Home Memoria e Presenza La vita in clausura, le “monacelle” Carmelitane di Somma Vesuviana: storia e...

La vita in clausura, le “monacelle” Carmelitane di Somma Vesuviana: storia e curiosità

1700
0
CONDIVIDI

Dalla cronistoria del tempo – riferisce il compianto studioso Giorgio Cocozza – si viene a sapere che la vita all’interno del monastero Carmelitano di Somma Vesuviana non scorreva sempre serena, anzi il comportamento delle consorelle, spesso, non era consono al loro stato e, soprattutto, irrispettoso delle regole stabilite.

Nel 1618, a seguito di decisione dell’Università (governo locale), fu costruito a Somma un monastero di Donne Monache dell’Ordine di S. Maria del Carmine. Lo stabile si componeva di una chiesa con annesso convento inserito nel mastio aragonese (oggi Chiesa e convento dei Padri Trinitari). Questo monastero, di patronato cittadino, ospitava all’epoca sedici monache e veniva  amministrato da quattro governatori nominati dall’Università. Il governo locale assegnava annualmente un sussidio di 400 ducati al convento per il sostentamento delle monacelle. I predetti governatori avevano il duro compito di curare l’amministrazione del pio luogo e di vigilare sulla buona condotta delle religiose, facendo rispettare le capitolazioni del buon governo, approvate da Papa Urbano VIII (1568 – 1644). Dalla cronistoria del tempo – riferisce il compianto studioso Giorgio Cocozza – si viene a sapere che la vita all’interno del monastero non scorreva sempre serena, anzi il comportamento delle consorelle, spesso, non era consono al loro stato e, soprattutto, irrispettoso delle regole stabilite. Durante il  biennio 1792 – 1793, i quattro governatori  – Andrea de Felice, Francesco Antonio Sirico, Tommaso Setaro e Giuseppe Tipaldi – si trovarono a gestire una comunità indisciplinata. Le sedici religiose – tredici per recitare il divino officio e le altre converse – erano sorde a tutti i richiami di uniformarsi alla stretta osservanza delle regole del convento.

Nel chiuso della clausura la disubbidienza e l’arbitrio regnavano sovrani, con grave pregiudizio dell’Università patrona e dell’intera cittadinanza, come riferisce Cocozza.  Stanchi e avviliti del comportamento poco edificante, i governatori furono costretti a chiedere l’intervento del re Ferdinando I, il quale, a sua volta, con lettera del 20 marzo 1792, invitò il Vescovo della Diocesi di Nola, Monsignor Filippo Lopez y Roio, a riferire su quanto stava accadendo in quel convento di Somma e ad individuare una serie di provvedimenti atti a ripristinare la buona disciplina della comunità religiosa. Anche il governo locale si vide costretto ad intervenire per tutelare i suoi diritti morali, concedendo ai governatori in carica l’ ampia facoltà di agire in ogni corte contro le focose monache carmelitane e oltretutto di riformare, se necessario, le antiche regole del Seicento, rendendole più restrittive e disciplinanti. Già precedentemente, nel 1765, il Vescovo di Nola, Arcivescovo Mons. Nicola Sanchez de Luna, avendo avuto notizia che alcuni senza timore di Dio e delle pene ecclesiastiche si facevano lecito di portarsi a parlare colle signore monache del monastero di Somma, con grave pregiudizio ancora della stima del monastero e delle coscienze di esse signore monache…, impartì rigide disposizioni per porre riparo all’inconveniente.

Il Vescovo decretò che nessuna persona, ad eccezione, dei congiunti di primo e secondo grado, potesse parlare con le monache senza l’espressa licenza del Vescovo, rilasciata caso per caso e notificata direttamente alla madre abbadessa del monastero. L’uso della licenza rientrava nella discrezionalità dell’abbadessa. La monaca, autorizzata ad aver colloquio con la persona estranea, veniva sorvegliata, durante tutto il tempo del colloquio, da una ascoltatrice scelta dalla abbadessa tra le monache più anziane di evidente serietà e zelo. L’ascoltatrice, inoltre, che non espletava il mandato ricevuto con la massima fedeltà, veniva privata dell’impiego e della voce attiva e passiva, nelle conclusioni capitolari del monastero. Le monache, invece, che avevano osato colloquiare con persone estranee, senza le dovute autorizzazioni, venivano scomunicate dal Vescovo e nessun confessore, ordinario o straordinario, poteva rimettere la scomunica ad eccezione del Vescovo stesso. L’abbadessa pro tempore era l’unica monaca non soggetta alle disposizioni elencate. Il Vescovo Sanchez de Luna esortò, oltretutto, le Carmelitane di Somma ad accettare con serenità e spirito di obbedienza i divieti disposti col fine di non dare occasione di dare passi più forti.

Dalla lettura della documentazione relativa al fatto storico, lo studioso Giorgio Cocozza rilevava che l’irrequietezza e l’inosservanza delle regole erano dovute al fatto che le monache appartenevano al ceto sociale del potentato (nobiltà) locale. Oltretutto il convento godeva di una rendita annua di circa 1757 ducati già nel 1750: una ricchezza enorme Appare ovvio – conclude Cocozza – che con una fortuna di simili proporzioni, le sedici monacelle dedicassero la loro maggiore attenzione alle cose terrene ed esercitassero con scarso zelo le attività strettamente spirituali e contemplative. Probabilmente i governatori laici del monastero trovarono la loro pace definitiva e la loro serenità interiore soltanto quando i Francesi, con decreto del 28 novembre 1809, soppressero definitivamente il monastero stesso e le monache abbandonarono il chiostro e le ricchezze accumulate.