fbpx
lunedì, Gennaio 24, 2022

La reggia di Portici: una delle “idee nobili e vaste” di Carlo di Borbone

Fu Nicola Del Pezzo a definire Carlo un re dalle “idee nobili e vaste”.L’architetto Canevari, che godeva della stima del re, riuscì a inserire nel progetto della Reggia sia la “presenza” del Vesuvio che quella del mare, distribuendo in un sistema coerente gli spazi aperti e le strutture dell’edificio e aprendo un capitolo nuovo nella storia dell’architettura monumentale.  Correda l’articolo l’immagine di un quadro di G.B. Lusieri (1755- 1821), pittore notevole e personaggio equivoco: nel quadro è sottolineata la “vesuvianità” della Reggia.

 

Quando i consiglieri di Corte gli ricordarono che era pericoloso costruire una residenza reale a Portici, da sempre devastata dalle eruzioni del Vesuvio, Carlo di Borbone rispose che Dio, Maria Immacolata e San Gennaro avrebbero protetto la reggia dalla furia del vulcano. La reggia di Portici “ non venne su dalle fondazioni sopra un nudo suolo – scrisse Nicola Del Pezzo – . In quel posto erano case, boschetti, ville di privati cittadini, case rurali, che, stabilito il disegno della villa, furono acquistati, e poi più o meno rifatti e accordati insieme, e in parte distrutti: così sul vecchio a furia di riduzioni, demolizioni, ampliamenti e nuove costruzioni surse il novello  Palazzo  Reale. Presso a poco dove ora  è il cortile ottagono stavano due ville patrizie, quella del conte di Palena verso il mare, e l’altra del principe di Santobono. In maggio 1738 furono fatti, dunque, i primi acquisti e comprate le due ville suddette con i terreni annessi, e parecchie piccole case e terreni posti dalla parte del Vesuvio che formarono il bosco superiore. Le due ville furono il nucleo del Palazzo Reale, e quella di Palena avea un boschetto, i cui alberi ancora esistono, e sono gli elci a sinistra dello spiazzato centrale. ”.Già dal 1738 – i lavori erano appena iniziati – il re incominciò a soggiornare a Portici, dove restava a lungo, per molte settimane. E quando era costretto a trattenersi a Napoli, l’intendente Voschi aveva il compito di inviargli relazioni settimanali sullo stato dell’opera., Nel 1740 alla struttura di villa Palena  furono aggiunti il palazzo Mascabruno, che avrebbe ospitato le scuderie, e villa Caramanica:  gli splendidi giardini del palazzo e della villa andarono ad ampliare il bosco di Palena. Nel  1742 la Corte, dopo una complessa trattativa, comprò dalle figlie di Giacinto Falletti duca di Cannalonga  la villa che era stata di Emanuele di Lorena, principe di Elboeuf, e il prezioso tesoro di reperti ercolanesi che nella villa era conservato: statue, 177 busti di marmo, ampie parti di preziosi pavimenti e colonne. Con l’acquisto del bosco di Mascabruno il Real sito si estese da Pugliano al Granatello in un succedersi di giardini, di agrumeti, di “cacce” e di peschiere. Diresse  l’opera il romano Antonio Canevari, che godeva della stima di Carlo, ed era oggetto di pesanti, e talvolta fondate, contestazioni da parte degli architetti napoletani. Accanto al  Canevari, retribuito con 1000 annui ducati, era nella direzione dei lavori Antonio Medrano, ma il disegno della Reggia fu preparato integralmente dal Canevari, il quale riuscì a risolvere il problema posto dalla doppia veduta: quella del Vesuvio e quella del mare. E che non fosse un problema di semplice soluzione è dimostrato dal fatto che nel quadro di G.B. Lusieri la Reggia è un edificio “vesuviano”. Il problema delle acque fu risolto dagli ingegneri Cuomo e Spaltri sfruttando i pozzi di Santa Maria di Pugliano: l’altro progetto dello Spaltri, di convogliare ai siti reali di Portici e di Capodimonte l’acqua delle sorgenti di Serino, che allora appartenevano ai Caracciolo d’Avellino, fu giudicato troppo complesso e costoso, anche perché prevedeva il restauro dell’antico acquedotto romano. Carlo curò personalmente l’arredo e la scelta dei materiali d’ornamento. Lo scultore Canart, che sovrintendeva al restauro dei marmi ercolanesi – il Winckelmann lo cita come “scultore del re” – ebbe l’incarico di curare anche le ” pietre ” del palazzo, e in particolare, il marmo delle scale e delle porte: e la cura dei particolari si trasformò in una ossessione. Carlo non era stato il primo a scoprire la bellezza dei luoghi. La Reggia inghiottì, espandendosi, ville e casini preesistenti. La villa dei Valle, risparmiata dal primo Borbone, fu comprata dal figlio Ferdinando, che ne fece il quartiere delle sue guardie del corpo. Sopravvisse la villa di Domenico Caravita, supremo magistrato di commercio. Egli pregò Carlo di lasciargliela finché vivesse e il re acconsentì, non potendo prevedere che il vecchio avrebbe superato i cento anni di età. Domenico Caravita morì nel 1770, sotto il regno di Ferdinando; il quale, non amando troppo il soggiorno a Portici, lasciò che il bell’edificio restasse nelle mani dei Caravita di Toritto, eredi di Domenico. La costruzione della Reggia trasformò l’economia e il paesaggio, avviando un  processo di espansione urbanistica  che rese naturale, per così dire, la decisione di fare di Portici la stazione d’arrivo della prima ferrovia costruita in Italia. La città si adeguò immediatamente alla nuova situazione.  Prima di tutto, fu ingrandita e abbellita la Chiesa parrocchiale, intitolata alla  Natività di Maria Vergine. L’incarico fu affidato a Domenico Antonio Vaccaro, che per ordine di Carlo stava “ apprezzando ”, nei primi mesi del 1739, i beni del conte di  Palena e del Principe di Santobuono acquistati  per l’opera della Reggia.

 

 

Ultime notizie
Notizie correate