Edipo ha rappresentato il trionfo dell’intelligenza sulla crudeltà della Sfinge, ma anche l’onnipotenza del Caso e degli dei malvagi che lo hanno “condannato” a uccidere suo padre, inconsapevolmente, e ad avere figli da sua madre. Sempre inconsapevolmente. Anche grazie a Edipo il mito greco è una lezione di valori che vince il tempo: una lezione eterna.
A settembre, con l’aiuto degli dei e degli amici, apro “Erasmus”, un “sito” in cui parlerò di lingua e letteratura italiana, latina e greca. E cercherò di spiegare quali “invenzioni” linguistiche ha dovuto creare il genio di Eschilo e di Sofocle per raccontare compiutamente la terribile storia di Edipo.
La storia è nota. L’oracolo di Delfi rivela a Laio, re di Tebe, che il figlio che ha avuto da Giocasta ucciderà il padre e la madre. Laio ordina di abbandonare il bambino sul monte Citerone, ma il caso fa sì che Edipo si salvi, venga adottato dal re di Corinto, e diventato adulto, sappia dall’oracolo di Delfi che ucciderà il padre e la madre.
Credendo di essere vero figlio dei sovrani di Corinto, Edipo si allontana dalla città e si dirige verso Tebe.
Durante il viaggio uccide un vecchio, che è Laio, il suo vero padre, salva i Tebani dalla crudeltà di un mostro, la Sfinge, che uccide e divora quelli che non sanno risolvere i suoi enigmi, e che si uccide, quando Edipo risponde correttamente alla sua domanda enigmatica. Al salvatore di Tebe tocca un premio: sposare la vedova regina.
E così il dio di Delfi trionfa: dopo aver ucciso il padre, Edipo sposa la madre, ne ha dei figli, e travolge tutti, la madre-sposa e i figli, nel nero della maledizione in cui egli è immerso.
Edipo ha ispirato Eschilo e Sofocle, e ha sollecitato e ancora sollecita i pensatori a porsi una domanda: fino a che punto ognuno di noi è veramente e totalmente responsabile delle azioni che compie.
E’ una domanda che ispira molte risposte, tutte segnate dal dubbio. Non è possibile incontrare ogni giorno un Tiresia che ci sveli tutta la verità. Il quadro di Ingres (olio su tela, cm. 189 x cm.144), oggi conservato al Louvre, venne eseguito nel 1808. Edipo è ancora un giovane illuminato dalla sua intelligenza e dal suo coraggio, oltre che dai tre punti di luce reale disegnati dal genio dell’artista: il seno della sfinge; a destra in alto, nel tetto della caverna, “l’occhio” di intensa luminosità, e, in basso, il chiarore dell’orizzonte che entra nella caverna dallo squarcio nella roccia. Una quarta fonte è certamente a sinistra, all’esterno della scena, e spiega il brillante colore delle rocce, l’acido verde del piede di una delle vittime del mostro, il rosso morbido del manto di Edipo, e, soprattutto, il profilo chiaro dei suoi giavellotti, e la luce vitale delle membra del giovane, arrotondate da un raffinato chiaroscuro, un “passaggio” tecnico- stilistico che il pittore usò sempre in modo magistrale.
Il disegno e la ricchezza cromatica ci dicono che Edipo è serenamente sicuro di sé. La sua sicurezza è confermata simbolicamente dal quadrato che si delinea tra le gambe e la roccia su cui Edipo poggia il piede desto, mentre il petto, l’interno del braccio sinistro e il profilo alto della coscia sinistra formano un triangolo, “forma stabile ma dinamica, legata al mondo degli affetti, e il cerchio, che racchiude le teste della Sfinge e di Edipo, è forma armonica, senza principio e senza fine e rappresenta il pensiero” (Vittoria Crespi Morbio). Un pensiero destinato alla sconfitta, quello della Sfinge: e dunque la sua testa è avvolta nell’ombra, mentre il pensiero di Edipo vive della serena luce della vittoria.
E tuttavia già sono presenti nell’opera i segni del nero destino del vincitore della Sfinge, che ha già ucciso il padre e si appresta a sposare la madre e a fecondarla: il segno più immediato è il nero della caverna che avvolge il corpo di Edipo: è un nero denso e minacciosamente vivo, trattato quasi certamente con la spatola e non con il pennello: su questo nero Ingres ha steso un lieve velo di rosso.
Certo, il volto della Sfinge è coperto dall’ombra della sconfitta, ma si leva alto e incombe sulla testa di Edipo, come se volesse avvertirlo, e, infine, l’uomo che fugge dalla caverna serve a equilibrare l’impaginazione del dipinto, ma anche a dirci che la storia non è finita, è appena all’inizio. Se l’immagine del dipinto riuscisse a mostrare al lettore tutte le variazioni dei toni cromatici, soprattutto di quelli diffusi sul corpo di Edipo, potremmo parlare della tecnica straordinaria di Ingres: ma ci dobbiamo accontentare di osservare con attenzione la mano sinistra che pare che si muova, le pieghe del rosso manto del protagonista e il teatrale terrore dell’uomo in fuga.






