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Luigi de’ Medici organizzò le selve del Somma-Vesuvio, controllate da 50 guardiaboschi…

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Mentre le fiamme devastano le selve di Terzigno, penso all’enorme contributo che esse hanno dato al progresso economico e sociale del territorio. E qui non parlo dei vigneti. Parlo dei castagneti e, in particolare dei cerri, le cui travi, lisce e diritte, erano impiegate nella costruzione delle navi e nel consolidamento dei soffitti. Non è un caso che sia stato Luigi de’ Medici a regolare tra il ’22 e il ’24 lo sfruttamento di questo tesoro, che per la sua consistenza aveva convinto la famiglia fiorentina a comprare nel 1567 il feudo di Ottajano, indicato negli atti notarili come il “Bosco”. Correda l’articolo l’immagine di un quadro di Oswald Achenbach.

Nel 1816 Luigi de’Medici sollecitò il Decurionato di Ottajano a mettere ordine nel caos dividendo le selve demaniali, che costituivano da sole il 40% del patrimonio boschivo del Somma – Vesuvio, in 7 sezioni, in cui, a rotazione sarebbe stato tagliato il legname, in modo da garantire al Comune un’entrata fissa e consistente. Le 7 sezioni, definite con una delibera del 1818, furono: Profico, che comprendeva le selve Profico, Montagnola e Cicogna, lungo il vallone di Chiellone; Bocca di Lupo, con una parte della selva omonima, e con le selve Toro Alto e Scoppa grande; Campitello,di cui facevano parte la selva Campitello, il resto della Bocca di Lupo e la Tigoli; Selva piana del Fico; Paliata, che comprendeva le selve Paliata e Finelli; Cerri, con le selve Pumice e Piscinale; Guastaferri. Pur tra molte polemiche i decurionati cercarono di salvare il diritto dei cittadini di “legnare il secco e il selvaggio “e di raccogliere nelle selve che avevano più di 5 anni arbusti selvatici e le foglie secche delle querce”. Gli abitanti della “terra di Ottajano” potevano raccogliere anche “le frasche secche giacenti a terra ma senza condurre seco nella raccolta alcun ferro da taglio”: i “monaci”, gli alberi maturi per il taglio, non potevano essere toccati: e ove si disseccassero, solo i guardiaboschi potevano autorizzare l’abbattimento.  L’appalto dei “tagli” fu un affare lucroso, che attirava capitali ingenti, anche di società napoletane: lucroso sia per la consistenza dell’utile netto, sia perché quasi mai gli appaltatori versarono per intero la somma offerta per vincere la gara.  Il Vesuvio rovinava e salvava. Nel 1826 per il taglio delle selve “Paliata e Finelli” Michele Fasani vinse l’asta offrendo una cifra enorme, 2500 ducati, quasi mille in più del suo rivale Antonio Iovino: ma, dopo una snervante serie di liti giudiziarie, pagò poco più della metà della somma offerta. Affari di tali dimensioni e tanto esposti ai maneggi illegali scatenarono memorabili scontri, in cui, come spesso accade, gli affari privati presero colore politico. E’ quasi certo che per quasi tutto l’Ottocento i partiti all’interno del Decurionato e del Consiglio Comunale di Ottajano si costituirono anche in base agli interessi dei “bottari”, dei sensali del vino e degli appaltatori del legname silvano. Il Somma – Vesuvio fu veramente, come si dice oggi, con bruttissimo termine, il “volano” dell’economia del territorio. Completato il taglio della sezione, si faceva lo “sfollamento”, cioè la pulitura del terreno. Le fascine raccolte venivano vendute e il Comune stabiliva quanta consistenza dovesse avere ognuna di esse. Nel 1855 un perito agrario di Pimonte, Antonio Somma, fu chiamato da Sindaco di Ottajano a verificare, per un compenso di 6 ducati, se “la liga dei fascìni” della sezione “Paliata Finelli” fosse stata fatta dall’appaltatore secondo i criteri fissati nel bando della gara d’appalto. E il Somma, dopo accurato controllo, sentenziò che ogni fascina sistemata dagli operai dell’appaltatore pesava quasi il doppio di quel che doveva. Luigi de’ Medici organizzò anche tre squadre di guardiaboschi – in tutto 50 guardie – e ne affidò la guida a Giuseppe Liguori “del Terzigno”, a Nicola Russo di San Giuseppe e a Pasquale Leccese di Ottajano. Vigneti e oliveti del Vesuvio sollecitarono gli appetiti della delinquenza organizzata: nel 1845 il sindaco di Ottajano Carlo Saverio Bifulco usò per la prima volta in una seduta del Decurionato – del Consiglio comunale – la parola “camorra” denunciando i poco nobili comportamenti della “camorra dei bottai – sensali”: ne ho parlato ampiamente in un articolo di cinque anni fa. Prossimamente parlerò del clan della camorra nolana che negli ultimi anni dei Borbone cercò di mettere le mani sul commercio dell’olio del Vesuvio. Ma anche i cerri scatenarono una guerra: quando, nel 1890, si stabilì di costruire la tratta Napoli – San Giuseppe della “Vesuviana”, fu pubblicato un bando di appalto per la fornitura di traversine ferroviarie in legno di cerro. Si contesero l’affare famiglie di Ottajano e famiglie di Pollena: vinsero gli Ottajanesi, dopo una vera e propria battaglia combattuta non solo con carte e parole. Ma fermiamoci qui.

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