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La moda dei “bagni a mare” nella Napoli della “Belle ‘Epoque”, tra posteggiatori, guappi, venditori di fichi e turchi napoletani.

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Nella Napoli della “Belle ‘Epoque” i “posteggiatori” che cantano nelle “rotonde” davanti agli stabilimenti balneari destinati alla media borghesia confermano ancora una volta la verità di quello che pare un “luogo comune”: Napoli tutta è un teatro perenne, in cui i napoletani sono tutti attori. La descrizione di Francesco Cangiullo, che nel 1913 partecipò, a Ottajano, a una gara podistica organizzata dal Circolo che poi si sarebbe chiamato “A. Diaz”.

“A. Campriani, Bagni a Mergellina”

Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento i bagni a mare, da privilegio dei nobili e dei ceti ricchi, divennero a Napoli una moda anche per la media borghesia. E incominciò un’epopea che Scarpetta, Di Giacomo, Serao, Narciso, Gaetano Miranda, figlio glorioso di Sant’Anastasia, e Artieri, e i pittori hanno raccontato ora con i toni vivaci del realismo, ora nei colori malinconici della nostalgia che richiama le immagini del tempo che fu, della donne belle, del mare, del sole, delle canzoni. “Se chiudo gli occhi – scrisse Giovanni Artieri – , odoro il legno fresco delle scalette e dei camerini, bagnato dall’acqua del mare; odoro i cesti di fichi e d’uva primaticcia portati in barca, tra i pali degli stabilimenti, per chi, dopo la bagnatura, volesse comprarne.”. Le spiagge di Napoli si popolarono di “stabilimenti”: i più importanti erano i Bagni Cannavacciuolo, il Padiglione Cinese, Da Carrioli, l’Alhambra al ponte della Maddalena, e l’Eldorado, a Santa Lucia, che il proprietario, Gabriele Valanzano, un personaggio fantastico, aveva dotato di “café chantant”, di eleganti cabine di legno, ma anche di tende, in tutto simili a quelle che si vedono nel film “Un Turco napoletano”. E realistica è anche la scena del film in cui i clienti del settore “uomini” si appostano per spiare le ospiti del settore “donne”. Mario Mattoli, un grande regista che aveva la mania della precisione, fece indossare alle bagnanti costumi d’epoca, il cui disegno era stato ricavato dai cataloghi dei Grandi Magazzini “Mele” e di altre famose sartorie napoletane, impegnate nella soluzione di un difficile problema, disegnare abbigliamenti da spiaggia che rispettassero il decoro e nello stesso tempo “ascoltassero” i primi venti della libertà della donna, e gli impulsi delle novità: guidavano la sperimentazione le “botteghe” di Giuseppe Ottajano e di Raffaele Donnarumma a via Duomo, e quelle che i Syeies tenevano tra via Duomo e via Guglielmo Sanfelice.
Davanti ad alcuni “stabilimenti”, di piccole dimensioni, vennero costruite delle “rotonde”, in cui i bagnanti aspettavano il loro turno per prendere in fitto un camerino. A questo pubblico in attesa i “posteggiatori” cantavano le loro canzoni, mentre un ragazzo girava, armato di piattino, per una “cortese offerta”, che nel gergo dei musicanti si chiamava “chetta”, dal francese “quete”: la scena è stata descritta da Viviani nell’atto unico “A musica d’’e cecate”. Adolfo Narciso racconta di aver sentito la romanza “Oh! Begli occhi di fata” cantata da un giovane “posteggiatore” dalla grande voce, che si chiamava Enrico Caruso, e la famosissima “Mpruvvisata” interpretata da Giovanni Attanasio: e in una “rotonda” davanti ai Bagni Di Costanzo Salvatore Gambardella, uno dei padri della canzone napoletana, fece eseguire la sua prima creazione, “’A retirata d’’a fanteria”. In poco tempo, intorno ai “posteggiatori” si formarono piccoli gruppi, che comprendevano il “fine dicitore”, “’a macchietta”, e il “maestro” dell’”improvvisata”, capace di “improvvisare” versi sulla base di un motivo musicale. Il re dell’”improvvisata” fu Armando Gill. Ma di questo parleremo in altri articoli, e in un “giallo” che sto scrivendo, ambientato nella Napoli che vive gli ultimi bagliori dell’ “ Epoca Bella” e vede partire le navi che portano i nostri soldati alla conquista della Libia: c’erano, tra questi soldati, molti ottajanesi, e molti vesuviani.
Davanti ai lidi e nei ristoranti e nei caffè in cui i “posteggiatori” andavano a chiudere la giornata con le “serate” l’ordine era garantito dai guappi, che gestivano perfino il movimento dei facchini e delle carrozze. Dicono le carte d’archivio che una sera del giugno 1903 due gruppi di “posteggiatori”, sostenuti da amici e da ammiratori, scatenarono una rissa davanti alla birreria “Monaco” in piazza Municipio: ma riportò immediatamente la calma Gennaro Zanelli, noto come “l’acquaiuolo”, perché gestiva un banco dell’acqua in piazza S. Maria degli Angeli. Nelle carte della polizia era registrato come “uomo di conseguenza”: e di lì a poco sarebbe stato coinvolto nelle indagini sul delitto Cuocolo, e dunque nel primo grande processo di camorra. Nel 1912 lo spettacolo notturno di Napoli ispirò una “illuminazione” a Francesco Cangiullo, genio del futurismo napoletano, pittore, scrittore, che l’anno dopo avrebbe partecipato, a Ottajano, a una gara podistica, organizzata dal “Circolo Sportivo” che poi si sarebbe chiamato “ Circolo A. Diaz”:
a Santa Lucia, davanti al ristorante Astarita – scrisse il Cangiullo – “ le barche da nolo nella penombra turchina si ninnano come fette di poponi. Le caldarroste scoppiettano. Una padella frigge. Gruppi di popolane sedute a riva stritolano taralli bagnati nell’acqua sulfurea. Gli abitanti marinai del borgo luciano sono addossati alle finestre dello chalet Savoia e spiano l’interno, l’ampio salone in cui stanno “dame in décolletés” e uomini in frac… A mezzanotte, poi, nei “restaurants” di Santa Lucia Nuova trillano tutti i mandolini dei posteggiatori della riva che cantano alle mense delle sciantose, “ancora pulsanti di canzoni cantate e ballate..”
“E allora tu, nell’odore del mare senti un odore d’amore.”.
Anche questa era Napoli.

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