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Nuove dipendenze e altri affari della mafia

Sempre più persone, ogni anno, si “ammalano” e perdono tutto a causa del vizio del gioco.

Anche la nostra Diocesi è scesa in campo contro le ludopatie. Vuole farsi vicina alle famiglie che devono affrontare questo dramma. Il gioco d’azzardo è ormai patologico per tantissimi. E la chiesa, per quello che può, attraverso centri di ascolto territoriali indirizza alle strutture pubbliche quanti ne avessero bisogno. Troppi sono entrati nel tunnel della ludopatia, distruggendo se stessi e le loro famiglie. Questa nuova dipendenza è diffusissima non solo tra i giovani, ma coinvolge anche adulti e anziani. Bisogna educare alla sobrietà e ad una cultura per cui contano le relazioni vere e il salario “sudato” attraverso un lavoro onesto e dignitoso, non attraverso i “colpi di fortuna”. E, ovviamente, anche la mafia è entrata in questo “gioco”. Ma bisogna combatterla. Bisogna ridurre slot e sale scommesse e consolidare il potere di regolamentazione dei Comuni. Lo ha affermato anche la Commissione bicamerale Antimafia nella Relazione sull’infiltrazione della criminalità organizzata nel gioco legale e illegale. Affermazioni molto importanti da una Istituzione, perché lo Stato sinora non solo non ha controllato, ma addirittura promosso il “gioco”. Ha prodotto e sta producendo due danni gravissimi: un ulteriore e fortissimo arricchimento delle mafie e lo sconquasso personale e familiare di tanti “giocatori”, che è più giusto chiamare vittime. E’ necessario togliere le slot da bar e tabacchi, per il contrasto all’illegalità e la prevenzione della ludopatia. La realtà è che il “gioco” non dà segni di cedimento. Così le slot machine, che a fine 2014 erano 377mila, ora sono 418mila (dati ufficiali dei Monopoli). E quest’anno l’affare si va facendo ancor più ricco. Nei primi 5 mesi del 2016 le scommesse sportive sono cresciute di più del 23%, arrivando a 2,9 miliardi di euro, e quelle online addirittura di quasi il 34%. C’è bisogno anche di una legislazione più rigorosa. Anche perché in effetti le “macchinette”, in particolare quelle allocate nei bar, sono la modalità di gioco di gran lunga più insidiosa e generatrice di patologie. Più si gioca, più ci si ammala e più si gioca ancora. Anche a me capita spesso di vedere sempre le stesse persone che nei bar, dalla mattina alla sera, passano intere giornate davanti alle “macchinette”. Bisogna perciò salutare con soddisfazione le iniziative dei Comuni prese in accordo col governo. E lo Stato “deve” assolutamente sostenere i Comuni, che cercano di fronteggiare questo drammatico fenomeno. Anche perché le comunità locali, insieme alle autorità di pubblica sicurezza e alle forze di polizia dislocate sul territorio, sono i primi sensori in grado di percepire il degrado sociale e il diffondersi dell’illegalità. E, ricordiamo sempre, che “la vita non è un gioco”, anche se, come ha detto qualcuno, bisogna “giocare la vita”. Perderla, donandola agli altri, non rendendosi “schiavi” di una macchinetta o di un colpo di fortuna.

Fonte foto: rete internet

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