Il nome è stato suggerito dal titolo di un’opera di Vito Teti, scrittore e antropologo, autore, tra l’altro, di una monumentale “Storia del peperoncino”. Teti ci spiega che “restanza” “significa sentirsi ancorati e allo stesso tempo spaesati in un luogo da proteggere e nel contempo da rigenerare”. E i fondatori di questa splendida “officina culturale”, Tiziana Mastropasqua e Rosario D’ Angelo, ci ricordano anche una intensa riflessione di Michael Ende: “La fantasia per te non è realtà? Ma solo lei ci schiude mondi nuovi: nel creare è la nostra libertà.”
Tiziana Mastropasqua, fotografa, regista e arteterapeuta, e Rosario D’Angelo, attore, regista, educatore, ci dimostrano, organizzando laboratori, eventi e esposizioni, che aveva ragione Remo Bodei: i luoghi e le cose parlano, e perciò ho deciso di introdurre l’articolo con l’immagine del “luogo” che è la sede di “ReStanza”. E questo “luogo” si apre su una strada storica di Ottaviano, via Carmine: e l’altro giorno non ho potuto fare a meno di fermarmi, e di ammirare, ancora una volta, la preziosa “basolatura”, completata nel 1925 dai Maestri “basolari” Stefano Perillo, Giovanni Sodano, Andrea Revello, Francesco Annunziata, guidati dal “capomastro” Domenico Alfano e dall’architetto Giorgio Autorino.
Il silenzio che regnava su piazza San Giovanni lo “lessi”, ancora una volta, come un segno di attesa e di speranza: lo storico “quartiere” aspettava, e aspetta, che gli Ottavianesi riscoprano il valore del senso della comunità e la bellezza della loro storia e vengano ad “ascoltare” – i ragazzi, soprattutto – quello che raccontano le pietre, il tufo, i severi palazzi, lo splendore della Chiesa di San Giovanni e il fascino della Chiesa del Carmine. Negli spazi di “ReStanza” l’associazione promuove “la ricerca nel campo delle arti sceniche, la contaminazione e il dialogo tra il linguaggio teatrale e le arti visuali, si impegna in progetti educativi favorendo l’uso consapevole del mezzo teatrale” e rivelando ai ragazzi l’importanza delle tecniche di questo “mezzo”. A marzo il laboratorio culturale ottavianese ha ospitato un “workshop” immersivo di Dario Aquilina, il cui tema era la storia di Amore e Psiche: mi limito a ricordare che l’Aquilina, psicologo e psicoterapeuta, nel 1988 ha fondato con il regista francese Alain Valade il “teatro dell’anima” e nel 2014 ha aperto una scuola di “teatroarteterapia”.
Queste poche parole sono sufficienti a spiegarci cosa offrono agli Ottavianesi Tiziana Mastropasqua e Rosario D’Angelo, in un momento in cui pare che nel territorio la voce della cultura sia fioca e rauca. Ora è aperto, nelle sale del laboratorio, un altro capitolo di questa meravigliosa avventura, “Più reale della realtà”, una rassegna fotografica, curata da Donna Tiziana e presentata come un’esplorazione del mondo “attraverso il processo analogico, dove l’immagine non è un codice binario, ma il risultato di un incontro fisico tra la luce e la materia”. Hanno già esposto le loro opere Chiara Pepe e Raffaele De Santis, prossimamente esporranno Renata Petti e Angelo Moscarino. Nelle foto del De Santis le foglie secche, frammenti di vita giunti al loro distacco, diventano soggetti e simboli di un processo più ampio, quello del lasciare andare. In botanica, infatti, la caduta della foglia non è una perdita, ma una scelta vitale: un atto necessario per attraversare l’inverno. “In questa prospettiva, ogni foglia diventa metafora di trasformazione, resilienza e rinnovamento. Attraverso la tecnica dell’emulsion lift su Polaroid a colori, le immagini acquisiscono una dimensione ulteriore: la materia stessa della fotografia si fa fragile, instabile, quasi organica. Le superfici si increspano, si spostano, si deformano, evocando la stessa vulnerabilità delle foglie ritratte.
Ne emergono visioni sospese, istantanee che sembrano trattenere il tempo e al contempo lasciarlo scivolare via. Fragili e al tempo stesso fiere, le foglie si rivelano come architetture complesse: mappe di un tempo che si è fatto materia, trame sottili che raccontano una storia silenziosa. Nei loro colori caldi e nelle venature intricate si nasconde una bellezza discreta, che invita a rallentare lo sguardo e ad avvicinarsi. Ciò che appare come fine si rivela, così, come un momento di intensa rivelazione. Le foglie secche non sono semplicemente ciò che resta, ma ciò che si mostra davvero: un’esplosione di dettagli irripetibili, un equilibrio delicato tra memoria e trasformazione. In questo spazio, l’arte diventa ponte — un filo luminoso che unisce passato e futuro — e ci ricorda che anche nel gesto del cadere può esistere una forma di grazia.”. Ho trascritto la spiegazione che mi è stata data da Donna Tiziana e in cui sono congiunte, in un’armonia mozartiana, competenza, chiarezza, profondità, arte dell’incantamento. Se Donna Tiziana lo consente, sarò ospite fisso di “ReStanza”, come attento osservatore e umile ascoltatore.










