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Ottaviano, Chiesa di San Michele: il “Cerchio d’Estia” ammira il presepe “napoletano” allestito in un “luogo di forza”……

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Il “presepe napoletano” della Chiesa di San Michele è uno dei più importanti del Vesuviano interno, per la raffinatezza dei pastori e per la suggestiva scenografia, che si dispiega nell’ipogeo, considerato da sempre un “luogo di forza”. “Figure” preziose del presepe sono i Magi, l’araldo, il Principe e il “pescatore”. Il mio grazie al “Cerchio d’Estia” che mi sollecita a ripercorrere e a “rileggere” “luoghi” ricchi di valori d’arte e di storia.

Teodoro Fittipaldi, il più grande studioso non solo della scultura napoletana del’700, ma anche di quella magnifica invenzione che è “il presepe napoletano”, ha insegnato storia dell’arte al Liceo classico “A. Diaz” di Ottaviano: mi piace ricordarlo a chi si interessa ancora della storia della nostra città. Il prof. Fittipaldi cita più volte, nei suoi libri, il passo della biografia di Francesco Celebrano in cui Nicola Morelli racconta che nel 1784 Ferdinando IV commissionò all’artista una serie di pastori abbigliati con i costumi del Regno: questi primi protagonisti del “presepe” napoletano vennero donati dal Re di Napoli al fratello Carlo IV, re di Spagna. E così entrarono nel presepe – scrive Fittipaldi- “ricchi campagnoli e popolani,rustici e mendicanti, parvenus e borghesi, mercanti e bottegai, osti, uomini e donne e bambini della città e della campagna, dei casali e delle province meridionali.”. Il presepe “napoletano” divenne documento di storia e, con qualche eccesso, teatro del presente. Il presepe “napoletano” della Chiesa di San Michele racconta la storia di Ottaviano e degli Ottavianesi: dei Medici, delle famiglie importanti, i Bifulco, i Menichini, i Mazza, i De Rosa, gli Scudieri, che, tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, donarono i pastori; di quei generosi innamorati del bello che hanno patrocinato il restauro dei “pezzi” pregiati; di Umberto Maggio che questo restauro ha curato, ricostruendo con filologica sapienza anche l’abbigliamento dei pastori; di Ciccio Annunziata che ha ereditato dal padre e dal nonno il compito di curare ogni anno l’allestimento; dei parroci del passato e del parroco del presente, don Michele Napolitano, vigili custodi di questo prezioso tesoro. Dal quale, all’inizio degli anni’70, ladri esperti d’arte portarono via alcuni pezzi dell’Ottocento, e tutta la “scena” della Natività, Bambino, Maria e Giuseppe: e anche questo furto è un capitolo di storia.

Il presepe viene “costruito” nell’ ipogeo della Chiesa: che non è un luogo qualsiasi. Questo ipogeo faceva parte, certamente, della struttura del tempio pagano, consacrato forse a Castore e a Polluce, su cui fu edificata, nell’Alto Medioevo, la cappella di San Giacomo, ampliata successivamente e trasformata nella Chiesa di San Michele. Sull’esistenza del tempio pagano non ci sono dubbi: nei primi giorni dell’eruzione del 1906 scomparvero, forse per colpa del magnetismo del Vesuvio, un paio di quadri dalla Chiesa del Rosario, la collezione di monete bizantine dalla Casa Comunale, e dalla sacrestia della Chiesa di San Michele marmi e una base di colonna provenienti dall’edificio di età romana. Per la sua origine, e per le vicende delle eruzioni del Vesuvio, questo ipogeo è stato sempre considerato un “luogo di forza” dalla cultura popolare, e non solo: ma il tema merita di essere trattato a parte.
Giovedì le amiche e gli amici del “Cerchio d’Estia” hanno ammirato la raffinata scenografia del “presepe napoletano” di San Michele, l’eleganza settecentesca dei pastori, il magnifico araldo dei Re Magi e lo splendido “Principe”, un “pastore” che per le vesti raffinate e sfarzose e per la posa autorevole rappresenta un signore del ‘700, forse quel Giuseppe III Medici, principe di Ottajano, la cui moglie, Vincenza dei Caracciolo di Avellino, avviò, secondo la tradizione, il progetto del presepe di San Michele. Una parte di questo presepe è dedicata ai “mestieri”: da qui i ladri portarono via due “pezzi” di grande valore non solo artistico, ma anche storico, perché rappresentavano due mestieri “ottajanesi”, il “basolaro” e il tessitore.
Qui campeggia ancora, per fortuna, il “pescatore”, che come ci hanno insegnato De Simone e Fittipaldi, è personaggio fondamentale del “presepe napoletano”, perché rappresenta un protagonista della storia sociale della città, e perché richiama immediatamente simboli essenziali del messaggio di Cristo, che invitava gli apostoli ad essere “pescatori di uomini”: e il pesce è uno dei più antichi segni del Cristianesimo, perché la parola greca, “ixthys”, è anagramma di “ Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”. Il “pescatore” di San Michele, che è uno dei “pezzi” più antichi del presepe, porta tra le mani il bottino di una pesca fortunata, ha il copricapo caratteristico dei pescatori della costa amalfitana, ricorda, con il bianco della camicia e con il rosso della sciarpa, i colori dell’abito dei “fujenti”.

Ringrazio le amiche del “Cerchio d’Estia”, perché mi invitano a ritornare in “luoghi” di storia e di arte che non visitavo da tempo e mi consentono di riflettere, e di riconsiderare le cose da nuovi punti di vista. Il presepe, l’ipogeo e la Chiesa di San Michele sono al centro di uno “spazio” che comprende il Palazzo Medici, alcuni palazzi che sono esempio notevole dell’architettura vesuviana dell’Ottocento, la Chiesa dell’Oratorio, il monastero delle Francescane, che è destinato, per la sua storia e per la sua struttura, a diventare auditorium, museo e centro culturale (ho sentito dire che qualcuno vorrebbe farne un albergo: ma l’idea è così ridicola che sono persuaso che la notizia sia una “bufala”).
Uno “spazio” in cui si intrecciano tanti valori non può essere frequentato solo da ombre e da ricordi……