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Parlasse di ragù o di Socrate, Luciano De Crescenzo seguiva una sola, mirabile “ricetta”: il ritmo napoletano

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Ora don Luciano starà raccontando la sua morte agli amici nella Valle degli Spiriti Eletti, usando quel meraviglioso “ritmo napoletano” di cui egli è stato, con Eduardo, con Totò e con Peppino, uno dei più grandi interpreti, e che gli ha permesso di parlare di Socrate e di Platone come “figure” del nostro mondo quotidiano. Lo straordinario racconto dell’appuntamento del basilico e della pummarola nella prefazione di “Frijenno Magnanno”.

 

“Nel 1492 Colombo non scoprì l’America, ma uscì semplicemente per prendere i pomodori”

(L. De Crescenzo)

Il “ritmo napoletano” è un complicato modo di descrivere fatti e personaggi: i fatti che per gli altri sarebbero banalità assolute si raccontano come se fossero le imprese di Cesare o di Alessandro, e al contrario si parla delle imprese di Cesare e di Alessandro come se fossero “questioni” avvenute nei vicoli del Pallonetto,  e si presentano i personaggi del Pallonetto come meriterebbero di essere presentati Churchill, o De Gasperi, o qualche filosofo greco redivivo, e si discorre di Socrate e di Senofonte come può discorrerne chi ha preso il caffè con loro, in un bar di piazza Dante, qualche giorno prima. Però questo gioco di prospettive deve rispettare la regola della “misura”: linguaggio colloquiale, una trama di immagini incisive, un’ironia affettuosa, che non demolisce, che accarezza, che dà anche qualche pizzicotto, ma lascia segni che si percepiscono solo quando ripensi alla scena, e vi eserciti sopra, sotto, intorno, una serena riflessione. Documenti altissimi del “ritmo napoletano” sono i monologhi di Eduardo, i “comizi” di Totò, certe “confessioni” di Peppino e di Nino Taranto: i racconti di Luciano De Crescenzo aggiungono a questa “letteratura” altissima la dimostrazione che non c’è argomento di cui non si possa discutere secondo gli schemi di quel “ritmo”. A patto che uno abbia il genio di Luciano De Crescenzo.

La presentazione che Luciano De Crescenzo fece di “Frijenno Magnanno”, la famosa raccolta di ricette napoletane, è una lettera indirizzata a Gianni de Bury, che aveva avuto l’idea dell’opera. Racconta il “filosofo” napoletano che tremila anni prima il basilico e la pummarola, “amanti per contrasto, sia per quanto riguarda il sapore che per quanto riguarda il colore”, si erano dati appuntamento a Napoli “per consumare una notte di passione. Il letto di nozze avrebbe dovuto essere una pizza.”. Il basilico arrivò per primo a Napoli, ma dovette aspettare circa 1500 anni che qualcuno portasse la pummarola in Europa, liberandola dall’ignoranza degli americani: i quali, pensando che fosse un frutto, “lo sputavano giudicandolo insipido. Dicevano che non era dolce, che non era amaro e che quindi non sapeva di niente. Le sue foglie, infine, a chi le mangiava, procuravano la pazzia.”. Scrive De Crescenzo che “la scoperta del pomodoro ha rappresentato, nella storia dell’alimentazione, quello che per lo sviluppo della coscienza è stata la rivoluzione francese.”. Ogni evento della storia della cucina dovrebbe essere accompagnato dalle note: A.P., o P.P., ante pummarolam e post pummarolam, prima dell’uso in cucina del pomodoro, o dopo l’uso.  Don Luciano non osò dare una sua ricetta del ragù: Eduardo aveva già detto tutto. Ma svelò un segreto: il principio fondamentale del ragù di Napoli sta nel fatto che la donna che lo prepara deve amare intensamente almeno una delle persone che a tavola aspettano i maccheroni con quel ragù. In nome di questo “ragù d’amore” De Crescenzo citò per intero una poesia di Rocco Galdieri: l’autore immagina di “sentire”, mentre scende le scale del palazzo dove abita, e attraverso una porta aperta, i profumi del ragù domenicale: “Certo è che so’ maccarune ‘e zita./ L’aggiu ‘ntiso ‘e spezzà’ / trasenno ‘a porta. ..E s’è capita / tutt’’ a cucina d’ogge: so’ brasciole, / so’ sfilatore ‘annecchia /niente cunzerva, tutte pummarole”.

La penna lieve e penetrante di Luciano De Crescenzo può scrivere, nella “Storia della filosofia greca. Da Socrate in poi”, che “fisicamente Socrate rassomigliava a Michel Simon, l’attore francese degli anni Cinquanta e si muoveva come Charles Laughton nel film “Testimone d’accusa””, e chi legge, “sente” che Socrate è uomo del nostro tempo, e che al nostro tempo appartiene anche la moglie, la “terribile” Santippe, che poi di “terribile” non faceva nulla, anzi doveva sopportare un marito che a casa non portava una lira, che per le strade di Atene parlava con tutti di tutto,  ma con lei non apriva bocca, che se la cavò con una battuta di spirito, anche quando lei, persa del tutto la pazienza, gli tirò addosso un secchio pieno d’acqua: “Lo sapevo che il tuono di Santippe prima o poi si sarebbe tramutato in pioggia.”. La scena è stata raccontata da Diogene Laerzio. E’ il “ritmo napoletano”: raccontare la storia “grande” ricordando, in ogni momento, che è fatta di infinite storie “piccole” e di quella viva quotidianità che attira l’attenzione di chi legge.

Con lo stesso “ritmo” Luciano De Crescenzo raccontò la sua malattia, e starà ora raccontando la sua morte nella Valle degli Spiriti Eletti ai suoi amici di ieri e di oggi, a Socrate, a Epicuro, agli  immortali filosofi dei vicoli napoletani.