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“I gigli” di Nola nelle foto di Mimmo Iodice e nel racconto di Roberto De Simone

Mimmo Iodice, artista della fotografia, corredò con le sue foto, scattate nel 1972 e nel 1974, il breve saggio di Roberto De Simone sulla festa nolana, pubblicato in “Chi è devoto. Feste popolari in Campania” (Edizioni Scientifiche Italiane, 1974). Sono citati nell’articolo anche passi tratti dal libro “Storia di Nola” di Ciro Rubino.

 

Il breve saggio del Maestro De Simone si apre con la citazione dello stupore che Gregorovius raccontò di aver provato e manifestato durante la festa dei Gigli del 1853, davanti alle “torri ambulanti” che oscillavano di qua e di là, ciascuna sulle spalle di trenta portatori, nel rimbombo della musica e nell’agitarsi della marea di popolo. Non è un riferimento casuale: il Gregorovius vedeva nelle donne di Nola i segni della composta dignità delle matrone romane, e le danze sfrenate dei ballerini della festa dei Gigli gli ricordavano quelle che nel mondo antico erano collegate al culto di Adone: per lui, come per Stendhal e per Lawrence, l’Italia era soprattutto una dimensione dello spirito, lo “spazio” mitico di un meraviglioso viaggio tra le ombre del mondo classico  e del Medioevo. La tradizione vuole che la festa dei Gigli ricordi un evento dei primi anni del sec.V d.C.: Paolino, vescovo di Nola, si consegna come prigioniero ai barbari africani per riscattare il figlio di una vedova, che essi avevano catturato. Segni miracolosi fanno capire ai barbari che Paolino ha virtù particolari, e così “mediante la sua santità”, il vescovo riconquista non solo la propria libertà, ma anche quella degli altri Nolani deportati. Scrive Ciro Rubino che i cittadini di Nola andarono incontro al loro vescovo che tornava dall’ Africa “sul lido di Turris Nunciata…fu lì, forse, che gli tributarono i primi onori facendo festa con i gigli bianchi. Vi andarono nell’ordine in cui ancora oggi vanno nella loro processione per Nola: un ortolano, un salumiere, un cantiniere, un fornaio, un beccaio, un calzolaio, un fabbro, un sarto.”. Il Maestro De Simone, dopo aver sottolineato la debolezza delle fonti storiche, nota che la “dimensione dionisiaca” della festa”, il gran numero di elementi “pagani”, “gli aspetti coreutici” e “l’assordante politonalità di più bande in un medesimo luogo” inducono a collegare l’evento agli “antichi riti agresti del grano e della fertilità”.

Del resto, i “gigli”, derivati dagli antichi “cerei, grossi ceri adorni di fiori e grani “ e da macchine piramidali, coperte di garofani caratterizzano feste che nulla hanno a che vedere con il Vescovo di Nola “in vari posti d’Italia e della stessa Campania ( Mirabella Eclano, per esempio…Con ciò non si vuole però negare la validità della leggenda di San Paolino che è da leggere essenzialmente nei suoi contenuti simbolici.”. Scrive Ciro Rubino che tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del ‘900 c’erano, nell’organizzazione della festa, elementi che poi sono scomparsi: per esempio i mastri di festa erano due per ogni “giglio”: uno “vestiva” il giglio, l’altro provvedeva a “spogliarlo” “ I due mastri di festa avevano modo così di godersi il giglio vicino alla propria abitazione organizzando serate di musiche e di varietà e grandi banchetti dove si mangiava e si beveva di tutto”. La barca è una protagonista della festa: “porta” le immagini del vescovo e del prigioniero riscattato, insomma ricorda il “viaggio” di San Paolino. La barca è presente anche nella festa della Madonna dell’Arco: in un articolo di qualche anno fa ricordavo che Iside egizia, venerata a Pompei, era patrona dei marinai e durante la processione che si svolgeva in suo onore gli “iniziati” portavano, in alto sulle loro teste, modelli preziosi di barche: e modelli di barche portavano, e portano ancora, al santuario di Madonna dell’ Arco i fujenti di Barra e di San Giovanni a Teduccio.

Importante è ciò che sulla barca di San Paolino scriveva nel 1974 il Maestro De Simone: “A differenza della festa di Madonna dell’Arco dove tutto tende essenzialmente alla rassicurazione, i “gigli” di Nola in un clima di dionisiaca sfrenatezza popolare si presentano come meccanismo compensativo e di scarico di tensioni sociali denunciando la presenza di una classe in attesa costante di una barca con un liberatore di nome Paolino”. Le fotografie di Mimmo Iodice dimostrano che egli possiede la “virtù” fondamentale dell’arte, e cioè l’ “occhio” capace di cogliere e di “eternare” quei particolari che diventano insostituibili dettagli, nel senso che rappresentano aspetti significativi dell’evento fotografato. E così nella foto che “apre” l’articolo il giglio si confronta con l’altezza della cupola della chiesa, e nelle foto in appendice la folla ha il carattere delle folle napoletane e vesuviane, nelle quali ogni persona riesce a conservare la propria identità, e i balconi, le curve e le rette sono “luoghi” e simboli di una storia eterna.

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