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Ottaviano: il quartiere e la Chiesa di San Giovanni: un tesoro di fede, di storia, di arte, che chiede cura, rispetto, attenzione

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Ottaviano ha due centri storici: il quartiere San Michele e il quartiere San Giovanni. La Chiesa venne dotata, grazie anche ai Medici, di opere d’arte di pregevole fattura. Notevole è il quadro dell’altare maggiore, “San Giovanni che predica alle turbe”, attribuito al Bonito e al De Matteis. Nacque a San Giovanni Tiberio Guastaferro, gerolamino, sommo predicatore (sec.XVII).

 

Lungo la strada San Giovanni – Carmine si ergono le moli massicce di palazzi che conservano i segni del ‘700 e dell’’800 nelle volte, negli atri, nella solidità dei muri, nelle corti e nei giardini interni. Si cammina sugli ipogei di cantine antiche, vaste e profonde, scavate nel tufo e nella roccia vulcanica, per conservare nell’ombra la vita del vino e per celebrare un mistero il cui fascino è ormai solo una traccia, ma una traccia che non sarà cancellata del tutto, finché ci sarà Ottajano. Abitava accanto alla Chiesa la nobile famiglia dei Guastaferro: Tiberio Guastaferro, gerolamino, fu, nel sec.XVII, un sommo predicatore della Congregazione dell’Oratorio Maggiore. La Chiesa di San Giovanni è di antica fondazione. Fu, all’inizio, una cappella di confine, riservata agli abitanti di un quartiere che si estendeva, e si estende, tra Ottaviano e Somma: quartiere a popolazione composita, di contadini e di notabili, i cui cognomi sono portati ancora oggi da famiglie e “ gentes ”. La struttura a capanna è rimasta intatta, nonostante i molti interventi architettonici imposti dal tempo e dalla violenza della natura. L’altare maggiore, che risale al sec.XVII, è un raro esempio di altare ligneo, dipinto in modo da sembrare di marmo. Il paliotto in marmo vero fu un’invenzione balzana di due ottajanesi, l’architetto Pasquale De Rosa e mastro Saverio Annunziata,  i quali, durante gli interventi di consolidamento a cui la Chiesa fu sottoposta nel 1854, ritennero di dover sostituire il paliotto di legno, avendolo trovato “ abominevole, di tavole logore e mal connesse, ” nido di formiche e di altri “ schifosi insetti ”.

L’architetto dell’ Intendenza, Alessandro Bobbio, che pure era un tecnico di alta reputazione, autorizzò lo scempio. In quella circostanza vennero consolidati anche la “ cornice della porta, di piperno capuano ” e i tre stemmi “ uno di grande mole nel mezzo, appartenente al Barone di qua ( ai Medici di Ottajano) e due piccoli appartenenti al Comune, con albero di quercia.”. .Splende sull’altare maggiore un “ San Giovanni che predica alle turbe ”, che Renato Ruotolo attribuì, soprattutto per le soluzioni cromatiche e per la luce calda e avvolgente, a un raffinato giordanista, inducendo Nicola Spinosa a fare il nome di Giuseppe Bonito. Altri studiosi pensano che la figura di San Giovanni sia impostata secondo moduli prossimi a quelli che Paolo De Matteis diede a San Rocco nella tela della Chiesa al Santo  consacrata in Guardia Sanframondi. Al De Matteis della Danae di Detroit e di alcune figure femminili dell’ “ Allegoria per la pace di Rastatt e di Utrecht ”, fanno pensare soprattutto le luminose sensuali spalle della donna orante che occupa l’angolo inferiore a sinistra. Il maestoso gruppo ligneo della Trinità con Cristo crocifisso ( v.immagine in appendice) fu offerto alla Chiesa di San Giovanni da Simone, Andrea e Giovanni Battista Scudieri. Erano i primi anni del ‘600.. Nel 2005 Achille e Paolo Scudieri finanziarono generosamente  un importante restauro, che venne condotto sul gruppo e sulla parete della cappella che gli fa da sfondo da Umberto Maggio. Fu un restauro filologico: Cristo ha riacquistato l’incarnato livido, dai vitrei riflessi, e sono  ricomparse, nella forma originale, le superfici  dell’ampio perizoma e della camicia  del Padre: sull’una sono dipinti fiori stilizzati, sull’azzurro dell’altra fiori di ciliegio. Queste soluzioni “ rocaille ” non tolgono nulla alla potenza espressiva di Cristo che rivolge al Sommo Padre l’ultimo sguardo, mentre l’ultimo filo di forza rifluisce via dai   muscoli delle gambe e dai piedi fissati alla trave non da un solo chiodo, ma – insolito particolare – da due.

La volta della Chiesa è interamente coperta da uno smisurato telero ( m.26xm.10 ) su cui Crescenzo Gamba dipinse, nel 1759, una Trinità maestosa e un corteo di angeli e Santi disseminati per vasti spazi celesti e ampi colonnati. Era un pittore quotato, il Gamba: aveva già lavorato alla Certosa di San Martino e a Villa Campolieto: e avrebbe lavorato alla Reggia di Portici. Il 3 ottobre del 1929 cedettero i cardini e la tela rovinò a terra. Poiché l’opera “ era l’orgoglio della parrocchia ”, il parroco don Pietro Capolongo ingaggiò per il difficilissimo restauro un certo Eberardo Perrone, che, troppo sicuro di sé, si impegnò, per lire 10500, pagabili a rate, non solo a restaurare  la tela e gli affreschi della volta, ma anche “ a tinteggiare la sagrestia, le finestre e il mobilio ”. Era fatale che il pittore – imbianchino combinasse un disastro. Finito il lavoro, al posto dell’opera del Gamba si vide un marasma di pennellate che le lacche, stese in modo maldestro, trasformarono quasi subito in un’indistinta pellicola di toni bruciati, cancellando disegni, ombre e luci.(v. immagine in appendice). Il Perrone alterò perfino la data, avendo letto e scritto “ 1669 ” invece che “ 1759 ”.

Nel 1839 un restauratore altrettanto infelice, tale Aniello Mancini, aveva sfregiato con cucchiaiate di colore e di bitume una tavola del 1552, che raffigura un San Giovanni con agnello poggiato sul libro e con la canna del precursore, e, sulla sinistra, in secondo piano, e in misura assai ridotta, la scena del battesimo di Gesù. L’importanza della cinquecentesca cornice lignea, lavorata a volute e a mascheroni, induce a credere che il dipinto originale fosse di alta fattura, e a sospettare che Mancini non si sia limitato a tentare di restaurare, ma abbia in sostanza rifatto il quadro, aggiungendo e togliendo figure e colori. E’  un sospetto che solo un restauro serio e radicale può dissipare.

Nella Chiesa sono conservati anche un San Lazzaro in legno dipinto, che Gaetano Francese scolpì nel 1742, e a cui uno scultore dalla mano pesante aggiunse successivamente un cane appena sbozzato; una tela del sec.XVIII con la Madonna del Carmine scortata da quattro santi, di cui tre sono agevolmente identificabili: S. Lazzaro, S. Simone Stock e S. Antonio Abate; un organo del sec. XVII, di macchina assai complessa, a cui nel 1670  Alessandro Gambiraso, un “ musico veneziano ” che operava in Napoli, “schiarì la voce”.

Il quartiere e la Chiesa furono e meritano di essere ancora parte vitale della storia di Ottaviano.