Il Natale è una soglia. Un passaggio strano e un po’ nascosto, adatto agli esploratori e agli acrobati, destinato ai curiosi, ai pieganti sulle tracce in mezzo alle boscaglie, a chi non si fida della cartapesta e nemmeno si degna di abboccare ai belletti della festa.
Il Natale rimane sospeso sul dirupo, dove non si sta comodi nemmeno quando il cielo è limpido e splende il sole e si accontenta di un indizio stellare, silenzioso e luminescente. È il sentiero petroso e inerpicato che s’inoltra nelle case buie, avvista una luce fioca, sorprendente, e voci sommesse attente a non far rumore, che raccontano ancora il tempo antico dell’incontro.
Il Natale non accetta regali, sfida i commerci e disperde i mercati; lascia al pubblico il sorriso idiota dell’inconsapevolezza, salta gli scenari; aspetta solo che si assaggi la delusione della vacuità, quando cercheremo le parole e non le troveremo; aspetta che all’alba appaia chiara l’inutilità del fare.
Allora capisce che è venuto il momento di ballare sul filo, senza paura, germinando copiosamente; si sporge dalle altezze a braccia spiegate e benedice ciò che resta dell’umana bontà e la lingua ritrovata e sapiente degli animali. Ampio si stende sugli alberi del mattino. Si ferma finalmente, eternamente; raduna la mitezza e il coraggio e chiede loro dove erano stati finora. Sprigiona il desiderio di pensare, imprigiona l’indifferenza beota. Accende i fuochi e ai bambini dà calde coperte. Si fida di loro e di nessun altro.
E poi si ricorda della notte e perciò prepara il giorno.



