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Lo stabile, circondato da una immensa campagna, si trova nella frazione di Rione Trieste detta “Pigno”. Appartenuto ai nobili Caracciolo e Perez Navarrete, rischia di scomparire per causa della fatiscenza della struttura che peggiora di giorno in giorno.

Le prime notizie storiche sulla masseria risalgono al 1667. All’epoca il podere era di proprietà di Gennaro Rocco e successivamente di Giacinto Rocco.  Fu poi concesso al Pio Monte della Misericordia, come afferma il compianto prof. D’Avino Raffaele. Non si conosce come sia avvenuto, in seguito, il passaggio dell’intero possedimento al nobile Oliviero Caracciolo e successivamente ai suoi nipoti Giuseppe e Domenico, figli di Porzia Caracciolo e Claudio Albertini. Furono, però, quest’ultimi – continua D’Avino –  a vendere a Don Saverio Perez Navarrete nel 1691 la masseria che fu del nonno Oliviero. Saverio era uno dei dieci figli di Antonio, fondatore del ramo napoletano dei Perez Navarrete, e della nobildonna Ippolita d’Azzia.

Antonio Perez Navarrete nacque a Logrono, capoluogo dell’omonima provincia spagnola attraversata dall’Ebro, nel 1596. Arrivò in Italia come studente universitario nel Collegio di San Clemente degli Spagnoli a Bologna. Nel 1632 si trasferì, dapprima, nel Regno di Napoli in qualità di Uditore di Terra di Bari, e, successivamente, a Napoli nel 1635 dove venne nominato Giudice Civile.  Nel 1655, la moglie Ippolita ereditò, per una serie di circostanze fortunose, i feudi e i titoli della famiglia materna che permisero al coniuge Antonio di fregiarsi del titolo di marchese di Laterza e conte di Noja.

Nel 1744 la masseria, come ci conferma il Catasto Onciario della Terra di Somma, comprendeva un territorio di cinquantaquattro moggia di terreno. E’ facile che all’epoca la proprietà fosse passata a Don Francesco Giuseppe Perez Navarreta (1707 – 1771), 1° Duca di Bernalda, Marchese della Terza (Laterza) e Cavaliere Napoletano. Gli ultimi due titoli sono quelli che abbiamo ritrovato attualmente segnalati nel librone catastale; mentre l’altro titolo, Duca di Bernalda, lo troviamo attestato nella matrice di popolazione della Terra di Somma del 1819. L’intera masseria era tenuta a censo una metà, ventisette moggia, da Onofrio (Rocca) e famiglia Aliperta e l’altra metà da Gioacchino Aliperta e fratelli. Il podere, sito nel luogo detto lo Pigno, con casino, taverna ed altre abitazioni, era circondato da un terreno arbustato, vitato e fruttato. Confinava con i beni dei PP. Certosini di San Martino e quelli del Sacro Monte della Misericordia di Napoli. La rendita stimata per anni era di trecento ducati con una tassazione definitiva di mille oncie.

Nel 1830 la masseria la troviamo di proprietà di tale Giovanni del Giudice, come attestano gli atti dell’epoca del notaio Nicola d’Arienzo. E’ di questa epoca, quindi, lo stemma marmoreo che biancheggia, ancora oggi, sul portone, ad ampio fornice, che immette nel vecchio stabile. Le iniziali G.D.G. attestano, infatti, il passaggio di Giovanni del Giudice. Più tardi, per motivi legali, dopo vari giudizi incardinati dal Tribunale Civile di Napoli e dopo varie decisioni amministrative, il complesso fu aggiudicato agli eredi di Don Gabriele Guerra. Da questo periodo in poi, il dominio fu tenuto dagli eredi di Don Gabriele Guerra e legittimato il diritto alla proprietà, si arrivò all’acquisto del podere da parte dell’Ospedale Diocesano di Muro Lucano in Basilicata, rappresentato dall’allora Vescovo, Mons, Tommaso Giglio, in virtù dell’atto di compravendita del notaio Francesco del Giudice di Napoli in data 20 settembre 1848. Il Vescovo aveva acquistato il podere dagli eredi di Don Gabriele Guerra, che tra l’altro era stato anche fondatore del medesimo ospedale della Diocesi di Muro Lucano. Da allora fino all’ulteriore vendita del 1931 a favore degli attuali proprietari Aliperta e Mosca, si sono verificate anche altre vicende possessorie con numerosi atti annullati, che hanno inciso sul podere.

Lo stabile, come riferisce l’ing. Vincenzo Romano – fu utilizzato come lazzaretto durante il periodo del colera del 1884 e poi suddiviso in più proprietari. Oggi tutto il complesso versa in pessime condizioni con parti, addirittura, crollate. I vecchi proprietari, da oltre sessanta anni, non sono mai intervenuti. L’intera struttura è composta da un cellaio a piano interrato, un piano terreno, un primo piano e un tetto al secondo. Originariamente lo stabile – continua Romano – aveva, a piano terra, locali adibiti a vari usi. Lo storico Angelo di Mauro ci attesta la presenza di una vecchia osteria. Da un altro lato, invece, gli ambienti erano occupati da depositi e stalle, mentre un altro locale era adibito a cappella per dire Messa, ancora visibile fino agli anni 1970. Nella cappella, intitolata alla Vergine Addolorata, si intravedevano tantissime decorazioni sia di stucchi che di pitture. Il cellaio, invece, era utilizzato per la conservazione del vino. La massa della grigia muratura, ormai corrosa dal tempo e dagli agenti atmosferici, è ancora avvolta dal verde dei campi circostanti; infatti, dopo aver attraversato il cortile, imboccando un’apertura del muro di cinta si prosegue per la campagna, ancora oggi, ricca di produttivi frutteti.