Avrei voluto commentare l’articolo di Marcello Veneziani sul Natale di questi ultimi anni, in cui c’è la culla, ma non c’è più il Bambino. Ma la grandinata delle chiacchiere, degli “auguri”, dei “faremo” e dei “cambieremo” mi ha spinto a scegliere un tema più leggero. Parleremo di un teatro popolare napoletano, le “bagattelle” (un francesismo che significa in lingua napoletana “cose di poco conto”, “bavattelle”) e diremo di un personaggio eterno, “capitan Fracassa”, la cui immagine, a stampa, correda l’articolo.
“Napule è ‘nu paese curioso: è ‘nu teatro antico, sempre apierto. Ce nasce gente ca senza cuncierto scenne p’ ‘e strate e sape recità.“ (Eduardo De Filippo).
Erano le “bagattelle” un teatrino ambulante di burattini – di “maschere” della commedia dell’arte –“una torricciola quadrilatera ed alta, di legno, vestita all’intorno di tela, che alla parte superiore ha una buca, con fondo di scena, o senza (secondo la condizione e dignità del bagattelliere) la quale forma il proscenio nelle rappresentazioni. “ In questa “torricciola” si nasconde il “bagattelliere”, “e per la buca fa agire dei burattini, che porta con sé in un sacchetto, rappresentanti commediole che egli improvvisa al momento, ma per lo più azioni tragiche nelle quali non manca mai Pulcinella, protagonista delle “bagattelle”. Così scrisse Enrico Cossovich nell’articolo pubblicato, nel 1857, insieme al disegno di F. Palizzi, nell’opera di Francesco de Bourcard.
Personaggi fissi sono- con Pulcinella- Colombina, Coviello, Caporal Fasulo: bastavano queste maschere perché un abile “bagattelliere” potesse intrecciare storie in cui il pubblico vedeva chiari riferimenti a personaggi e a vicende dei vicoli di Napoli. La passione di Pulcinella per Colombina, l’opposizione di Coviello, le bastonate, i duelli erano il ritratto “comico” di una città che viveva da sempre, ogni giorno, come su un palcoscenico: e lo riconobbero molti altri, prima ancora di Eduardo. Il “capitan Fracassa”, maschera ligure del sec. XVII, è la parodia degli ufficiali spagnoli: la sua voce è un tuono, sfida tutti a duello, ma intimamente si augura che il suo avversario non accetti la sfida. E’ abituato a raccontare balle smisurate, senza sosta, e si vanta di possedere titoli che invece non ha. Secondo Michele Scherillo, “capitan Fracassa” divenne “capitan Ciullo” nella commedia “ Patrò Tonno d’Isca” – testo di Agasippo Mercotellis e musica di Giovanni Veneziani – rappresentata a Napoli nel 1714. Il “Ciullo” si vanta di essere un irresistibile conquistatore di donne, e quando, durante uno dei suoi proclami, un ragazzo gli scaglia un sasso nella schiena, egli gli grida: “ Tu sai chi sono io?”: e poiché il ragazzo gli risponde “No, non lo so”, il fanfarone così si presenta. “Tu non si’ de sto munno/ tu si’ nu’ ‘grorantone,/ siente, pezzo d’anchione,/ siente lo nomme mio, apre st’aurecchie, / tremma da capo a pede /mo’te faccio venire le petecchie”. Ma le “petecchie” vengono a lui, aggredito dalla folla accorsa in difesa del ragazzo. Quando Ciullo si riprende dalle botte ricevute, si strappa la “maschera” e si confessa: “Io so’ ‘no maccarone /e n’aggio mai fatto male a ‘na mosca / e mo’ co no vaglione /volevo fa lo guappo”. Molti “capitan Ciullo” che oggi cercano di occupare la scena della vita reale non hanno il coraggio di fare una confessione del genere (“anchione” significa babbeo e le “petecchie” sono macchie rosse sulla pelle provocate da colpi interni o esterni).. Era fatale che il “capitan Fracassa” non suscitasse l’attenzione del pubblico in una città in cui numerosi capitan Fracassa, vanitosi eroi da strapazzo, “recitavano” nella vita reale, con atteggiamenti e proclami che facevano ridere più delle scene inventate dai “bagattellieri”. E dunque a Napoli il capitano, scrisse De Simone Brouwer, venne degradato a caporale, divenne “caporal Fasulo”, innamorato di Colombina e rivale infelice di Pulcinella. Umiliato a Napoli, il Capitan tornò da protagonista sulla scena letteraria nel 1863, quando Teofilo Gautier pubblicò il suo romanzo “Il capitan Fracassa”. Enrico Cossovich ricorda, come importante “bagattelliere”, Michele Barone, racconta che i “bagattellieri” guadagnavano fino a 1 ducato al giorno ( un guadagno notevole) soprattutto quando lavoravano alla Riviera di Chiaia, dove c’erano “grandiose locande e forestieri d’alto conto”. In estate “ e così pure nei giorni in cui le sante istituzioni della nostra Chiesa vietano gli spettacoli pubblici a Napoli” essi si spostavano nel paesi della provincia e, in particolare, a Castellammare, frequentata in tutte le stagioni dell’anno da Napoletani e da stranieri. Auguro a tutti di rasserenarsi cogliendo e gustando “le bagattelle” che la vita quotidiana ci offre senza sosta, ma ricordando sempre che a teatro possiamo accomodarci da spettatori, mentre nella vita reale siamo, noi tutti, nessuno escluso, anche attori. E su ognuno di noi incombe il pericolo di fare, talvolta, il Pulcinella o il capitan Fracassa.







