Questa estate di fuoco e di incendi e di “selfie” allucinanti ha alterato con i suoi “rossi” vapori la vista, l’intelletto, il cuore. A settembre bisogna sedersi davanti allo specchio e purificarsi con il “verde” della moderazione, dell’ironia e della saggezza, con il “verde” delle erbette. Ma il “verde” della lattuga è pericoloso, perché spegne il desiderio di Venere. E invece la saggezza, la bellezza e la verità stanno nel mezzo. Sempre.
Riso verde (variazione di una ricetta di Antonino Cannavacciuolo) : ingredienti: gr. 300 di riso pilaf; 1 litro di brodo vegetale; gr.200 di prosciutto crudo tagliato a fette; erbette, 1 scalogno, 5 zucchine piccole, 10 foglie di salvia, 5 rametti di prezzemolo, 2 rametti di menta, gr. 50 di provolone del Monaco grattugiato, un quarto di bicchiere di vino bianco del Vesuvio, olio, sale e pepe. Fate tostare il riso nel brodo bollente, lentamente; intanto rosolate lo scalogno e il prosciutto nell’olio di una padella, aggiungete le zucchine tagliate “alla julienne” e le erbette, infine frullate il tutto in una crema. Quando il riso è al dente, unite la crema, e la menta, la salvia e il prezzemolo finemente tritati, e aggiungete “un soffio” di vino bianco: dopo qualche attimo, spargete il provolone del Monaco grattugiato, e mescolate lentamente il tutto. Infine, portate in tavola.
E’ stata, e continua ad essere, un’estate rovente: incendi, afa, un elenco interminabile di follie, la barbarie del terrorismo, e quella “privata” di casa nostra, donne ammazzate e fatte a pezzi, l’imperversare del “femminicidio”, e poi i soliti fuochi di luglio e di agosto: mare, spiagge, intrecci di storie, e la sequenza interminabile di “selfie” in costume semplice, in costume adamitico, alla Marilyn, alla Casorati, alla Fortuny, con lui, con lei, con loro, gli amici, le amiche, i cani, il ricordo dei nonni, i dolci, le grigliate, e le “furnacelle” fiammeggianti: le “furnacelle” a cui mi riferisco sono i fornelli portatili a carbone, ovviamente. Si sa che il “rosso” è il colore della vita, del sangue, di ogni passione estrema, dell’ira, della rabbia e che l’estate è, per definizione, la stagione del “rosso”: ma non è facile trovare un’estate più “rossa” di questa: un autentico” incendio” di passioni di ogni genere, di impeti eroici, di illusioni, di crepitante vanità. Non dimentichiamo che la percezione eccessiva del “rosso”, dentro e fuori di noi, può provocare non solo fastidiosi disturbi visivi, ma anche un pericoloso stato di eccitazione che in molti casi si trasforma in esaltazione. E’ difficile che non avvampi in un rosso fulgore di vanità una persona che in un’ora abbia conquistato, su “fb”, sotto il “post” di un “selfie”, un fiume di “top”, di “bellissimo/a”, di cuoricini, e di altri simili segnali di ammirazione. E che dire di quei semidei che per giorni hanno guardato negli occhi il “mostro” degli incendi vesuviani, e infine l’hanno domato, il “drago”: e tuttavia non si riposano sugli allori, ma continuano a vigilare, a controllare, ad abbeverare gli uccelli della montagna devastata: San Giorgio e il suo drago sono, al confronto, dei principianti. Lo dico senza ironia.
E tuttavia viene il momento di riordinare idee, sentimenti e progetti: viene “settembre”, nella realtà e nella metafora, e a “settembre” è necessario liberarci da quegli umori, “rossi” di un “rosso” pericoloso, che ostruiscono le vie dei ragionamenti e i sentieri della meditata riflessione. Viene il momento dello specchio che non mente, che dice alla vecchia signora del quadro di Strozzi: “ Non ti servono a nulla le creme, i profumi, i gioielli: sei vecchia, irrimediabilmente”. Viene il momento del “verde”. Quando chiesero a E. L. Kirchner perché colorava di verde le sue donne (immagine in appendice), egli così rispose “Se colorassi di rosso il corpo delle donne, come ha fatto Renoir, offenderei la mia percezione della bellezza, che è razionale rispetto prima della persona e poi delle forme. Le donne “rosse” alludono al piacere dei sensi, ostentano il fascino di quella seduzione che le rende schiave dell’uomo”. E dunque donne “verdi”, perché il verde è il colore di quel saggio distacco dalle cose che permette di conoscere le cose a chi non si accontenta di “sentirle” solo attraverso le emozioni, nell’inganno dei sensi. “Verde” è la temperanza di chi non disdegna Venere, ma non ne diventa servo, e sa guardarsi dalle trappole; il verde è la vita della Natura, ma nei suoi toni acidi è anche il “segno” della morte e del disfacimento. Insomma, è “verde” la filosofia dei razionalisti che sanno attraversare i territori della passione proteggendosi con lo scudo della “verde” ironia. Tutte le erbe e il riso stesso del piatto proposto hanno conclamati poteri purganti, disintossicanti e purificatori, insomma illimpidiscono gli occhi, l’intelletto e il cuore, e ci portano a distanza utile dalle cose del mondo: utile per una conoscenza che sia “sapere” e “sentire”. E perciò agli ingredienti suggeriti da Cannavacciuolo ci siamo permessi di aggiungere qualche spruzzo di quel vino bianco vesuviano che porta in sé la realtà e l’immagine di un fuoco saggio e controllato, del fuoco che non distrugge, ma rischiara, perché si fa luce.
Dunque verdura e riso verde. Ma attenti alla lattuga, che è troppo verde, e già Dioscoride e Oribasio avevano capito che essa, “l’erba mortifera”, non si limita a frenare il desiderio di Venere, ma lo spegne del tutto: e questo non va bene, perché la verità e la giustizia e tutte le cose belle stanno sempre nel mezzo…









