Donna Angela è la protagonista di una storia meravigliosa, fatta di intensa umanità, di passione per la cucina, di culto sapiente delle tradizioni, di profonda conoscenza del territorio. Il dott. Angelo Petillo, presidente della commissione Slow Food che le ha assegnato il premio, ha voluto celebrare, attraverso Donna Angela, i valori della cucina anastasiana. La cui storia merita di essere raccontata, senza dimenticare “’o sicchio d’’a munnezza”: così si chiama uno dei piatti più noti, e più gustosi, della cuoca premiata.
Un grazie sincero va al dott. Angelo Petillo, presidente della commissione Slow Food che quest’anno ha assegnato il Premio Ruperto a Angela Ceriello, del ristorante “’E Curti” di Sant’Anastasia, protagonista di una storia in cui le vicende personali, la passione per la cucina, il culto delle tradizioni, la saggia creatività si intrecciano a formare la trama di un romanzo meraviglioso. Il premio assegnato a Donna Angela Ceriello è anche il riconoscimento dei valori della cucina anastasiana, che fin dal primo momento i proprietari e i cuochi del ristorante “’E Curti” si sono proposti di tutelare e di rinnovare nel rispetto assoluto dei suoi principi essenziali. La storia della cucina anastasiana è stato scritta dai Domenicani di Madonna dell’Arco, dai “monsù” dei nobili e dei ricchi borghesi, i Laurenzana, i Caracciolo di Torchiarolo, i Rota, i Giaccio, che tenevano villa nel territorio, e dagli osti e dai “tavernari” impegnati tutto l’anno a preparare piatti per le migliaia di forestieri che visitavano il Santuario sotto l’impulso della fede o della curiosità. I Domenicani fecero di Sant’ Anastasia e di Madonna dell’Arco il centro del capretto, dello stocco e del baccalà: queste storie le abbiamo già raccontate, e abbiamo anche raccontato perché i Sommesi sottrassero agli Anastasiani il controllo della produzione e del commercio del baccalà e dello stocco. Nel 1859 a Sant’ Anastasia poco mancò che il partito dei “buccieri”, venditori di carne vaccina, di agnelli e di capretti, e il partito dei “baccalajuoli” si scontrassero in una battaglia campale per ragioni di politica daziaria. Fino agli anni ’80 del sec.XIX i Borrelli, una potente famiglia anastasiana, controllarono il contrabbando di carni macellate tra il Vesuviano e i mercati di Napoli.Era una storia antica: la fama dei macellai di Sant’Anastasia incominciò a consolidarsi già nel sec. XVII e già nelle “Capitolazioni” si disponeva che essi non facessero mai mancare la carne “di qualsiasi specie e in ogni stagione” alla città di Napoli.
Abbiamo qualche notizia anche sulla cucina dei Domenicani. Il belga Karl Grun, che visitò il santuario di Madonna dell’Arco nel 1888, scrive, con una punta di ironia laica, che, nei giorni di magro, nel refettorio del convento si consumavano alici,melanzane e foglie di verza imbottite di riso: il riso i frati lo compravano a Salerno e a Nola. Nel 1861 Gaetano Negri, che poi fu sindaco di Milano, venne nel nostro territorio a combattere i briganti, e prima di essere trasferito coni suoi soldati nell’ Avellinese, fu ospite dei duchi di Laurenzana, nel palazzo che sta di fronte al Santuario: egli scrive in una lettera che il cuoco della nobile famiglia mandò in tavola una spettacolosa “insalata di maccheroni” e certe “braciole di vitello”, che nulla avevano da invidiare alle braciole dei cuochi milanesi. A Negri questo sembrò un grande elogio.
Un articolo pubblicato nel 1894 sulla “Tavola Rotonda”, e forse ispirato dal direttore, Gaetano Miranda, che era anastasiano, parla dei “timballi”,delle “lasagne bianche” e delle “pastiere” che le famiglie ricche di Sant’ Anastasia preparavano per il carnevale. In quello stesso anno “tenevano frasca” nel territorio comunale almeno venti “cantine” in cui si preparavano piatti caldi. Ci dicono i registri che le “cantine” più frequentate erano quelle di Francesco Perone, a Capestella e dei fratelli Coppola a Casa Miranda. La cantina di Luisa Passariello ,al Ponte di Ferro, era nota alle forze dell’ordine perché costituiva il punto di partenza della “rretenata” per le carrozze degli Anastasiani che tornavano da Montevergine e per un duello all’arma bianca tra il marito dell’ostessa e Luigi Sersale, negoziante di vini. La “cantina” di fronte al Santuario era “condotta”, sul finire del sec.XIX ,dalla famiglia Paone: nel1834 vi aveva pranzato Carlo Augusto Mayer e gli era sembrato di stare in un teatro, perché “tutti ballavano la tarantella”, mentre “nell’ampia cucina gli spiedi si voltavano lietamente, i pesci si crogiolavano nella padella e le ragazze di paese servivano sontuosi piatti di maccheroni.”. Agli inizi del ‘900 quasi tutte le “cantine” proponevano “caciocavalli nostri”: e non si capisce se con quel “nostri” si riferivano a prodotti sorrentini o a prodotti vesuviani. Nel 1894 nel menù di “Pascarella”, il cui proprietario era Luigi Perone, c’erano, accanto ai “maccheroni alla napoletana”, le “minestre con le fave e con i piselli”.
Nel romanzo di Domenico Rea “Ninfa plebea”, la cui storia si svolge tra il 1935 e il 1945 Miluzza, ‘Ntuono e il nonno vanno in pellegrinaggio al Santuario di Madonna dell’Arco, attraversano in biroccio la vasta campagna coltivata a “pomodori, insalate, cappucce e scarole”, e, dopo aver venerato la miracolosa Immagine, consumano il pranzo votivo in una “cantina” prossima al Santuario, dove trovano “pane biscottato di granone, i recipienti pronti per bagnarlo, sperlunghe di provolone piccante, salame napoletano col pepe e finocchi in pinzimonio, e il carciofo mammarella, “la madre di tutti i carciofi””. Questa “cantina” Domenico Rea la chiama “d’’o zuoppo”. I miei zii dicevano che “da Zoppicone” si mangiavano “spaghetti alla puttanesca mai visti”.
Donna Angela fa parte di questa storia che è una splendida trama di molte storie. Uno dei suoi piatti più famosi e più gustosi ha un nome poco attraente, “’o sicchio d’’a munnezza”. Ma anche questa è una storia che merita di essere raccontata. Alla prossima.




