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Perché le “caste” del potere dell’Occidente non possono e non vogliono fare guerra ai protettori dei terroristi dello Stato islamico.

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Se l’Europa è quella della crisi dell’identità culturale; quella disgregata dalla globalizzazione, dal capitalismo feroce e dagli egoismi; quella in cui viene ucciso a botte Niccolò Ciatti sotto gli occhi di decine di giovani che si limitano a filmare la scena; quella che giudica razzista ogni dubbio sulle politiche di accoglienza dei migranti, allora niente
potrà bloccare la strategia di guerra dello Stato islamico e di quei barbari che noi chiamiamo terroristi, e che, non a caso, lo Stato Islamico chiama “soldati”.

Lo Stato islamico non attacca Israele, perché sa che la reazione sarebbe terribile ( E. Luttwak).

Fa parte integrante dell’orrore di ciò che i terroristi hanno fatto a Barcellona anche la banalità delle espressioni di cordoglio formulate dai rappresentanti delle istituzioni europee
(e italiane): è la banalità che nasce dal sentimento dell’impotenza. L’analisi che Edward Luttwak fa del terrorismo islamico e dei modi per combatterlo non mi convince, ma credo che nell’intervista rilasciata a “Libero” due mesi fa egli dica una cosa assai importante: lo Stato Islamico, sunnita, non attacca Israele perché sa che la reazione sarebbe terribile, e
poi perché hanno un nemico in comune: gli sciiti dell’Iran. Luttwak, insomma, dà ragione a Houellebecq e a Michel Onfray: dietro i terroristi islamici c’è uno Stato, i cui confini, non
geografici, ma ideologici e culturali, sono quelli dell’Islam sunnita, e dunque c’è una strategia: una strategia generale che organizza e coordina le azioni locali: i fatti di Barcellona e di Cambrils confermano le indicazioni rilevate negli attacchi a Nizza, a Parigi,
a Londra. Inoltre, Luttwak condivide la tesi di Oriana Fallaci e di Magdi Allam che non esiste un Islam moderato. Certamente esistono singoli credenti islamici che condannano la violenza, ma in questo momento la tendenza dominante nel mondo islamico è il radicalismo: l’hanno alimentato anche gli errori di politica estera degli Stati Uniti e dell’Europa, come la guerra in Afghanistan, e le guerre contro Saddam e contro Gheddafi.
Ma ne ha decretato il successo soprattutto la crisi delle democrazie e degli Stati nazionali in Europa: perché il lupo attacca il gregge a partire dalla pecora più debole: è una legge
eterna della politica.
E perciò non ci meravigliamo del fatto che alcuni “attacchi” sono stati condotti da islamici “integrati”, cresciuti nei quartieri delle città europee. In questi quartieri essi hanno studiato gli aspetti più drammatici della disgregazione sociale prodotta in Occidente dai meccanismi della globalizzazione: la distribuzione iniqua della ricchezza, il disagio economico in cui sprofonda il ceto borghese, la disoccupazione strategica che permette all’impresa di gestire a suo piacimento il mercato del lavoro e di creare masse di “precari”, lo sfascio degli Stati nazionali la cui politica economica viene dettata da organi e da enti
sovranazionali, la demolizione sistematica dello Stato sociale, la cancellazione del sentimento dell’identità nazionale e culturale. Gli islamici integrati “vedono” dall’interno che i sistemi democratici sono allo sfascio, che sostanziose parti del sistema sociale non si
sentono più rappresentati dalle istituzioni, che si diffonde il populismo, che la politica è ridotta ormai a un mercato delle chiacchiere, in cui il dibattito su una questione gravissima
e complicata come quella dei “migranti” si conclude o con la condanna “siete razzisti”, o con l’appello alla carità cristiana. E voglio ricordare ciò che disse Elisabeth Badinter
quando, nel Capodanno del 2016, centinaia di donne tedesche vennero molestate a Colonia da gruppi di giovani musulmani: “ Sono quasi trenta anni che cediamo spazi all’Islam radicale per paura di essere giudicati islamofobi..”.
Gli islamici integrati hanno visto, davanti alla discoteca di Lloret de Mar, decine di giovani “cristiani” filmare tranquillamente, quasi fosse la scena di un film, il momento in cui Niccolò Ciatti veniva ammazzato di botte da tre ceceni richiedenti asilo. Questa Europa è già pronta a morire di paura: i terroristi “ridono” dei loro massacri – come hanno detto che ridesse la “bestia” delle Ramblas – perché nella loro ferocia omicida confluiscono e si
congiungono il radicalismo religioso, l’odio storico, il risentimento sociale, il disprezzo per sistemi politici i cui rappresentanti non sanno dire altro che “Non ci faremo intimidire”,
“Barcellona è una città amica”, “Siamo tutti spagnoli”, e altre minestrine di parole, sempre le stesse, come ha notato Paolo Mieli, esortando quei signori a tacere. Perché le minestrine non incantano più nessuno, perché tutti hanno capito, più o meno chiaramente, che gli Stati europei non possono – per le ragioni implacabili imposte dai petrodollari e dal flusso dei capitali – fare guerra ai protettori e ai finanziatori dello Stato Islamico, e poi
perché – è il sospetto di qualche analista cinico –gli atti dei terroristi “distraggono” l’opinione pubblica e servono a dare la precedenza alle norme di sicurezza rispetto alla tutela dei diritti personali. Oggi tutti parlano di Barcellona, e nessuno di Regeni e
dell’Egitto.
Luttwak riconosce che c’è uno Stato islamico, ma dice che non è possibile fargli guerra, anche perché i suoi avamposti già sono saldamente accampati nelle nostre città: egli e Houllebecq temono che si ripeterà, in Europa, il “dramma” dell’agonia dell’Impero Romano, che affidò a Goti e a Vandali le bandiere dell’Impero e il compito di affrontare i Goti e i Vandali invasori. Ma gli Stati dell’Europa, se non sono in grado di condurre una
guerra “esterna” contro i protettori e i finanziatori dello Stato Islamico, possono tuttavia intervenire con rapidità cesariana contro gli islamici interni, aprendo le porte del carcere e del viaggio di sola andata anche a chi è solo sospettato di pensare pensieri pericolosi.
Sono indispensabili, nell’immediato, servizi di sicurezza allenati e leggi specialissime e inflessibili: Luttwak elogia, almeno in questo, il “sistema” italiano.. In prospettiva è necessario ripensare radicalmente la globalizzazione e il capitalismo, ridistribuire in modo più equo la ricchezza e ricostruire l’identità culturale, a tutti i livelli: insomma è necessario fare in modo che ognuno si senta responsabile del destino degli altri, nel segno di una nuova solidarietà sociale. Se l’Europa rimane quella che è oggi, allora si avvererà la profezia di Houellebecq: l’ Europa sarà uno Stato islamico.

 

 

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