La latitanza di Pasquale Scotti come un romanzo scritto a sei mani da Conan Doyle Agatha Christie e Camilleri. Un libro amaro su certi poteri che diventano il Potere e custodiscono i loro segreti e fanno i loro affari con ogni mezzo. E’ un libro che non passerà nei salotti delle TV “nazionali”.
Il libro l’hanno firmato tre giornalisti, il compianto Enzo Musella, Gaetano Pragliola, Gianmaria Roberti e poi Luigi De Stefano che nel 1983, quando era capo della Squadra Mobile di Caserta, arrestò per la prima volta Pasquale Scotti. E’ un libro amaro, di cui non si parlerà nei salotti “buoni” della TV, perché ai conduttori, agli ospiti e agli spettatori di quei “salotti” non interessa l’Italia che esce da queste pagine. Un’ Italia strana, un’Italia che pare, a prima vista, un groviglio inestricabile di trame e di complotti, ma alla fine si sputtana: gli “spioni, i faccendieri, i malavitosi “ sono personaggi banali, si ripetono, come le trame dei gialli di serie B: una borsa piena di carte può seminare morti ammazzati e può garantire dorate latitanze di trenta anni: poi,all’improvviso, non garantisce più nulla, e Pasquale Scotti, alias Francisco De Castro Visconti, si fa catturare a Recife, in Brasile, e nell’aereo che lo porta in Italia piange: “la mia è una vita distrutta”( la Repubblica, 11 marzo).
E Pasquale Scotti non è un camorrista qualsiasi. Confessò, la prima volta che lo arrestarono, 25 omicidi: ma questo feroce assassino lo chiamavano, oltre che “’o collier”, anche “l’ingegnere”, per il suo cervello, e anche “Armani”, per la sua eleganza. Dopo il primo arresto, Pasquale Scotti “collaborò”, un poco: ma la notte tra il 24 e il 25 dicembre del 1984 fuggì dall’ ospedale di Caserta. Dissero che aveva segato le sbarre della finestra e si era calato al piano inferiore con una corda: “ scene da film, forse nemmeno il miglior Martin Scorsese avrebbe immaginato una cosa simile…Poi c’è un altro fatto agghiacciante. Quella giornata arrivarono alla centrale operativa della Questura di Napoli due telefonate anonime, “Scotti oggi evade”, dissero.”( p. 54-55).. Per 30 anni i poliziotti e gli uomini dei servizi segreti lo hanno cercato dalla Mongolia alla Tunisia, dalla Polonia alla Romania, in Olanda, in Belgio, in Venezuela. E’ “una pallina che schizza nel flipper delle squadre catturandi di mezzo globo,avvistato ai quattro angoli della Terra”, ma Scotti non ha rivali nello scavalcare le frontiere: “per lui le barriere cadono senza aspettare crolli di regimi e trattati comunitari. Un altro indizio degli appoggi nel continente sommerso dell’intelligence”( p. 57).
Insomma, uomini delle istituzioni cercano Scotti ai quattro angoli della Terra, “bruciando milioni di euro”, e contemporaneamente altri uomini delle istituzioni lo coprono: “in alcuni casi è forte l’odore del depistaggio”. Il capitolo in cui si racconta la caccia in Tunisia pare un racconto di Agatha Christie, quando manda Poirot in Egitto e in Mesopotamia, luoghi sacri alle storie di complotti e di agenti segreti. A un certo punto alcuni investigatori della DIA seguono il fratello di Pasquale, “ imprenditore edile incensurato”, che si è imbarcato su una nave per una crociera nel Mediterraneo: sono convinti che Peppe Scotti li porterà da Pasquale. “ Riescono a mettere una cimice nella cabina e un’altra sotto il tavolo della sala da pranzo”: ascoltando si convincono che i due si incontreranno durante l’escursione in pullman a Tripoli, ma Peppe Scotti non partecipa alla gita. “Durante il viaggio nessun segno del latitante. Ma una fonte aggiunge un aneddoto sinistro: una sera un cameriere bussa alla porta della cabina di un agente e gli consegna una bottiglia di champagne. La accompagna un bigliettino con su scritto: “ Buone vacanze a tutti, Pasquale.”.
Qualche informatore racconta che Scotti viaggia travestito da “vecchia con un bastone”, che autista e guardaspalle sono albanesi, e che, vestito da prete, il latitante ha perfino partecipato ai funerali di suo fratello, “stroncato da un male incurabile” : “alle esequie, mischiati al pubblico, sono presenti in massa gli investigatori”, che però non si sarebbero accorti di nulla ( p.61). Ma la realtà umilia l’immaginazione, anche quella di Kafka, nel ferragosto del 1995, in Polonia. Alla frontiera con la Repubblica Ceca la polizia ferma un certo Salvatore Giunta – il nome è confermato dal passaporto –, il quale dichiara di essere un impiegato della Fiat, di aver lavorato negli stabilimenti Fiat in Polonia e di risiedere a Piossasco, nel Torinese. L’ Interpol aveva comunicato che spesso Pasquale Scotti usava, tra i tanti passaporti falsi, anche uno intestato a Salvatore Giunta. Le impronte digitali dimostrano che l’uomo fermato sul confine polacco è il Salvatore Giunta originale, il quale due anni prima ha smarrito il passaporto, poi l’ha ritrovato, ma ha dimenticato di “segnalarne il ritrovamento”: del resto l’uomo è un cinquantaduenne con i capelli già bianchi, mentre Scotti a quella data ha 37 anni. Ma c’è, nella vicenda, un aspetto insieme drammatico e farsesco: “ Salvatore Giunta è in Polonia all’insaputa di moglie e figli, e per di più con una giovane polacca”.( p. 59).
La Primula Rossa di Casoria, di cui molti investigatori pensavano che fosse già morto, si sarebbe fatto “incastrare” consentendo al funzionario di Recife che gli doveva rinnovare la patente intestata a Francisco De Castro Visconti di prendergli le impronte digitali. Gli autori del libro sono scettici su questa versione. Dopo che il latitante è stato arrestato a Recife, il giudice Carlo Alemi lo ha esortato a “svuotarsi la coscienza, a scoprire le carte del gioco retto per 31 anni al tavolo dei misteri di Stato.”: Se lo facesse, forse Scotti racconterebbe che il motore di tutta la storia è la borsa piena di documenti che il banchiere Calvi teneva con sé, a Londra, nel giugno del 1982 e che venne portata via da coloro che l’uccisero e ne lasciarono il cadavere sotto il Ponte dei Frati Neri. I documenti parlavano, quasi certamente, dei miliardi, anche alcuni miliardi riciclati di Cosa Nostra, arrivati, attraverso il Banco Ambrosiano, “ a Solidarnosc, il sindacato libero piantato nel cuore della Polonia comunista, sotto lo sguardo di Giovanni Paolo II “ e ai “regimi autoritari sudamericani, in lotta contro l’avanzata filo- marxista” ( p.72). Quelle carte si sono rivelate micidiali per tutti quelli che le hanno toccate: un lungo elenco di morti ammazzati. Pasquale Scotti non ha lasciato tracce significative della sua presenza sotto il Ponte dei Frati Neri, “ ma mostra di custodirne i segreti”. Della vicenda Calvi egli sa ciò che è “ rimasto sottotraccia per decenni, il suicidio simulato del banchiere, il lavoro sporco appaltato alla camorra, killer in odor di servizi finiti sotto terra, a loro volta, altri documenti compromettenti spariti, la valigetta del presidente dell’ A.mbrosiano trovata ad anni di distanza. Vuota, naturalmente.” (p.84).
Forse Pasquale Scotti sa qualcosa anche del caso Cirillo. Conan Doyle, Agatha Christie, Camilleri: l’”ingegnere” non ha scontentato nessuno.



