Vedo che il mio libro “I briganti del Vesuvio” viene talvolta citato come documento del fatto che anche Vincenzo Barone e Antonio Cozzolino Pilone divennero briganti – i briganti del Vesuvio-per combattere l’Italia “piemontese” costruita sulle rovine della monarchia borbonica e per alimentare la speranza che i Borbone potessero “tornare”. Ma le motivazioni dei briganti erano molto più complesse: e dunque dedicheremo altri articoli all’argomento, che, come vedremo, ha una sua attualità. Anche allora la camorra vesuviana si schierò contro i “ribelli”: lo vediamo nei fatti accaduti tra Cisterna e Pomigliano nell’aprile del 1861.
Nelle terre ad est del Vesuvio la stagione del brigantaggio si inaugurò nel segno della tragicommedia. Gli entusiasmi del momento, il desiderio spesso sincero di fare qualcosa contro le minacce del legittimismo borbonico e la voglia di mettersi in mostra produssero non pochi interpreti di una “maschera” nuova nel grande teatro della napoletanità: il “galantuomo” che, indossati i panni di ufficiale della Guardia Nazionale, si sente un Cesare o un Garibaldi, e agisce di conseguenza, e così si descrive in fragorosi commentari, in cui – osservava sarcastico Silvio Spaventa – questi condottieri “si brigano di dare lezioni strategiche”, dopo aver atteso “con sgomento che il male si compia senza far nulla contro”.
In verità Gaetano Martinez, comandante di distretto della Guardia Nazionale di Napoli, quando il collega Errico Giova, capo della Guardia Nazionale di Somma, gli comunicò i nomi di alcuni borbonici che si apprestavano a mettere a ferro e a fuoco le terre tra Cisterna e Pomigliano, non aspettò che il male si compisse. Mise insieme una robusta “mano” di carabinieri e di guardie “vestite alla cacciatora” e, nel cuore della notte dell’8 aprile 1861, piombò su Cisterna. Il posto della G.N. era chiuso e il piantone, che dormiva all’interno, in un primo momento rifiutò di aprire la porta, nonostante gli ordini concitati: poi, essendosi convinto che non di briganti si trattava, ma di forze dell’ordine, aprì e accompagnò il Martinez e i suoi dove desideravano andare, al palazzo del parroco Mansi, che doveva essere arrestato. Il parroco però non fu colto di sorpresa. Per circa un’ora attraverso la porta che restava saldamente sbarrata discusse con il Martinez dichiarandosi innocente.
Ma quando capì che quello non se ne sarebbe andato senza di lui si attaccò alle campane e le suonò a stormo. I parrocchiani risposero subito all’appello, “facendosi sotto in folla armati con armi di campagna e lunghe mazze.”. Il Martinez agì con cesariana prontezza: schierò i suoi in difesa, rafforzando le ali: poi, mentre due guardie, rotto l’accerchiamento, correvano in carrozzella nei paesi vicini a raccogliere rinforzi e altre due guardie, “con non poco rischio”, si arrampicavano sul campanile e tagliavano le funi delle campane, egli avanzò ad arringare la folla e a svelare, forse imprudentemente, di essere venuto a far piazza pulita dei borbonici. A lungo predicò con moderazione: ma quando gli dissero che stavano per entrare in paese schiere di guardie nazionali e di carabinieri partiti da Pomigliano a piedi, a cavallo, in carrozza, “finalmente allora dalle parole di preghiera” passò alla minaccia e dichiarò, irritato e severo, che “al più piccolo movimento” avrebbe dato alle fiamme il paese. Cessò subito “la insurrezionale resistenza” del parroco che in carrozza, e sotto buona scorta fu inviato alla Questura di Napoli.
Quella notte partì da Pomigliano un lungo corteo di carrozze che portò nelle carceri i cospiratori: il canonico Aniello De Falco e l’avv. Giuseppe Cirino di Pomigliano, il canonico Fontana di Licignano e altri borbonici di più piccolo taglio. Il Martinez scrisse in stile tragico una lunga relazione sull’impresa al marchese Ottavio Tupputi, comandante in capo della G.N. di Napoli e della Provincia. Egli chiese, tra l’altro, che fossero “degnamente rimunerati e gratificati” gli informatori del Giova, Raffaele Pipolo, Sabato Di Palma e Pasquale Scarpati. Era, lo Scarpati, un “lavoriere di San Sebastiano condannato dalla polizia borbonica alla relegazione perpetua a Ischia” per aver assassinato una guardia del Palazzo Reale di Portici. All’arrivo dei garibaldini gli era stato facile far passare per politico il delitto. Poi, riconsiderando i Piemontesi il delitto dallo stesso punto di vista dei giudici borbonici, lo Scarpati aveva cercato di riconquistare il favore dei nuovi padroni guidando, a Massa di Somma e nei Comuni limitrofi, la caccia ai filoborbonici, veri o presunti.
Martinez non sapeva, o fingeva di non sapere, che Pasquale Scarpati era membro influente di uno dei più importanti gruppi camorristici delle terre vesuviane, collegato con i contrabbandieri Borrelli: un gruppo che nel giugno del ’62 avrebbe organizzato lo sgangherato sequestro del negoziante di pelli L. Cuocolo, dopo aver fatto, nel ’61, il doppio gioco tra Vincenzo Barone e le forze dell’ordine. Nel ’63 Raffaele Pipolo avrebbe messo a ferro e a fuoco il territorio di Pomigliano: nelle sue gesta sarebbe difficile trovare, anche in minima misura, motivazioni politiche.




