Leopardi dichiarò guerra ai maccheroni, ma venne vinto e conquistato

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Per portare Leopardi a Napoli, Antonio Ranieri chiese il permesso al Re, e il Re glielo concesse nell’udienza del 7/12/ 1832. Racconta Ranieri: L’accoglienza fu assai umana anzi ospitale. Esposi, con giovanile affetto e verità, e però con persuasiva eloquenza, il caso mio. Ferdinando (di cui i cortigiani potevano fare il migliore degli uomini e ne fecero il peggiore), negli inizi, allora, non punto spregevoli del suo regno, ne fu non leggermente commosso; e ruppe in queste sacramentali parole: “ Ella è libero, da questo momento, e di godersi in villa le gioie della famiglia, e dell’andare a riprendere a Firenze il suo amico, e del menarlo qui a rifarsi di quest’aria; e n’abbia per pegno la mia parola”.

 

 

Negli ultimi anni della sua vita, trascorsi tra Napoli e le terre vesuviane, Leopardi non si sottrasse al confronto con una città che era diversa da ogni altra, il cui clima gli apparve a lungo propizio per la sua salute: Napoli lo affascinava con i suoi quartieri vivaci di colori e di voci, ma nello stesso tempo lo irritava con i suoi eccessi. In una lettera al padre scritta il 5 ottobre del 1833 egli trovava “assai piacevoli” “la dolcezza del clima, la bellezza della città, l’indole amabile e benevola degli abitanti”, ma in una lettera del 3 febbraio 1835 confessava che avrebbe fatto di tutto per “sradicarmi di qua al più presto, per il bisogno che ho di fuggire da questi Lazzaroni e Pulcinelli nobili e plebei, tutti ladri degnissimi di Spagnuoli e di forche”. Insomma, la città “molteplice e contraddittoria” corrispondeva con il ritratto che anni prima aveva disegnato a Leopardi Giuseppe Poerio, padre del suo amico Alessandro.

 

Non incantarono Leopardi gli intellettuali napoletani, che vedeva vinti, come vinta era la plebe, dalla “filosofia dei maccheroni”: “nuovi credenti” che si ritenevano i soli depositari di tutta la verità e irridevano il pessimismo del poeta, perché a renderli felici bastava l’arte della pasticceria che a Vito Pinto aveva procurato il titolo di barone. E contro l’arrogante poeta “s’arma Napoli a gara alla difesa / de’ maccheroni suoi; ch’ai maccheroni / anteposto il morir, troppo le pesa”. A Leopardi rispose, con “Maccheronata” (1837), un mediocre poeta, Gennaro Quaranta, e fu un danno per la società intellettuale di Napoli: “E tu fosti infelice e malaticcio / o sublime Cantor di Recanati / che, bestemmiando la Natura e i Fati /frugavi dentro te con raccapriccio. / Oh mai non rise quel tuo labbro arsiccio, / né gli occhi tuoi lucenti ed incavati, / perché non adoravi i maltagliati, / le frittatine all’uovo ed il pasticcio. / Ma se tu avessi amato i Maccheroni /più dei libri, che fanno l’umor negro, / non avresti patito aspri malanni…E vivendo tra pingui bontemponi, / giunto saresti, rubicondo e allegro, / forse fino ai novanta od ai cent’anni.” (L. Mancusi Sorrentino – Maccheronea. Storia, aneddoti, proverbi, letteratura e tante ricette – Grimaldi, Napoli, 2000).

 

Quale Contro i liberali napoletani, che Leopardi aveva già conosciuto a Firenze, in casa di Pietro Colletta, e che anche a Capponi erano apparsi inclini all’inconcludenza, furono aspre anche le note satiriche dei “Paralipomeni alla Batracomiomachia”: questi intellettuali erano attratti solo dal “piacere della tavola”. Ma anche su questo “piacere” Il poeta fu costretto a cambiare idea: alla fine lo considerò strumento della distrazione – il “divertissement” di Pascal – più efficace, poiché vide, molto prima di Folco Portinari e di Piero Camporesi, che un certo modo di confrontarsi con i “piatti” coinvolgeva tutti i sensi, e la memoria, e l’immaginazione. Il piacere della tavola è una sensazione riflessa che nasce dalle diverse circostanze legate ai fatti, ai luoghi, alle cose e alle persone che accompagnano il pasto”.

 

Il formaggio, che tanto piaceva a Leopardi, è uno degli alimenti che “distraggono” in modo più completo ed efficace.  Il potere della “distrazione” il poeta l’attribuiva anche al vino. Infatti, scrive Leopardi, il vino è capace di suscitare “nuove speranze” e di dissolvere l’amarezza dettata dalle tensioni dell’animo. Deve bere vino che si propone di “ottenere dalle donne quei favori che si desiderano”: il vino infatti dà il coraggio necessario per avviare l’azione di conquista, e se questa azione non raggiunge l’obiettivo sperato, nel vino lo sconfitto troverà un impulso alla consolazione e all’allegria. Al vino non resiste nemmeno il filosofo, perché al potere del vino si arrende anche “la più invecchiata e radicata filosofia”. E Leopardi alla fine cambiò idea anche sui maccheroni. Grande era l’abilità di Pasquale Ignarra, il cuoco di casa Ranieri, che aveva combattuto nel ’99 contro gli sgherri del cardinale Ruffo e che gli dimostrò, con i fatti, l’importanza della “buona tavola”, “…la quale importa che sia fatta bene, perché dalla buona digestione dipende in massima parte il ben essere, il buono stato corporale, e quindi anche mentale e morale dell’uomo.”.

 

I maccheroni sono citati nel documento autografo, conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, in cui il poeta elencò, probabilmente nel 1836, i 49 “piatti” preferiti: ci sono, nell’elenco preparato per Pasquale Ignarra, anche il pasticcio di maccheroni, i maccheroncini, i tagliolini e gli gnocchi.

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