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Melania Rea, venti anni a Parolisi, i giudici escludono l’aggravante della crudeltà

melaniaLa Corte d’Assise d’Appello di Perugia che ha ricalcolato la pena dopo la Cassazione ha deciso per una pena di vent’anni, dieci in meno per l’ex caporalmaggiore già condannato con il rito abbreviato. No alle attenuanti.

«Melania ha avuto giustizia ma nessuno potrà ridarcela indietro». Così dice Michele Rea, il fratello di Melania, dopo la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Perugia che ha condannato Parolisi a 20 anni. «Ciò nonostante – ha evidenziato il fratello sempre  presente a tutte le udienze – è molto dura andare avanti». Lui, l’ex caporalmaggiore che secondo i giudici è l’assassino della moglie, avrebbe appreso della condanna dalla tv, nella sua cella del carcere di Teramo dove tra pochi giorni riceverà la visita dei suoi avvocati, Valter Biscotti e Nicodemo Gentile. Proprio Gentile ha oggi ricordato che quello di oggi è stato «un segmento di processo che riguardava solo la pena». «Non sono state concesse le attenuanti generiche e ora – ha aggiunto – dovremo valutare per quali motivi la Corte lo abbia fatto. Attendiamo le motivazioni e faremo le nostre scelte». Infatti anche questa decisione può essere impugnata in Cassazione.

«Sicuramente c’ è la strada di Strasburgo ma ancora è presto per valutarla. C’è stata comunque la riduzione che ci aspettavamo per l’aggravante della crudeltà». Per l’avvocato Biscotti «quello della Corte d’assise d’appello di Perugia è stato di fatto un calcolo obbligato». «Ha infatti dovuto escludere – ha proseguito – l’aggravante che avrebbe portato la condanna all’ergastolo e quindi per la scelta del rito abbreviato la pena è passata da 30 a 20 anni». «Questo processo – ha detto ancora l’avvocato Biscotti – è stato  sempre pieno di ombre e di dubbi che rimangono ancora. Appena possibile, ricorreremo alla Corte di Strasburgo per ottenere il riconoscimento che Parolisi non ha avuto un processo giusto. Quando lo vedremo in cella – ha concluso l’avvocato Biscotti – gli diremo che la battaglia processuale va avanti».

Il processo era approdato alla Corte di Perugia dopo che la Cassazione aveva confermato la sua condanna lo scorso 11 febbraio e contestualmente aveva disposto l’esclusione dell’aggravante della crudeltà rinviando a Perugia per ricalcolare la pena. I difensori del caporalmaggiore stamattina avevano chiesto anche la concessione delle attenuanti generiche. «Non sono state concesse le attenuanti generiche – commentano ancora i legali  – adesso dobbiamo valutare per quali motivi la Corte non ha ritenuto Parolisi meritevole di queste pur se avrebbero spostato comunque poco.

C’e’ stata, invece, la riduzione che ci aspettavamo per quanto riguarda l’aggravante della crudeltà». L’udienza è cominciata stamane alle 9 e il sostituto procuratore generale Giancarlo Costagliola ha chiesto la riduzione da 30 a 20 anni di reclusione con l’esclusione dell’aggravante della crudeltà. Il magistrato ha invece sollecitato che all’ex caporalmaggiore dell’Esercito non fossero concesse le attenuanti generiche. La difesa aveva chiesto, a sua volta, un «doppio sconto» di pena.

Era il 18 aprile 2011 quando Melania Rea, 29 anni – giovane mamma di Vittoria e originaria di Somma Vesuviana – scomparve sul Colle San Marco di Ascoli Piceno, dove era andata per trascorrere qualche ora all’aria aperta insieme al marito, Salvatore Parolisi, militare del 235esimo Reggimento Piceno, e alla loro bambina Vittoria, allora solo 18 mesi. Secondo quanto verrà riferito da Parolisi, l’unico in grado di confermare questa circostanza, la donna si allontana per andare in bagno in uno chalet. Nessuno però, si apprenderà in seguito, l’ha mai vista entrare. È lo stesso marito, trascorsi una ventina di minuti, a dare l’allarme: Parolisi chiama i soccorsi e fa scattare le ricerche. Il corpo della donna viene scoperto due giorni dopo, il 20 aprile, in seguito alla telefonata anonima di un uomo che, intorno alle 14.30-15.00, avverte il 113 da una cabina telefonica pubblica del centro di Teramo ma che non verrà mai rintracciato.  Il cadavere è poi ritrovato in un bosco di Ripe di Civitella, nel teramano, a circa 18 chilometri di distanza da Colle San Marco, poco lontano dalla località chiamata Casermette, dove si svolgono esercitazioni militari di tiro. Presenta ferite di arma da taglio e una siringa conficcata sul corpo.

L’autopsia, eseguita dal medico Adriano Tagliabracci, appurerà che la giovane donna è stata uccisa con 35 coltellate, ma non vengono trovati segni di strangolamento e nemmeno di violenza sessuale. Accanto al corpo, il suo cellulare con la batteria scarica. Più tardi viene ritrovata anche un’altra sim card. Il segnale del cellulare sarebbe stato attivo fino alle 19 circa. Poi, non si hanno più segnali. Parolisi non viene da subito iscritto nel registro degli indagati. L’avviso di garanzia gli viene notificato il 29 giugno 2012, a più di due mesi dall’omicidio della moglie. L’arresto arriva invece quasi un mese dopo: a chiederlo il procuratore di Ascoli Piceno Michele Renzo e il sostituto Umberto Monti. A disporlo il gip Carlo Cavaresi, che il 19 luglio lo fa arrestare. Per il primo giudice che lo spedisce dietro le sbarre, Parolisi avrebbe ucciso la moglie  a causa della situazione che si era creata con l’amante.

La misura cautelare in carcere verrà confermata dalla Corte di Cassazione il 28 novembre del 2011: a 7 mesi dal delitto la prima sezione penale della Suprema Corte respinge il ricorso presentato dalla difesa del caporalmaggiore che chiedeva di ribaltare l’ordinanza del Tribunale del Riesame dell’Aquila. Giudicato con rito abbreviato, concesso il 12 marzo del 2012 dal giudice Marina Tommolini, Parolisi viene condannato all’ergastolo il 26 ottobre del 2012.  A Parolisi il Gup commina anche tutte le sanzioni accessorie, compresa la perdita della patria potestà genitoriale, stabilendo inoltre il pagamento di una provvisionale di un milione a favore della figlia Vittoria e di 500mila euro per i genitori di Melania. Il 30 settembre 2013 arriva la sentenza di secondo grado: Parolisi è condannato a 30 anni dalla Corte d’Assise d’Appello dell’Aquila. Nel ricorso presentato dai suoi legali Walter Biscotti e Nicodemo Gentile, insieme anche al noto penalista Titta Madia, la difesa di Parolisi chiede alla Corte di Cassazione di annullare la sentenza di condanna. Il 10 febbraio 2015 la Cassazione annulla l’aggravante della crudeltà nei confronti di Salvatore Parolisi. Questa mattina ancora un tassello della lunga vicenda giudiziaria.

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