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Le ricette di Biagio: calamarata napoletana. Per sopportare i “giornalisti malati di iperbole”

I giornalisti della penna e quelli del microfono. Ho intenzione di dedicare qualche articolo a un tema storico di amara attualità: il potere politico tra il culto della verità e l’arte della menzogna. Ho deciso di dedicare il primo atto all’articolo che Francesco Saverio Nitti scrisse su Napoli devastata dai disordini nel 1893. Perché l’abbinamento ai calamari? Perché, dicevano gli scrittori antichi, un piatto di calamari rasserena, aiuta a sopportare le storture della vita, consolida la pazienza e combatte “la malattia dell’iperbole” di cui soffrivano e soffrono non pochi giornalisti.

 

Ingredienti: gr.400 di calamarata; gr. 500 calamari; gr. di 300 pomodorini;1spicchio di aglio; sugo di pomodoro; vino bianco; olio; prezzemolo, sale e pepe. Lavate attentamente i calamari e anche i pomodori, che vanno tagliati a metà o in quattro parti. In una padella capiente mettete a scaldare l’olio e uno spicchio d’aglio, e dopo qualche minuto, i calamari, fate “saltare” e sfumate con il vino bianco. Evaporato il vino, aggiungete i pomodorini e fate continuare la cottura fino al momento in cui i calamari saranno perfettamente cotti formando un sugo di cottura. Ora potete dedicarvi alla cottura della calamarata, che deve avvenire in abbondante acqua salata e durare fino a quando la pasta sarà al dente. A questo punto scolatela e passatela in padella insieme al condimento. La camerata napoletana è pronta e potrà essere servita con una manciata di prezzemolo precedentemente lavata e tritata molto finemente (Testo e immagine sono tratte dal sito “ Fidelity Cucina”).

 

Nell’agosto del 1893 gli operai francesi delle saline prossime alla città di Aigues Mortes nella Camargue uccisero, in una giornata di violenti disordini, un numero imprecisato di “stagionali” italiani e ne ferirono molti, alcuni in modo grave: un giornale inglese parlò di un bilancio conclusivo di 20 morti. In Italia divampò la protesta anti- francese, che le forze dell’ordine cercarono di bloccare in ogni modo, fino a diventare esse stesse bersaglio della folla inferocita. A Napoli, scrisse Nitti (l’articolo venne pubblicato su “Il Mattino” del 29-30 agosto 1893) l’agitazione ebbe tre cause: la protesta contro la Francia; la protesta contro i questurini, determinata “da antiche antipatie degenerate in violenza”; la protesta e lo sciopero dei cocchieri”. In apertura d’articolo Francesco Saverio Nitti “staffilò” quei giornalisti che nel descrivere i disordini di Napoli avevano dimostrato di soffrire “di quel male dell’iperbole che io considero come la grande peste della vita meridionale: non v’è nulla, né’ accusa, né lode, che non sia stata portata al grado superlativo. Ora questa è veramente la malattia dei deboli, delle intelligenze meno robuste “che conoscono solo “la lode superlativa e il biasimo superlativo. Se si volesse tener conto di ciò che si è scritto in questi giorni, bisognerebbe ammettere che a Napoli vi siano stati almeno mille morti e diecimila feriti”. Un “corrispondente improvvisato” aveva scritto sul “Fanfulla” che Napoli, “la più grande città d’Italia”, era devastata “ da un’orda briaca e cieca di agenti provocatori”, capaci di realizzare, con le loro pistole, “le più codarde atrocità che abbiano mai macchiato il nome umano”. Gli “scugnizzi” che appiccavano il fuoco alle linee dei tramway erano considerati “eroici fanciulli”, e su un “autorevole giornale romano” era stato scritto che piazza Depretis era tutta “una rossa macchia di sangue”. Il Prefetto di Napoli aveva dimostrato di essere più feroce di Caracalla. Lo sciopero dei cocchieri venne provocato dal fatto che la politica liberale dell’Amministrazione della città aveva consentito alla società dei tramwais di fare il comodo proprio: per esempio, quando assumeva un nuovo operaio, gli imponeva di non iscriversi ad associazioni “sindacali” di cui facevano parte altri dipendenti della società, e gli imponeva di firmare una carta che era documento dell’accettazione dell’obbligo. Alcuni personaggi politici avevano permesso alla società di consentire ai suoi tramway quelle fermate abusive contro le quali protestavano aspramente i “vetturini da nolo”: e ora proprio questi personaggi si permettevano di assumere “all’ultima ora la difesa dei cocchieri esasperati”. Lo sciopero permise al Nitti e ad altri intellettuali napoletani di scoprire che c’era una parte del popolo “a noi ignota: noi la deprimiamo con il dazio di consumo che l’affama, con il nostro lusso che l’offende, con la nostra distanza che la fa sentire vieppiù in isolamento. Essa non vede la legge se non sotto la forma del questurino e non vede altra forma di assistenza sociale se non quella di una carità che la deprava. Perché mai dovrebbe amarci?”. Lo sciopero dei cocchieri finisce quando i Napoletani vedono il capo della camorra, Ciccio Cappuccio, attraversare la città sulla sua carrozza. Lo hanno pregato le autorità cittadine. E’ storia: e la storia si ripete.

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