Il grande archeologo venne a Ottaviano nel 1947, a esaminare i resti di una villa romana che il prof. Francesco D’Ascoli, con l’aiuto di Ninuccio D’Avino e Ciccio Romano, aveva portato alla luce “sotto i lapilli e la maveta di Montevergine”. Raccontò D’Ascoli che Maiuri, prima ancora che i resti dell’edificio, volle vedere i giardini, gli orti e i frutteti che ornavano i “tuori” della Montagna: del loro splendore aveva letto molto, e gli era stato parlato a lungo. Correda l’articolo l’immagine di una statua di “togato” romano: una delle quattro che ornarono il “belvedere” di Palazzo Medici almeno fino agli anni ’60 del ‘900 e che poi scomparvero.
Nel 1853 Gregorovius scalò una prima volta il Vesuvio fino alla chiesa di San Salvatore e vi comprò un’ottima colazione e una bottiglia di “lacrima” dal parroco di Resina, don Michele, che aveva giurisdizione e tutela sul lucrativo luogo. Pochi giorni dopo Gregorovius salì sul vulcano lungo la lava del ’50, tra i singolari villaggi di Boscoreale e Boscotrecase, in cui lo storico dice – una mitologia a rovescio – di non aver trovato un bel viso, avendo la popolazione l’aria selvaggia, timida e povera, e di aver chiesto invano – in un’osteria di Boscoreale – della frutta: si sfamò, infine, con le carrube rubate a un cavallo. Gregorovius andò poi a Nola, per la festa di San Paolino. In una taverna vide gli avventori consumare festosamente pantagrueliche porzioni di pasta e di abbacchio e bere copiosamente vino non da bicchieri di vetro, ma da anfore.
Il particolare scosse la sua immaginazione nell’assopimento che l’afa e il vino favorivano, e la sbrigliò dietro alle storie di Marcello e di Annibale, di Augusto morente, di Livia e di Tiberio. Salendo al Monastero di Sant’Angelo, Gregorovius vedeva ormai il mondo nella luce e nei colori di Corot. In questa luce gli apparve, circondata dalle sue belle nipoti, una matrona di circa 80 anni, d’una bellezza classica, alta e robusta, avvolta in una veste lunga dalle abbondanti pieghe, di seta color cremisi, con un largo orlo di broccato d’oro, la vita alta, alla maniera greca. Cento anni dopo, nella trattoria “All’insegna del pesce vivo”, di fronte allo scoglio di Rovigliano, mentre il cameriere gli serviva datteri di mare in salsa pepata simile al “gustaticum” dei Romani, Amedeo Maiuri non poté non ricordare che tra le rovine di Pompei erano state trovate reliquie dei gusci di datteri di mare. E quando un ragazzo e la sua ragazza dai neri occhi lampeggianti, consumato il pranzo, balzarono su una lambretta e si allontanarono in fretta, l’archeologo li “vide” come il Centauro e la Nereide galoppanti sulle onde, incisi a sbalzo su una coppa che anni prima egli aveva dissepolto dalla terra pompeiana.
Ma le emozioni e la penna dell’archeologo si raffreddano quando descrive la gita a Ottaviano. Vi si reca nel 1947, su invito di alcuni studenti universitari, in cui la passione della ricerca era stata riaccesa dalla scoperta “lungo la pendice di un costone che sovrasta il Castello del Principe di alcune sode muraglie, di un pavimento ricoperto d’una spessa fodera di cacciopesto, d’un ammasso di cocciame, di ferramenta rugginose e di molti pezzi di intonaco dipinto.”. Maiuri spegne l’entusiasmo di quei giovani: sono solo “rovine povere” di una masseria, anche se è la più alta masseria antica del Vesuvio: bisogna pur darlo un contentino all’entusiasmo degli studenti. “Spettava dunque a Ottaviano il vanto di essere uno dei maggiori centri di produzione di vino vesuviano, di quel vino che prima di prendere il titolo troppo lambiccato di Lachryma Christi e di trasparire incappucciato e costellato di medaglie e di diplomi entro una magra bottiglia, si chiamava più semplicemente e onestamente, sulle anfore vinarie di Pompei, Vesvinum vinum”.
I giovani riaccompagnano Maiuri alla stazione: e qui, mentre aspettano l’arrivo del treno, uno di essi, citando a memoria Tacito e Svetonio,lo incalza perché ammetta che Augusto è morto a Ottaviano. “Per buona sorte -scrisse il Maiuri – il treno arrivò in orario e io potei sottrarmi all’obbligo di dirimere la questione che stava più a cuore ai miei amici di Ottaviano. ”. L’ironia di Maiuri non risparmia nemmeno i fratelli Matrone che, tra le due guerre mondiali, vollero “aggredire il vulcano, continuando a ponente la vecchia via borbonica dell’Osservatorio e ampliando e rettificando a levante la vecchia mulattiera di Boscotrecase.”. Un azzardo: avrebbero fatto meglio a godersi in pace la rendita dell’uva e delle albicocche, invece di seguire l’esempio dello zio Gennaro Matrone, che, “infervorato nella ricerca del porto di Pompei e della salma di Plinio, sacrificò per quella ricerca i più bei campi di pomodori e di verze della pianura pompeiana e si tirò addosso i malumori dell’archeologia ufficiale”, ma trovò una bella statua in bronzo di “Ercole che liba”, che da allora è nota come Ercole Matrone.
I due fratelli lavorarono “prima d’amore e d’accordo alla strada di Boscotrecase, risalendo il fiume di lava del 1906 fino alla bocca di uscita, e affidando i turisti alla locanda di “ Paneperso ”, ove, a dispetto di quel nomignolo scanzonato, l’oste vesuviano preparava, con pizze infuocate e generose bevute di Lacryma Christi, il miglior viatico per l’ascensione. Poi ognuno prese la sua via, uno a ponente, l’altro a levante, e il Vesuvio restò spartito fra due strade rivali e fraterne”. A noi non resta che domandarci quale sarebbe stato il destino del Vesuviano di qua, se gli archeologi pompeiani avessero guardato con occhi imparziali i segni che venivano fuori dalle terre di Somma, di Nola, di Ottaviano. Per sua e nostra fortuna, Somma ha poi sollecitato l’attenzione di un grande archeologo, il prof. De Simone.







