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L’Adolescenza impossibile e la “clinica del legame”

L’adolescenza è una fase dello sviluppo che segna la transizione dalla fanciullezza all’età adulta, la cui conclusione tuttavia è difficilmente attribuibile a una specifica età se non a livello legale. È una fase intrinsecamente caratterizzata da vulnerabilità e ricerca identitaria, è oggi esposta a pressioni sistemiche e a una dissoluzione dei quadri di riferimento storici e sociali, elementi che rendono l’esperienza dello sviluppo particolarmente ardua.

Nicola Graziano, Presidente dell’UNICEF Italia ha recentemente dichiarato: “a livello globale, un adolescente su sette fra i 10 e i 19 anni soffre di disturbi mentali che compromettono la sua capacità di apprendere, relazionarsi e crescere e nel mondo quasi la metà dei disturbi mentali insorge prima dei 18 anni. Tra i disturbi diagnosticati, l’ansia e la depressione rappresentano circa il 40% del totale. Il suicidio risulta essere la quarta causa di morte più comune tra gli adolescenti di età compresa tra i 15 e i 19 anni. Tuttavia, fra il 2018 e il 2022 I tassi di suicidio sono diminuiti in 18 paesi, sono rimasti pressoché stabili in 7 e sono aumentati in 17. L’Italia è all’8° posto su 36 Paesi sulla salute mentale e ha per fortuna, il 6° tasso più basso di suicidi adolescenziali.

Gli acceleratori della crisi e i fattori determinanti. La pandemia da Covid-19 abbia avuto un ruolo di amplificatore, accentuando il disagio e la sofferenza personale, tuttavia essa non è l’unica responsabile del fenomeno. La salute mentale dei giovani è influenzata da una concatenazione di crisi globali e dall’incertezza pervasiva. I conflitti geopolitici attuali destabilizzano ulteriormente la serenità dei ragazzi, che provano tristezza, rabbia (49%) e angoscia (39%). Una delle forze trainanti del disagio giovanile è l’imperativo di performance, intrinseco nelle attuali strutture sociali, scolastiche e familiari. Questa pressione competitiva si riflette non solo nell’ambito scolastico, dove l’apprendimento è spesso ridotto a un sistema utilitaristico di valutazione e minaccia di insuccesso, ma anche nella sfera sociale e relazionale, amplificata dall’ecosistema digitale.

I social media, pur offrendo opportunità di connessione e supporto, fungono da cassa di risonanza per l’ansia e la depressione, specialmente nei gruppi vulnerabili.  In primo luogo, il confronto sociale idealizzato costituisce un fattore di rischio significativo. Gli adolescenti sono costantemente esposti a versioni filtrate e ottimizzate della vita altrui, che generano inevitabilmente sentimenti di inadeguatezza e bassa autostima. La Paura di essere Esclusi (FOMO – Fear Of Missing Out), alimentata dall’uso costante delle piattaforme, contribuisce significativamente all’ansia. Il bisogno compulsivo di monitorare la vita virtuale per non perdere eventi o esperienze rafforza la dipendenza digitale. Infine, il cyberbullismo e il trolling trasformano le piattaforme in terreno fertile per attacchi mirati che causano stress psicologico, ansia e depressione, in particolare nei soggetti già vulnerabili. Per le fasce più giovani e adolescenti, l’esposizione a immagini corporee idealizzate digitalmente contribuisce anche alla distorsione dell’immagine corporea e può favorire lo sviluppo di disturbi alimentari.

L’Uso Sostitutivo e l’Estraniamento Intimo. L’impatto più sottile e dannoso dei social media risiede nell’uso sostitutivo, una dinamica per cui il tempo trascorso nell’ambiente online rimpiazza quasi interamente le interazioni e le esperienze offline. Questo meccanismo non porta semplicemente a una riduzione del tempo libero, ma aggrava il senso di solitudine per la “consapevolezza della mancanza di connessioni intime”. Nella visione critica e analitica di Miguel Benasayag, (filosofo, psicanalista e biologo), giovani “colpiti da una sorta di autismo informatico,” che passano il tempo a vincere “battaglie virtuali contro il nulla”, stanno in realtà manifestando un tentativo di riacquisire, in un ambiente controllato e fittizio, quell’onnipotenza e quella possibilità di successo che il mondo reale ha negato loro. In un’epoca caratterizzata dal fatalismo e dall’impotenza (le passioni tristi), la fuga nel digitale offre una compensazione immediata ma superficiale, la cui conseguenza ultima è l’estraniazione della soggettività dal mondo circostante e l’aggravamento della rottura dei legami autentici.

L’uso compulsivo e dipendente dei social media, lungi dall’essere una semplice abitudine, è un sintomo della disintegrazione del contesto relazionale. In questo vuoto che si radicano le «passioni tristi», termine mutuato da Spinoza, che Benasayag identifica con l’impotenza e il fatalismo, e l’impotenza e la disgregazione dei legami sociali. Queste passioni sono il motore di una crisi che si manifesta attraverso una miriade di “violenze quotidiane” indirizzate contro i legami. Di fronte a questa crisi, la società tende a rifugiarsi in un “discorso di tipo paranoico” ossessionato dalla sicurezza, che giustifica l’egoismo e invita a recidere ogni legame, rischiando di aprire la strada alla barbarie. L’eccessiva richiesta di sicurezza, spesso invocata per contrastare l’insicurezza globale (clima, guerre), è antitetica allo sviluppo adolescenziale, il quale richiede necessariamente margini di sperimentazione e accettazione del rischio. Per Benasayag, l’adolescenza è diventata impossibile. La società ha fallito nel fornire il “contesto protettivo e strutturante” che questa fase evolutiva esige per consentire la tipica esplorazione identitaria e la sperimentazione. Questo fallimento si articola su più livelli. Il tracollo del principio di autorità non ha inaugurato un’epoca di libertà, ma, al contrario, un “periodo di arbitrarietà,” creando un vuoto che può essere facilmente riempito da nuove forme di autoritarismo. Parallelamente, la relazione genitore-figlio è stata compromessa: l’adulto, disorientato e incapace di offrire un futuro di promesse, si riduce al ruolo di «adulto-venditore», che usa la seduzione e, se necessario, la coercizione per legittimarsi.

Questa dinamica compromette l’asimmetria educativa necessaria. Quando il contesto familiare strutturante viene meno, la crisi e il conflitto edipico vengono spostati nella sfera pubblica, portando l’adolescente a «farsi il suo Edipo con la polizia». Nelle istituzioni educative, questa visione si traduce in un approccio basato sull’utilitarismo e sulla minaccia (ad esempio, la pressione del fallimento o della competizione) come motivazione fondamentale all’apprendimento, anziché l’invito al desiderio e alla conoscenza. L’ideologia del «tutto è possibile» contribuisce a rendere pensabile (accettabile) ogni cosa che sia tecnicamente possibile, facendo saltare i divieti e i limiti regolati un tempo dal principio di realtà. In questo scenario, l’unica cosa sacra rimane la merce, e l’economia assume la funzione di seconda natura.  Il meccanismo sociale di difesa da questa impotenza strutturale è spesso la classificazione e l’etichettatura degli individui, un modo per esorcizzare la paura riducendo il soggetto a “merce priva d’interiorità” e imprigionandolo nella dicitura di “normale” o “con deficit”. Questo eccesso di medicalizzazione rischia di trasformare la sofferenza sistemica in un deficit individuale, perpetuando il circolo vizioso delle passioni tristi. La risposta alla disgregazione sociale e alle passioni tristi è: la «clinica del legame» o «clinica della situazione».

Questa clinica si concentra sulla riconciliazione della persona con il proprio destino e con la fragilità insita nella condizione umana. Il suo obiettivo primario non è la cura del deficit individuale, ma la formazione e la riformazione dei legami sociali e familiari, visti come la possibilità concreta di una vita condivisa e di un rapporto di interdipendenza non utilitaristico. L’educazione e la terapia devono orientarsi alla “persona,” risvegliando le “passioni gioiose” e consentendo di vivere legami autentici, fondati sulle affinità elettive anziché sul puro calcolo utilitaristico.  Per passare dalla diagnosi all’azione: integrazione strutturale dei servizi, garantire che la scuola agisca come punto di prevenzione primaria efficace, con canali di invio rapidi verso i presidi specialistici ASL o universitari, riducendo drasticamente le liste d’attesa per i casi complessi.

Politiche Digitali Consapevoli: È fondamentale promuovere un uso non sostitutivo e consapevole dei social media, combattendo l’autismo informatico attraverso la creazione di legami fisici e comunitari.

Rifondazione del Contesto di Esplorazione: È necessario investire in spazi e tempi di aggregazione sociale non competitivi e non utilitaristici. Le comunità devono offrire contesti che permettano agli adolescenti di sperimentare il mondo, di affrontare le sfide e di sbagliare senza la pressione costante della performance e della sicurezza paranoica. Solo ricostruendo un contesto fiducioso e relazionale, la società potrà risvegliare le “passioni gioiose” e trasformare il futuro da minaccia in una nuova, credibile promessa.

Dott. Giuseppe Auriemma

Medico Psichiatra Psicoterapeuta, Psico-Oncologo; Coord. SIPO Campania

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