Gerardo Innarella segue, a Pavia, l’affascinante strada della sua passione per il teatro. Nei suoi “pezzi” teatrali ci sono i segni di Cortàzar, del teatro contemporaneo, della difficile battaglia che la Parola conduce per sfuggire alla banalità e per recuperare la sua sacralità. Ma nel gioco del “non senso” che sotto le apparenze si rivela un “senso” complesso e profondo Innarella dimostra di non aver dimenticato Viviani.
Gerardo Innarella, ottajanese di 36 anni, insegnante di Lettere in Pavia, drammaturgo, regista della compagnia teatrale pavese “Tra il dito e la Luna”, ha respirato, con l’aria della nostra Ottaviano, quel “balsamo della scena” – così lo chiamava Jean Louis Barrault – che fa parte dello spirito della città e si effondeva, delicato e potente, durante i riti religiosi, le processioni e le feste civili. Quel “balsamo” inebriò Antonio Annunziata, che molti giovani persuase a confrontarsi con l’ossessione della maschera dell’attore, e ancora si manifesta intensamente nell’arte “drammatica” di Ciro Giaquinto e di Gianni Sallustro. Da dove venga agli Ottajanesi questo amore per il teatro è cosa lunga a spiegarsi: forse è l’effetto positivo della nostra secolare inclinazione a dissimulare, a mascherarci, forse dipende dalla forma del territorio, un palcoscenico che sovrasta la platea della pianura e ha come fondale la matronale maestà del Somma-Vesuvio.
Nei “corti teatrali” scritti per la compagnia e pubblicati in volume nel 2017 Gerardo riflette sull’ assurdo che corruga la vita quotidiana degli uomini e ora consuma le loro parole nel grigio della banalità, ora svela, attraverso gli squarci e le ferite, i resti di un’energia ribelle, anomala, irriverente. Da qui la riflessione sui personaggi di Cortàzar: i Cronopios eccentrici ammiratori del nuovo, che hanno ereditato da Ulisse la passione di scoprire vie mai percorse da altri; i Famas rispettosi dell’ordine, ispirati dalla fiducia nella ragione e dalla possibilità di conoscere le strade della salvezza; le Speranze, che immobili siedono come arcaici simulacri di pietra in attesa che siano le strade a muoversi come nastri e a trasportarle verso l’obiettivo. E tutto intorno ci sono i valori veri del mondo, che Gerardo chiama la “ Tigre” e che aspettano di tornare al centro di tutto, di illuminarsi di Verità, di confrontarsi con quel Varco Assoluto che è la Morte. Confluiscono nei “corti” di Gerardo Innarella le “memorie” e gli influssi del teatro del Novecento, e in particolare la suggestione dell’epica battaglia che la Parola combatte per sottrarsi al vampirismo della banalità e per riconquistare l’antica sacralità.
In questa prospettiva risulta pregevole il corto che si intitola “Lo specchio di Narciso”. Giustamente Goethe diceva che all’origine della nostra civiltà ci sono il mito greco, i poemi omerici e la tragedia: tutto il resto della letteratura, dell’arte e della filosofia dell’Occidente è solo una pallida copia. Basta il personaggio di Narciso a dimostrare la potenza profetica della civiltà greca: Narciso che si innamora della sua immagine riflessa nell’acqua è “figura” perfetta dell’egoismo e della vanità che segnano il nostro tempo, e la sua storia con la ninfa Eco, condannata a ripetere l’ultima parola pronunciata da chi le sta parlando, è metafora completa della civiltà dei “social”, della cultura del “copia e incolla”. Ma nel “corto” di Gerardo tra Narciso e Eco ci sono anche il cellulare e i “selfie” e la ninfa non si limita a ripetere l’ultima parola pronunciata dal vanesio, ma talvolta vi aggiunge, di suo, un tono interrogativo che conferisce un senso nuovo e diverso a quello che dice. Il “corto” “Bourguignonne” si apre con una discussione tra Attilio e Tobia su come bisogna tagliare a tocchetti la carne per la ricetta che dà il titolo al testo e si chiude con Attilio che racconta a Tobia, mentre stanno mangiando la carne, la storia di Atreo che fa mangiare al fratello Tieste le carni dei suoi figli. “Tobia con in mano la forchetta con l’ultimo boccone, ha un conato di vomito e la lascia cadere”. In mezzo c’è la storia di una moglie passata dall’uno all’altro, e ci sono dialoghi in cui tracce di sofferenze a stento celate, e brandelli di chiacchiere vuote e crudeli si mescolano sulla base di un raffinato ritmo a singhiozzo che ricorda con immediatezza certi passi di un capolavoro assoluto “ Brevi interviste con uomini schifosi” di David Foster Wallace. Che, pubblicato nel1999, chiuse degnamente il sec.XX e non meno degnamente aprì il sec. XXI.
Il “monologo corale” “Il pianto degli italiani” è uno splendido “pastiche” i cui ingredienti sono le frasi “solite” che ripetiamo e sentiamo ogni giorno: “Mia moglie mi fa il c…o se mangio maionese/ Aspetta che cominci a scarseggiare il pane! / Niente casa, né lavoro: che m…a di Paese! / Tanto niente cambia, ti prendono per fame. / Basta, non resisto, adesso me ne vado! / Sai quanto guadagna a Berlino un falegname? / “. In prosa, invece, è tessuto il monologo individuale: “Che cosa è cambiato nella mia vita da che c’è l’unione europea?” “ Un tempo nella scuola italiana ti insegnavano l’inglese in italiano, ora devi conoscere l’inglese per insegnare italiano nella scuola italiana.”. L’Europa è, nel ritratto che ne fa Innarella, “una donna col catetere” che ripercorre confusamente la sua storia e rimpiange Cesare, e, tra i suoi figli, Napoleone, che “ebbe la forza di strappare la corona a tutte le altre teste…ma voleva sempre di più e io non potevo più seguirlo.”.
Gerardo Innarella cesella paradossi e rovesciamenti e si diverte, come capita a tutti gli scrittori di teatro: ma nel suo divertimento c’è anche quella luce della speranza che brilla nella mente e nel cuore di chi decide di scrivere per gli altri. Egli tratta con maestria il gioco del “non senso”, che è un gioco ambiguo, perché quasi sempre le parole che non dovrebbero avere nessun senso, specchiandosi come Narciso nell’acqua del dialogo e della mimica teatrali, acquistano, per gli spettatori attenti, significati profondi e complessi. Nella sapienza e nella passione con cui Gerardo Innarella conduce questo gioco ci sono i segni della sua ammirazione per il teatro di Raffaele Viviani, per certi dialoghi “vivianeschi” in cui sembra che tutto si dica per non dir nulla, ma poi ti accorgi che le chiacchiere, se le sai decifrare, dicono molto.




