L’ottavianese Michelangelo Ambrosio, “eccellenza” italiana -e non solo italiana- nel campo della Fisica Nucleare, ci racconta i giorni della sua fanciullezza trascorsi presso i nonni materni, nella comunità rurale di Madonna degli Angeli a Fondi. E’ un libro affascinante, perché l’autore sa che le cose “vivono” e svelano, a chi sa interrogarle, gli affetti, le idee e i simboli che sono “depositati” in esse, come diceva Remo Bodei. E il prof. Ambrosio sa ascoltare le cose, da scienziato e da poeta.
Quando sento i sapientoni di oggi cianciare che il Liceo Classico di un tempo non dava spazio alla matematica, alla fisica, alle scienze, mi viene voglia di dire a queste “macchiette” che solo tra il 1964 e il 1966 al Liceo Classico “A. Diaz” di Ottaviano conseguirono la licenza liceale Franco Cammisa, che avrebbe poi diretto gli altiforni dell’ Italsider di Bagnoli, Gerardo Montanino, che venne nominato “direttore operativo del Gestore servizi energetici”, Gaetano Capasso, che progettò il “Mav” di Ercolano e collaborò con gli Angela. E conseguì la licenza liceale Michelangelo Ambrosio, che “ha ricoperto il ruolo di Dirigente di Ricerca dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, partecipando a numerosi esperimenti presso i laboratori di Frascati, del CERN di Ginevra e del Gran Sasso, oltre che in Inghilterra, in Argentina e in diversi altri Paesi”. Il prof. Ambrosio ora racconta, in uno splendido libro, i tempi della fanciullezza trascorsi a Fondi nella casa dei nonni materni, “una struttura spoglia di ogni comodità, essenziale, come tutte le case di campagna dei contadini di allora, nell’immediato dopoguerra. Il mobilio era ridotto all’osso, c’erano poche stanze, niente riscaldamenti, niente elettricità, né impianti idrici e neanche sanitari.” .Ma in una capanna c’era il forno, e a terra, tra quattro pietre, si poteva accendere il fuoco e cucinare con la pignatta di creta. Credo che Michelangelo Ambrosio abbia scritto questo libro per dirci che non bisogna dimenticare il passato, perché nel passato ci sono le radici e il senso del presente; per ringraziare il padre e la madre che, con una vita di duro lavoro e di sacrifici, gli permisero di frequentare il Liceo e l’Università; per rivelarci che proprio nella campagna di Fondi, e grazie alle riflessioni dei nonni, degli zii e dei contadini del territorio egli incominciò a capire che la Natura è Vita ed è Energia. Notevole è, in questo libro, il ruolo delle cose: non è solo un decorativo omaggio alla società contadina, è il concreto riconoscimento che quelle cose erano e sono la testimonianza solida, reale dei valori morali e sociali che i nonni e i genitori hanno trasmesso a Michelangelo Ambrosio e che hanno illuminato e illuminano il suo cammino e la rete delle sue relazioni. Avevano ragione Husserl e Remo Bodei: la coscienza “ è sempre coscienza di qualcosa: non esiste da un lato la coscienza e dall’altro la cosa, da una parte il soggetto e dall’altra l’oggetto. Si dà sempre un legame “intenzionale” – bipolare, inscindibile e costitutivo – che precede la loro separazione: non siamo staccati dal mondo e non esiste un soggetto che si aggiunga a posteriori all’oggetto” (Remo Bodei). Le sorgenti del territorio di Fondi “mi affascinavano – scrive Michelangelo Ambrosio -. Acqua purissima che scaturiva incontaminata dalla viva roccia. Amavo immergere le mani a coppa nell’acqua limpida e bere dalle mani o farmi scorrere l’acqua sul viso chiudendo gli occhi come a purificarmi”: in poche frasi è tessuta una trama di gesti, di simboli, di valori. Notevoli sono le pagine dedicate all’allevamento delle api, con il ricordo di quando il nonno fece, per la prima volta, il miele, e di quando il ragazzo ottavianese vide come le api si difendevano dal caldo torrido: “ si dispongono all’imboccatura e agitano velocemente le ali in modo da ventilare il nido. Grandioso veramente”. E poi il racconto della vendemmia, e le scene del nonno che va a pescare le anguille, della macellazione del maiale, della preparazione di prosciutti e delle salsicce “ appese in lunghi serti su canne tese tra ganci sotto il tetto della cucina in prossimità del camino… come descrivere i profumi, gli odori, le sensazioni di quei momenti? Il maiale era la ricchezza di una famiglia e ne assicurava il sostentamento per molti mesi. Il lavoro di squadra coinvolgeva grandi e piccini rafforzando legami e radici. E il calore del fuoco acceso nelle giornate invernali spandeva ovunque il profumo dell’abbondanza. “. Le pagine in cui Michelangelo Ambrosio descrive la raccolta delle olive e i “rancelloni” usati per conservarle hanno svegliato anche in me ricordi che si erano addormentati nell’oblio. E ho “visto” mio padre mentre in cucina controllava il fuoco per preparare le olive in salamoia. Nelle ultime pagine il prof. Ambrosio parla dei lutti di famiglia: e in una circostanza la malinconia diventa un “urlo a Dio”, un urlo “senza ritegno”. Mi auguro che Michelangelo Ambrosio presenti il suo libro anche a Ottaviano.



