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L’arte della bugia è un’arte complessa: chi non sa usarla, cade nel ridicolo

E la prima annotazione è quella che la bugia, per compiersi, deve rendersi credibile all’altro. Bisogna convincere qualcuno di una presunta verità. Dunque, in questo senso, chi mente ha necessità di un rapporto, di un dialogo, non può prescindere dal prossimo. E quindi l’inganno è anzitutto socialità, relazione. Elementi da cui, paradossalmente, chi dice il vero può prescindere” (Antonio Taglialapietra, intervistato da Ivo Lini). Mi sembra un tema di grande attualità. Misurate lo spazio che danno al genocidio di Gaza certi giornali a stampa e i telegiornali di alcuni canali. Introduce l’articolo l’immagine di un quadro di I. L. Géròme “la Verità esce dal pozzo”.

Antonio Taglialapietra ha pubblicato nel 2001 un libro straordinario “Filosofia della bugia. Figure della menzogna nella storia del pensiero occidentale”. E nell’intervista concessa a Ivo Lini egli dice parole su cui i politici di oggi dovrebbero meditare: “La menzogna nega e nasconde la verità. Però ha bisogno di sapere, cioè di possedere un’intelligenza delle aspettative di verità di chi si vuole ingannare. Non c’è bugia senza comprensione dell’altro. Solo se c’è da parte del bugiardo un profondo ‘intus legere’, ossia un leggere dentro la mente della sua vittima, egli può sperare di essere creduto”. Non c’è giorno in cui non si pubblichino articoli, pamphlet e libri seri e pesanti che elogiano la menzogna: la menzogna come incremento della realtà, la menzogna madre della letteratura, dai tempi di Ulisse, e madre delle arti. Anche la natura mente: si pensi al mimetismo dei fiori e degli animali .

Tutti i lodatori della bugia sono debitori di Schopenhauer, di Nietzche. Chi dice la verità conosce una cosa sola, la verità. Chi mente, chi sa mentire – mentire è un’arte difficilissima – conosce due cose: la verità e la menzogna. Si diceva una volta che esistono due tipi di bugia: la bugia scusabile, che non fa male a nessuno e che anzi serve a tutelare le relazioni sociali; e la bugia violenta che offende e calunnia: il bugiardo se ne serve per difendere i propri interessi, anche a costo di rovinare gli altri. Ma mi pare che proprio questa Bugia violenta e cinica abbia regolato la vita politica e sociale di noi Italiani nel secolo XX e che negli ultimi trenta anni non abbia nemmeno tentato di mascherarsi. Questa Bugia, sazia della propria onnipotenza, non solo ha sciorinato e sciorina arroganza e volgarità, ma ha preteso e pretende perfino di apparire elegante attraverso l’eleganza dei politici che a lei si ispirano.

Recentemente, parlando a una delegazione di politici francesi, Papa Leone XIV ha sottolineato con vigore il ruolo centrale che l’amore per la Verità occupa nella cultura del Cattolicesimo. “Il discorso ha un cuore preciso: la necessità del coraggio. Coraggio di dire la verità, di difenderla, e – se serve – di opporsi. «Hanno bisogno di coraggio – ha detto il Papa –: il coraggio di dire a volte “no, non posso!” quando è in gioco la verità». Un richiamo che suona quanto mai attuale, se si guarda alle sfide che attraversano le società occidentali: leggi sull’aborto e sull’eutanasia, ideologie che ridefiniscono la famiglia e l’identità, politiche economiche che ignorano i più fragili, derive culturali che anestetizzano la coscienza collettiva”. (Il Timone). Ma il Papa ha affrontato il tema della Verità quando, ripetutamente, ha parlato della guerra in Ucraina e dei massacri di Gaza.

La Bugia può apparire bella e la Verità, talvolta, risulta brutta. Nel 1894 scoppiò in Francia l’Affare Dreyfus. Alfred Dreyfus, ufficiale dell’esercito francese, ebreo, accusato di essere una spia dei tedeschi, fu degradato e condannato alla deportazione nell’isola del Diavolo. La Francia si divise in due partiti: quello che credeva nell’innocenza dell’ufficiale era capeggiato da Emile Zola. Due anni dopo il caso venne riaperto, e alcuni pittori “innocentisti” dipinsero la Verità che esce finalmente dal pozzo, in cui è di solito relegata o si fa relegare, e si accinge a smascherare e a fustigare i calunniatori dell’ufficiale. Dal pennello di Jean Léon Gérome, che aveva dipinto splendidi nudi di donna e maliziose odalische, uscì la brutta Verità che apre l’articolo: il volto scomposto dalla smorfia dell’incazzatura, l’anca grossa, indizio di un posteriore, diciamo così, abbondante, un ventre copioso, la gamba sinistra troppo magra rispetto ai volumi del busto e delle braccia e il colore della pelle opaco e, a causa dei toni azzurri e verdi dell’ombra, alquanto acido.

Capitò la stessa cosa a Edouard Debat-Ponsan, anche lui abile pittore di nudi. La Chiesa e l’Esercito cercano di impedire alla Verità di uscire dal pozzo,e lo sforzo per divincolarsi contorce il corpo della Verità in un movimento innaturale: il pittore, che pure era un abile colorista, non riuscì a calibrare il rapporto cromatico tra i toni giallo e rosa della pelle e il rosso intenso della chioma. Un malpensante avrebbe potuto sospettare che le certezze dei due pittori sull’innocenza di Dreyfus non fossero granitiche, che quella Verità non li ispirasse. Ma spesso il coinvolgimento eccessivo appanna l’ispirazione degli artisti e dei politici. Non è facile dire bugie, non è facile dire la verità.

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