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Fino al 1750 l’Università di Somma (il governo locale), non possedendo beni patrimoniali, visse a gabella, cioè esclusivamente grazie ai dazi gravanti sui consumi. La rendita più antica e cospicua era sempre stata la gabella sulla farina e il diritto esclusivo dell’Università di vendere il pane alla popolazione.

Gli Amministratori locali accordavano ad un conduttore, dietro pagamento di un compenso, il diritto di fare pane (jus panizzandi) nel forno pubblico dell’Università. L’ “affittatore”, dal canto suo, uomo sempre raccomandato dalle autorità locali, vendeva il pane prodotto, ogni giorno, in otto botteghe del pane distribuite nei tre quartieri della città. Oltre al predetto conduttore, nessun altra persona, cittadino o forestiere, poteva fare pane per venderlo oppure introdurlo nel territorio di Somma per farne mercimonio, come riferisce il compianto storico locale Giorgio Cocozza. Il forno pubblico, secondo le ultime acquisizioni, doveva trovarsi nel primo tratto di via Casaraia (la strada che attualmente va dal negozio Hereke di via Gramsci e arriva all’incrocio che porta a via San Pietro), che all’epoca era citata nelle “Matrici della popolazione” con il toponimo “Strada Forno”.  I Capitoli dell’Università prevedevano una sola eccezione: i tavernari ed i massari delle grandi masserie potevano fare pane nei loro forni, ma solo per venderlo agli avventori, ai forestieri di passaggio e ai coloni che abitavano nell’ambito della masseria stessa.

Quando il 1° gennaio 1751 entrò in vigore a Somma il Catasto Onciario borbonico del 1744, il popolo di Somma credette che fossero cessati tutti i dazi e le gabelle, tra cui quella del pane. Tutto ciò  liberalizzò  la vendita del pane di contrabbando, portando una forte caduta della corposa rendita con cui l’Università di Somma pagava il Regio Erario. La gente non comprava più nelle botteghe legali, ma in quelle illegali che disponevano sia di un prezzo inferiore che di una qualità superiore, in quanto non sempre il pane legale era fatto con ingredienti di buon livello. Addirittura, nel 1793, il Governo locale della Città di Somma, tramite il suo procuratore legale, dovette ricorrere al Tribunale della Regia Camera della Sommaria per ribadire di essere la titolare, da tempo immemorabile, del diritto di vendere il pane, l’olio e il vino al minuto. Il ricorso era stato fatto perché il fattore della masseria della Starza Regina si era messo a vendere illegalmente nella sua baracca i generi alimentari citati.

Il Tribunale, riconosciuta fondata l’ istanza degli amministratori locali, ordinò al Regio Governatore di Somma di adottare tutte le misure urgenti volte ad assicurare il mantenimento dell’antico diritto dell’Università.  Il povero fattore della Starza Regina fu costretto a togliere le baracche e a non vendere il pane ed altri generi commestibili sottoposti al vincolo. Nonostante i ripetuti interventi del Tribunale e l’attenta vigilanza locale, il contrabbando del pane non fu estirpato. Il caso eclatante, che vale la pena ricordare, avvenne il 4 dicembre del 1795 ad un giovane sommese di nome Giuseppe Sorrentino. Questi acquistò, in un forno illegale di Somma, otto palate di pane buono e tenero e mentre lo portava pubblicamente a casa sua, nel quartiere Casamale, fu fermato improvvisamente dal vigilante Vincenzo Reanna (Rianna), che gli sequestrò il pane unitamente al sacchetto che lo conteneva. La cosa mandò su tutte le furie Domenico Sorrentino alias Nasone, padre del giovane fermato. Questi, uomo violento e rivoltoso, ben noto a Somma, dopo aver ingiuriato e minacciato i conduttori del forno pubblico, ebbe la temerarietà di schiaffeggiare nella sua casa la moglie del vigilante Vincenzo Reanna. L’azione violenta del Sorrentino, subito denunziato alle autorità competenti, continuò anche il giorno dopo; infatti, si portò dal Governatore Regio e con un atteggiamento arrogante gli disse che il pane lo comprava “dove voleva e quanto ne voleva”, adducendo che in qualità di cittadino napoletano, e non lo era, godeva di tutti i diritti civici. Chiese, quindi, l’immediata restituzione delle otto palate di pane e del sacchetto, avvertendo che in caso contrario avrebbe creato disordini tra il popolo. Addirittura il Sorrentino offese il Regio Governatore, accusandolo di percepire una lauta mazzetta dall’affittatore del forno pubblico. Il Governatore, dopo tale oltraggiosa affermazione, ordinò subito l’arresto del Sorrentino.  La cattura non fu possibile sia per l’assenza della squadra del Tribunale di Campagna, residente nel vicino Casale di Sant’Anastasia, sia perché gli armigeri della Regia Corte non furono sufficienti a bloccare il facinoroso uomo, che aveva una vasta parentela e godeva pure di un notevole appoggio tra il popolino. Dopo ripetute ricognizioni, però, e tanti interrogatori, tra cui uno alla moglie del vigilante Reanna, il Tribunale della Regia Camera della Sommaria decretò ufficialmente la carcerazione di Domenico Sorrentino. Stavolta la squadra di Campagna eseguì il mandato e rinchiuse il reo nelle carceri di Pomigliano d’Arco, lontano da Somma. Il contrabbando del pane e degli altri generi soggetti a gabella, però, continuò a svilupparsi in forme più o meno celate, nonostante i ripetuti interventi delle autorità preposte alla repressione degli abusi.