Le feste pagane di agosto e il culto di Artemide Efesia. Il culto dell’ Assunta baluardo contro i sortilegi e “le fatture”: il rito delle “cento croci” e delle “cento Ave Maria”. La festa dell’ Assunta a Ottajano e l’ottajanese G. M. Saggese, arcivescovo di Chieti. Il rito del “mellone”.
Nel 431 d.C. i Cristiani tengono il terzo concilio. Ad Efeso, in Asia Minore. Efeso, città ricca e potente, è da sempre il centro del culto di Artemide: il tempio della dea, famoso in tutto il mondo greco, nel 356 a.C. era stato incendiato da un pastore, Erostrato, che con questa follia si era proposto di conquistare una gloria eterna: insomma, un antenato del filosofo Peregrino, di cui abbiamo già parlato. L’ Artemide di Efeso è molto di più della Diana romana: è la Vergine che consacra la purezza della terra feconda, è la patrona delle forze prime, le forze “incontaminate” e, dunque vergini, della Natura. Non è un caso che proprio ad Efeso i Cristiani riuniti in Concilio proclamino Maria “Madre di Dio”, Madre non solo del Cristo Uomo, come volevano gli eretici nestoriani, ma del Cristo Dio e Uomo, come pretendeva Agostino. Agostino è morto l’anno prima, ma è il trionfatore postumo del concilio: la sua dottrina apre la strada alla proclamazione dei dogmi della Verginità di Maria e, nel 1950, a quello, definitivo, dell’Assunzione in cielo della Vergine in anima e corpo. In realtà, Pio XII mise il sigillo della dottrina a una verità che la fede dei Cristiani aveva intuito fin dall’ Alto Medioevo, fin da quando era stato consacrato a Maria il 15 agosto, un giorno del periodo dell’anno in cui pagani avevano celebrato, per secoli, la festa in onore di Artemide Efesia e della Grande Madre anatolica.
A Napoli, scriveva Giuseppe Orgitano a metà dell’’800, il 14 agosto, che è “per le donne giorno di digiuno ecclesiastico”, si mangiava solo pane e “mellone”. Lungo le strade erano accatastate “piramidi immense di melloni” che avevano l’aspetto dei proiettili dei cannoni: a guardarla dall’alto, la città presentava l’aspetto di una “formidabile piazzaforte assediata”. A mezzogiorno era tutto finito: mucchi di scorze ostruivano le strade, e capitava spesso che i passanti “scivolando si fratturassero un membro”: nella “stagione dei melloni” risultava straordinario l’afflusso “di fratturati agli ospedali dei Pellegrini e degli Incurabili”. Il “mellone” era considerato “un conforto nelle febbri”, a tal punto che – garantisce l’Orgitano- “all’ ospedale degli Incurabili una congregazione di artieri, che la domenica visita gli infermi, fa grandi conserve di melloni per distribuirne delle fette tutto l’anno ai tisici”. L’usanza del “pane e mellone” è rimasta: ho il chiaro ricordo di vicine di casa che sia il 14 che il 15 agosto non solo si nutrivano di “mellone”, ma con la rossa polpa si lavavano anche la faccia. Mi dicono che in Campania qualche innamorato segue ancora l’uso di regalare alla sua ragazza, il 14 agosto, un “melone”, che deve essere – se no, sono guai- “cumm’’o fuoco”. Non posso escludere che il costume derivi dal fatto che per la sua forma il “mellone” è, per gli scrittori sboccati, immagine dell’organo sessuale maschile, come spiega nei Canti Carnascialeschi Lorenzo de’ Medici. L’intreccio dei simboli risulta sempre un groviglio.
Anche il rito religioso dell’ Assunta diventa, alla fine, un momento di festa, come racconta, splendidamente, Matilde Serao in un suo romanzo: “non erano soltanto i ventimila abitanti” di Santa Maria di Capua “ che avevano lasciato le loro case, in quella sera di mezz’agosto, per assistere al grande fuoco d’artifizio in onore dell’ Assunzione di Maria Vergine: ma anche dai villaggi e dalle città vicine erano accorsi, per devozione e per curiosità… i conciatori di cuoio, gli ortolani di San Nicola la Strada, i setaiuoli di San Leucio, i fabbricanti di torroni di Casapulla, gli agricoltori di Maddaloni e di Aversa, le pallide maceratrici della canapa che languiscono un’intera stagione sulle sponde dei lagni.” Ricordo che anche a Ottajano don Pietro Capolongo, parroco di San Giovanni, un grande parroco che veniva da una terra di febbri, negli anni ’60 del secolo scorso fece sì che la festa dell’Assunta diventasse, con quella della Madonna del Carmine, il momento religioso più importante per la città, dopo la festa di San Michele: la fotografia, che apre l’articolo, e che da sola vale un lungo capitolo di storia ottajanese lo dimostra chiaramente. Anche il parroco don Luigi Pisanti, erede di Capolongo, dedicò all’ Assunta una cura particolare. Le carte mi dicono che il culto dell’Assunzione mise radici nella chiesa e nel quartiere di San Giovanni grazie a mons. Giosuè Maria Saggese, che in quel quartiere nacque il 15 maggio dell’’800, nel palazzo di famiglia: ancora oggi è il palazzo Saggese, dei Saggese “Matafone”. Il pio monsignore prima a Napoli e poi a Chieti, di cui divenne arcivescovo nel 1838, dimostrò una intensa devozione per il culto di Maria.
Ma per la fede degli “umili” la protezione dell’Assunta fu anche un baluardo provvidenziale contro la pratica maligna delle “fatture” e degli incantesimi la cui stagione inizia, secondo le leggende, la notte tra il 23 e il 24 giugno – il giorno sacro a San Giovanni – quando le streghe incominciano a raccogliere le erbe nefaste. Fu un baluardo contro le insidie del demonio, questo culto, e forse lo è ancora. Poche ore fa ho letto su un giornale online che una setta satanica ha deciso di celebrare una messa nera a Oklahoma City proprio il 15 agosto. A questo particolare carisma della Madonna bisogna ricondurre, probabilmente, il rito delle “cento croci” e delle “cento Ave Maria” che viene praticato, in molte città del Sud, in onore di Maria, proprio il giorno in cui si celebra l’Assunzione. Nel sec.VI d.C. Gregorio di Tours, vescovo e biografo di santi noti e meno noti, ricordava a chi ascoltava i suoi sermoni e a chi leggeva i suoi libri che il malato che chiede la guarigione al santo non deve stancarsi di baciare la teca con le sue reliquie e di segnarsi col segno della Croce.
Di questo rito di ripetizione ho trovato a Ottaviano solo una traccia, vaga e antica: più numerose sono le testimonianze che una giovane e valente studiosa ha raccolto a Somma: la pregherò di parlarne in una intervista al nostro giornale.



