fbpx
venerdì, Luglio 1, 2022

La passione di Leopardi per i gelati e i dolci di Napoli. E un articolo di Savinio….

Il complesso rapporto del poeta con le contraddizioni della città: Leopardi attaccò duramente gli intellettuali napoletani e la loro “filosofia dei maccheroni” nel canto satirico “I nuovi credenti”, nel quale dedica una citazione positiva solo all’arte di Vito Pinto, il pasticciere del “largo Carità”: il poeta trovava irresistibili i suoi sorbetti. Le passeggiate quotidiane del “ranavuottolo”. Perché l’articolo che Alberto Savinio dedicò nel 1939 alle cause della morte di Leopardi permise al potere fascista di chiudere il giornale “Omnibus” diretto da Leo Longanesi. Correda l’articolo un ritratto di Leopardi eseguito, a penna, nel 1825, da Biagio Martini.

 

Negli ultimi anni della sua vita, trascorsi tra Napoli e le terre vesuviane, Leopardi non si sottrasse al confronto con una città che era diversa da ogni altra, il cui clima gli apparve a lungo propizio per la sua salute: Napoli lo affascinava con i suoi quartieri vivaci di colori e di voci, ma nello stesso tempo lo irritava con i suoi eccessi. In una lettera al padre scritta il 5 ottobre del 1833 egli trovava “assai piacevoli” “la dolcezza del clima, la bellezza della città, l’indole amabile e benevola degli abitanti”, ma in una lettera del 3 febbraio 1835 confessava  che avrebbe fatto di tutto per “sradicarmi di qua al più presto, per il bisogno che ho di fuggire da questi Lazzaroni e Pulcinelli nobili e plebei, tutti ladri degnissimi di Spagnuoli e di forche”. Insomma, la città “molteplice e contraddittoria” corrispondeva con il ritratto che anni prima aveva disegnato a Leopardi Giuseppe Poerio, padre del suo amico Alessandro. Non incantarono Leopardi gli intellettuali napoletani, che vedeva vinti, come vinta era la plebe, dalla “filosofia dei maccheroni”: “nuovi credenti” che si ritenevano i soli depositari di tutta la verità e irridevano il pessimismo del poeta, perché a renderli felici bastava l’arte della pasticceria che a Vito Pinto aveva procurato il titolo di barone. Ma a Napoli anche Leopardi poté liberare e soddisfare la sua passione per i dolci. Pietro Citati si divertì  a “seguire” Leopardi durante le sue passeggiate giornaliere dalla casa di Vico Pero, quarta e ultima dimora napoletana del poeta,fino a via Toledo, dove, al “ Caffè delle due Sicilie”, egli consumava granite e dolcetti, fino alla pasticceria di Pintauro a Santa Brigida, dove gustava sfogliatelle e pasticcini di riso. Meta fissa del poeta “flaneur” era la “Bottega del Caffè” di Vito Pinto, al largo Carità: l’arte di Zi’ Vito nel preparare i sorbetti il poeta la considerava ineguagliabile. Se dobbiamo credere a Ranieri, quando il poeta appariva per le vie di Napoli, c’era chi, toccando il gobbo del “ranavuottolo”, del ranocchio, gli chiedeva i numeri da giocare al lotto. E il poeta non si sottraeva al compito “O ranavuottolo” sembrava uno dei tanti mendicanti che giravano per le strade della città: indossava un soprabito verde scuro, più volte “rivoltato”, vecchio di almeno sette anni, e portava un largo fazzoletto annodato intorno al collo, e calzini rammendati. E’ facile immaginare quale fosse la sinfonia dei commenti che veniva su dai tavoli quando il poeta entrava nei caffè degli intellettuali, e come, con i gesti, con le smorfie e con gli sguardi, reagisse al suo apparire la folla di clienti e di pescatori che si agitava tra i banchi del mercato del pesce a Santa Lucia. Von Platen, quando incontrò a Napoli Leopardi, fu scosso dal suo aspetto, così lontano da quello che lui si era immaginato dopo aver letto le sue poesie: “è basso e gobbo”, scrisse nel suo diario, “è assolutamente orribile”. Tra il ’36 e il ’37 Leopardi abitò nella villa che l’avvocato Ferrigni, cognato di Ranieri, possedeva tra Torre Annunziata e Torre del Greco: e il cuoco di casa, Pasquale Ignarra, gli preparava i piatti che egli gradiva – in un appunto il poeta ne elencò 49 – e prima di tutto, i carciofi fritti, le salse e il pasticcio di maccheroni. Per i sorbetti Antonio Ranieri dice di essersi “acconciato con un sorbettaio di Torre del Greco. Ma a Leopardi si rizzavano i capelli al solo pensiero che non fossero proprio sorbetti di Napoli, anzi, proprio di zi’ Vito”. Ed è sempre Ranieri a raccontarci che anche nell’ultimo giorno di vita il poeta sorbì “con la consueta avidità” la granita doppia che forse gli fu fatale. Il 28 gennaio 1939 Alberto Savinio, il grande artista fratello di De Chirico, pubblicò su “Omnibus” un articolo in cui formulava l’ipotesi che la morte di Leopardi non fosse stata causata né dal colera, né dai cronici problemi ai polmoni e al cuore, ma da una violenta diarrea causata proprio dal vorace consumo di dolci, di sorbetti e di spumoni in “caffè” poco puliti. Savinio indicò la diarrea usando la parola napoletana “c….rella”. E subito dopo aver parlato di Leopardi, aggiunse, riferendosi alla chiusura del “Gambrinus” disposta dalle autorità fasciste, che “l’aria di Napoli è esiziale ai bei caffè, come le rose sono mortali agli asini.”. Da questo malizioso riferimento agli asini si sentirono chiamati in causa il podestà di Napoli e il ministro del “minculpop”: era l’occasione che i fascisti aspettavano: fu immediatamente disposta la chiusura di “Omnibus” e venne annullata la qualifica di “gerente responsabile” che aveva permesso a Leo Longanesi di dirigere il giornale.

Ultime notizie
Notizie correate