e a vendicarne la morte violenta. I guappi erano i giudici di pace dei loro quartieri: questo è un aspetto che è stato splendidamente illustrato da Eduardo. E parlavano per sentenze, “paraustielli, pastenachelle e zi’ tereselle”, cioè per allusioni, con giri di parole carichi di avvertimenti e connotati spesso da quell’ironia di cui furono Maestri Teofilo Sperino e Ciccio Cappuccio. “La guapparia”, scrisse Alberto Consiglio, divenne un “valore”, e perciò anche alcuni capi della camorra adottarono modi e comportamenti da guappo, in particolare l’abbigliamento e il modo di camminare. Ernesto Serao paragonò Gioacchino “’a Vecchiarella”, guappo di via Toledo, a un Don Chisciotte che girava per la città, “adrizando tuertos”, “ addirizzanno ‘e cose storte”.

 

Ma il Serao fu il primo a capire che guappi di seconda serie avrebbero esagerato un certo modo di muoversi, di camminare, di vestirsi e di parlare trasformando il loro personaggio nello smargiasso della commedia, nel guappo di cartone, nel Carluccio “uomo di ferro” che viene preso a schiaffi e a calci da Totò turco napoletano. Il disegno del guappo che Filippo Palizzi preparò per De Bourcard accentua alcuni aspetti, ma non cade nella parodia: la  posa è quella “di parata”: il guappo ostenta tranquillità e sicurezza, ma il suo sguardo è vigile e attento, e quella posa, bilanciata su una gamba,  gli permette di passare all’attacco in un attimo. La mano destra, infilata nella tasca, stringe, dalla tasca, l’impugnatura del bastone “animato”, in cui è nascosta una lama lunga e affilata: era l’arma tipica dei guappi. Nei bastoni “doppi” – i migliori venivano costruiti da un armaiolo di Sant’ Anastasia – una seconda lama scattava fuori dalla punta, e così il bastone poteva essere usato come una spada. “Di una mazza esagerata “ – scrive Alberto Consiglio- era armato Achille Del Giudice: e un’altra mazza la portava tra i denti il “gigantesco mastino” che lo accompagnava.

 

Il dito infilato nel taschino della fascia indica o che il guappo non vuole essere disturbato, è immerso nei suoi pensieri, o che ha appena pronunciato un “dichiaramento” e aspetta, dall’interlocutore, non altre chiacchiere, ma una risposta netta, un sì o un no: è il gesto della “conseguenza”. L’abbigliamento è quello di un borghese – la “fascia” la portavano i notai e i giudici – e il rosso del foulard e del “maccaturo” è, nella simbologia dell’“onorata società”, il colore dei capi. Gli anelli e la catena indicano l’agiatezza dell’uomo, e il cappello è forse un omaggio di Palizzi a Teofilo Sperino, che, figlio di un artigiano che fabbricava guanti e cappelli, usava spesso, come “coppola”, il berretto dei marinai. Palizzi è riuscito a fissare per sempre i tratti e il carattere del personaggio. Nel 1892 Luigi Forgione e Giuseppe Bellomunno, impresari di pompe funebri, chiesero la protezione di Teofilo Sperino contro la camorra degli ospedali e dei cimiteri. Il guappo pretese una quota della società, che gli fu concessa. Ma subito si comportò come se fosse l’unico padrone della ditta, la cui sede si trovava in via Concezione a Montecalvario. Andrea, il figlio di Luigi Forgione, non tollerava questa situazione.

 

La sera del 7 marzo 1893 Teofilo Sperino, dopo aver assistito a uno spettacolo nel teatro Partenope in via Foria, si diresse a piedi verso via Nuova Capodimonte, dove abitava. In via Stella gli si avvicinò una carrozza: ne uscì Andrea Forgione, che sparò al guappo. Sperino morì due giorni dopo, all’ospedale dei Pellegrini. Aveva 55 anni. Un giornalista scrisse che con lui era finita la “guapparia“.L’ultimo dei guappi dell’Ottocento fu colpito a morte per strada, mentre tornava a casa, a piedi, da solo e disarmato: e a colpirlo fu un giovane che non era né guappo, né camorrista.

 

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