In una commedia di Viviani “’o verdummaro” dice che “e vvoce ‘e venneture”, i richiami del venditore, sono una caratteristica solo dei venditori di frutta e verdure napoletani. I venditori del nord non hanno “voce”. “Mellune chine ‘e fuoco” è la “voce” del “mellonaro”, e la voce del “patanaro”, il venditore di patate, è “Qua patane, ‘e grosse e ‘e piccerelle”. “Ahhh” è la “voce” con cui il “verdummaro” napoletano faceva muovere “’o ciuccio”. Correda l’articolo la figura del “verdummaro” disegnata da A. Della Valle.
Il “verdummaro” di Viviani è anche malizioso: con i suoi clienti parla male dei venditori di vino, “qui, la metà del vino è acqua di Serino”. Ispirare fiducia ai clienti era il compito primo del venditore ambulante di frutta e verdure. In “Gesù è nato a Napoli” di Luciano De Crescenzo un “verdummaro” cerca di allontanare da sé una zingara che parla di morte: “vi ho già pregato, faciteve allà, io qua devo lavorare. Si ‘a vulite, pigliateve ‘a scarola e jatevenne.” E incomincia a lanciare le “voci”: “’’a frutta bella, ‘e cucuzzielli, ‘e mulignane fresche”. E una lavandaia gli domanda se le melenzane sono veramente fresche, ma subito aggiunge: “se me lo dite voi, mi fido”.
Nell’ Ottocento lungo le strade tra Napoli, il territorio vesuviano e la piana di Sarno si svolgeva, ogni giorno, il viavai dei carri dei “verdummari” ambulanti che portavano in giro frutta e verdure delle loro terre. Nel 1867 a Ottajano c’erano nove venditori a posto fisso, otto erano quelli di San Giuseppe, cinque quelli di Terzigno: e tuttavia, in quell’anno, la Polizia Municipale autorizzò sette “verdummari” a girare per il paese: due venivano da Sant’Anastasia e vendevano peperoni e broccoli, uno, Giovanni Calenda, veniva da Somma e vendeva costosi fagiolini, disposti in connole, in copierchi e in spaselle: il venditore metteva “i più belli sopra, in bella evidenza: si faceva, cioè, l’accoppatura, pratica tuttora in uso e non solo per i fagiolini”.(Silvestro Sannino).
Nonostante i proclami e le prediche delle Amministrazioni Comunali, era fatale che girassero per i paesi anche ambulanti non autorizzati: il controllo diventava più rigoroso, e si adottavano provvedimenti molto severi nei confronti degli “irregolari”, durante le epidemie. Nel 1893 il Comune di Ottajano assegnò a un “ufficio di sanità” il compito di controllare il “mercato” alimentare che si teneva, e ancora si tiene, ogni sabato: qualche tempo fa, un sabato, tra i venditori che si schierano al Rione Greco ho visto, su un furgoncino carico di cipolle e agli, una scritta: qui trovate cipolle di Montoro, provare per credere. C’erano, e ancora ci sono, i venditori specializzati, il “mellonaro” e il “patanaro”: cocomeri e meloni venivano e vengono dal Casertano, e le patate dall’agro nocerino- sarnese. Quando ero ragazzo, tre volte alla settimana arrivava a Ottaviano il furgoncino di “Chiarinella ‘a sarnese” e portava patate dal sapore delizioso, friarielli croccanti, peperoncini luccicanti e fiori di zucca che, sapientemente imbottiti, diventavano una pietanza principesca: insomma, l’incontro con Chiarinella era una festa per le signore del “cortile d’’e pulliere”, dietro il Municipio.
Negli altri giorni mia madre si riforniva da “Maria ‘e Zuchetta”, mitica “verdummara” che teneva “’o puosto” a Piazza San Lorenzo e che era un personaggio “uscito” dalle commedie di Scarpetta: una sequenza ininterrotta di battute, di “mosse”, di scene recitate con vesuviana maestria. Alla fine della II guerra mondiale “Maria ‘e Zuchetta” condusse la rivolta delle donne ottavianesi contro i Tedeschi che, in fuga verso Napoli, devastarono Ottaviano, uccisero e saccheggiarono. “Chiarinella” forniva anche i pomodori per “ le bottiglie”, mentre i “pomodorini del piennolo” ci arrivavano da Somma. Una festa. Si rinnova la memoria del passato quando osservo ciò che avviene intorno al furgoncino, carico di “spaselle” di frutta e verdure, che il mio amico e vicino di casa Gennaro Saviano ha attrezzato da qualche tempo.
E tra un giro e l’altro lo fa sostare, talvolta, negli spazi autorizzati del parcheggio Bosco, su cui si affacciano le nostre case. In questi momenti arrivano dal quartiere tutto le signore clienti: girano intorno al veicolo, lentamente, chiedendosi cosa comprare – non possono comprare tutto – e intanto il loro sguardo va dal cesto dei peperoni a quello dell’uva, dall’ ampia “spasella “piena di superbi ceppi di insalata alla “stesa” di pomodori per il ragù, di pomodori per l’insalata, di maliziosi pomodorini che sembrano sfidarti: prendimi, e vedrai che sapore…e le melanzane, e i mandarini e le patate dalla scorza vellutata. E si rinnova la scena descritta da Viviani: Don Gennaro educatamente consiglia, e, essendo ottajanese cresciuto a San Lorenzo, egli conosce gusti, orientamenti e abitudini delle sue clienti, e le clienti – e anche i clienti – si fidano di lui, anche perché quando parla, guarda negli occhi, diritto, e non si gira dall’altra parte, con la scusa di mettere ordine nelle ceste.
E in un momento in cui aumenta il costo giornaliero della spesa per gli alimenti, frutta e verdure vendute da don Gennaro hanno un prezzo calmo calmo: e di questi tempi è una cosa non da poco. Proprio stamattina ho visto, accanto al furgoncino di don Gennaro, “un’immagine” che mi ha ricordato De Nittis e Luca Postiglione: una bella signora, sollevato in alto controluce un maestoso grappolo d’uva, cercava di assorbirne tutti i riflessi, e intanto diceva: “ E’ nu peccato mangiare ‘na pigna accussì bella”.



