L’ “immegliamento dei vini vesuviani” fu l’ultimo grande progetto del Reale Istituto di Incoraggiamento, che nel 1847 incaricò Vincenzo Semmola, fratello di Mariano, luminare della Medicina napoletana, di censire le uve del Somma-Vesuvio.
Nel 1830 gli esecutori testamentari che esaminarono, per l’inventario, la cantina della casa napoletana del Cavaliere Luigi de’ Medici, la cui famiglia possedeva centinaia di moggia di vigneti vesuviani, vi trovarono ” 48 bottiglie di Porto, 150 di Stella, 282 di Madera, 30 di Bordeaux, 17 di Sauternes, 41 del Reno di prima qualità, 19 di seconda qualità, 50 di Setubal, 4 di Costanza, 2 di Tokay, 13 di Alicante, 20 di Buneles, 12 d’Ungheria, 23 di Ermitaggio, 12 di Grande Ermitaggio, 5 di Nizza, 10 di Xeres, 12 di Aleatico, 45 di Champagne, ma di seconda qualità.”. Il nipote Giuseppe, erede universale dello statista, non trovò nella cantina nemmeno una bottiglia di vino vesuviano e proprio allora, forse, decise che avrebbe dedicato ingegno e capitali all’ “immegliamento” di quel vino. Nel 1847 il Reale Istituto di Incoraggiamento incaricò l’avvocato Vincenzo Semmola di investigare palmo a palmo i vigneti vesuviani e di descrivere analiticamente i metodi di coltivazione della vite e le tecniche di produzione del vino. I risultati della meticolosa indagine, durante la quale l’avvocato ebbe come guide “ i mastri di vigna e di cantina “ del Principe di Ottajano, confluirono in una articolata relazione, letta ai membri del Reale Istituto nella seduta del 3 febbraio 1848.
Il Semmola dovette fare i conti prima di tutto con la varietà dei nomi, poiché molti contadini non andavano oltre la distinzione delle uve in bianche e nere: erano ” universali ” solo i nomi delle uve aglianica, catalanesca, olivella, moscadella. L’uva rosa a Napoli era conosciuta come ” uva signora o pane “, la sanginella a Somma la chiamavano jelatella, la castagnara era nota anche come santamaria, l’uva voccuccio come catalanesca nera. Alcune specie prendevano il nome – supponeva il Semmola- da colui che le aveva coltivate per primo: la tarantino, la ferrante, la priore, la donottavio, la capotuosto, la pernice. Don Vincenzo classificò e descrisse con grande cura 112 varietà di uva, innervando le schede scientifiche delle più note con qualche tocco di vivo colore. La bacca della piedipalumbo, o palombina è ” piuttosto piccola, quanto una palla di fucile di mezza oncia, di color nero, molto sugosa e dolce: dà ottimo vino e amabile “. Il tralcio della coda di cavallo, ” vitigno gagliardo e lussureggiante di tralci, è color legno cinericcio ” e ” il germoglio novello verde chiaro gradatamente biancheggia con liste color legno “. Il vino della nera olivella ” è gentile a un tempo e spiritoso “, mentre quello della nera lugliese, oltre ad essere spiritoso, è anche ” austero a cagione della buccia “. Della catalanesca scrive il ricercatore: “ottima da tavola. Il vino scarso ma generoso, aromatico e grato: si suole unire alle altre uve bianche e dà nerbo a questo vino. Si coltiva generalmente più per vendere il frutto in piazza che per far vino, superando in dolcezza e sapore quella di qualunque altro luogo“. Il vitigno della nera aglianica verace è gentile.la bacca è piuttosto piccola e rotonda, di un bel nero lucido, molto sugosa, dolcissima e graditissima al palato: molto colorito il succo: buccia sottile; dà ottimo spiritoso e dilicato vino.
Non meritano elogi le nere guarnaccia e coda di volpe, mentre dell’uva greca dice il Semmola che è un vitigno gentile, dalla bacca ” piccola, rotonda, biondeggiante, dura la buccia, tenace, aspra e poco sugosa. Unita alle altre uve bianche si ha il famoso vino greco: scarseggia in frutto. E’ molto raro nei terreni alle falde del Vesuvio; più abbondante in quelli alle basi e falde del Somma. “. Buono, e non di più, è il vino della falanghina,” vitigno sufficientemente vigoroso”. La mistura delle uve bianche dei vigneti più alti dava quel ” vino eccellente ” che a Somma era chiamato greco, e ” da Portici a Bosco lacrima bianca “: Le ” lacrime ” dell’uva “nera” Semmola le distingueva in mezza lacrima, e in lacrima fina, in base alla fascia da cui le uve provenivano, pur riconoscendo che ” se si volesse un vino per eccellenza squisito, generoso, amabile e aromatico, dovrebbesi fare scelta delle uve, e prediligere l’aglianica, sia verace che di Sanseverino, la pignola, l’olivella, la dolciolella, la capotuosto, la palombina, la priore…“. Era ferma convinzione dell’avvocato che i vini dei terreni a sud e a ovest del Vesuvio fossero superiori a quelli prodotti dai vigneti a nord e a est del Somma.
I lussureggianti vigneti delle terre vesuviane apparivano a Semmola il regno del disordine. L’incuria e l’avidità dei coltivatori facevano sì che ” si allevassero alla rinfusa tante razze, e buone e malvagie “; le viti erano ” tenute senza metodo costante, a pancate o ad arboscelli, “ e spesso diventavano così alte che bisognava sostenerle, ” con grossa spesa “, con un palo lungo e robusto, e i filari risultavano tanto vicini che, legati i festoni, si formava come un ininterrotto pergolato: i chicchi, oppressi dall’ombra e tenuti lontani dai raggi del sole e dalla circolazione dell’aria, non giungevano a perfetta maturazione. Nei vigneti di Casa Medici tra Ottajano e Terzigno Semmola trovò i segni dell’ immegliamento: i filari scorrono da mezzogiorno a settentrione” e sono divisi in “poste “ordinate in modo che ogni quattro poste costituiscono un quadrato equilatero:e questa disposizione viene per quelle contrade conosciuta col nome di quadro e squadro. Semmola condivise la dottrina dei “mastri” di Giuseppe IV Medici: soprattutto se la stagione è stata piovosa, bisogna “ sfollare” i pampini, per favorire la “libera circolazione dell’aria” e per evitare che i grappoli restino “inviluppati tra le foglie”. Ovviamente, non bisogna esagerare: “ il fogliame è l’organo essenziale alla maturazione.. e intorno a ciò l’esperienza mi ha reso istruito essere più necessaria al frutto la libera circolazione dell’aria che la diretta azione del sole.
E questi sono i nomi più strani: tra le uve nere “fetecci, spollecarella, pruna, vetrancone, porchiacchella, scassacarretta, zizza di vacca, zitara, penzola, groja” e tra le bianche: “campanella verace e campanella bastarda, soricella e micco.”. Semmola censì anche 29 varietà “anonime”: 19 di uva nera e 10 di uva bianca.









