Quando è l’uomo a essere un minaccia per gli animali.
L’accaduto è ormai cosa nota in tutto il mondo. Il 29 maggio Harambe, un maschio di gorilla di pianura occidentale di 17 anni, è stato ucciso per proteggere un bambino di quattro anni caduto nel suo recinto, allo zoo di Cincinnati in Ohio. Tra le urla dei genitori e degli altri visitatori che assistevano alla scena – non certo la situazione giusta per tranquillizzare i due primati nel recinto – lo staff dello zoo ha preso la decisione che ha scosso l’opinione pubblica mondiale.
Harambe appartiene a una specie in pericolo critico di estinzione: rimangono meno di 175.000 gorilla di pianura in natura. Era uno dei 765 gorilla in cattività, di cui 360 inseriti in programmi di riproduzione, arrivato a Cincinnati nel 2014, dopo aver trascorso 15 anni nello zoo in cui era nato: il Gladys Porter in Texas.
Non aveva mostrato comportamenti aggressivi verso il bambino. Certo, lo ha trascinato per qualche metro in acqua, ma non per affogarlo o per fargli del male intenzionalmente. Del resto un gorilla di 180kg come Harambe avrebbe potuto uccidere o ferire gravemente, anche per sbaglio, il piccolo umano di 16kg rimasto per 10 minuti buoni nel recinto con il silverback.
Ora c’è chi inveisce contro lo zoo, chi contro i genitori del bambino, ritenuti i veri responsabili della morte di Harambe. È stata anche lanciata una petizione per perseguirli penalmente: in meno di 24 ore ha registrato oltre 8.000 firme.
Si sarebbe potuta evitare la morte di Harambe? Probabilmente si.
Poteva essere sedato? Forse, ma la soluzione non è stata giudicata la migliore: un tranquillante fa effetto in 5-10 minuti su un animale di quella stazza. Il bambino avrebbe passato ancora troppo tempo con il gorilla. Inoltre avvertito il colpo, il silverback si sarebbe potuto innervosire e in uno stato confusionale avrebbe potuto far male al bambino, o caderci sopra addormentandosi.
La verità, quindi, non sta nella scelta di quel momento. La verità è che quello che è successo poteva – e doveva – non accadere, per diversi motivi. Ma facciamo un passo indietro.
Non è la prima volta che un bambino cade nel recinto dei gorilla di uno zoo. È successo nel 1986 al Durrell Wildlife Park in Gran Bretagna, dove Levan Merritt, allora bambino di 5 anni, cadde nel recinto riportando una frattura al cranio. In quell’occasione, il silverback di 25 anni Jambo lo protesse dagli altri membri del gruppo fino all’arrivo del personale. Jambo divenne un eroe e l’episodio cambiò per sempre il parere dell’opinione pubblica su questi animali.
Dieci anni dopo, nel 1996, la storia si è ripetuta al Brookfield Zoo alle porte di Chicaco. Questa volta il gorilla-eroe fu una femmina: Binti Jua, che portò all’uscita più vicina il bimbo di 3 anni svenuto in seguito alla caduta.
Ma non è neanche la prima volta che un umano – “cucciolo” o adulto – si intrufola per sbaglio o intenzionalmente nei recinti di uno zoo.
È successo quattro volte solo nell’ultima settimana, in varie parti del mondo. E l’epilogo in 3 casi su 4 è stato tragico, per l’uno o per l’altro animale bipede. Oltre al caso di Harambe, il 21 maggio scorso un ventenne ha tentato di spettacolarizzare il suo suicidio nello zoo cileno di Santiago: si è spogliato completamente ed è entrato nella gabbia dei leoni attirando la loro attenzione. Il personale dello zoo è intervenuto prima con getti d’acqua per allontanare i felini e poi si è visto costretto a sopprimerli per salvare l’aspirante suicida.
Il 23 maggio, poi, un uomo ubriaco è entrato nel recinto dei leoni del Nehuru Zoo Park di Hydrabad in India e ne è uscito miracolosamente illeso. Lo stesso giorno, ma in Cina, nello zoo di Wehai, un uomo è entrato nella vasca dei trichechi con l’unico scopo di riprendere gli animali e di scattarsi con loro un selfie. È morto affogato dal pinnipede.
Secondo la Born Free USA dal 1990 a oggi, negli zoo americani accreditati dalla Association of Zoos and Aquariums, incidenti del genere si sono ripetuti troppo spesso: in 42 episodi a morire sono stati gli animali, in 15 casi invece sono stati gli umani.
La domanda giusta, allora, non è se valga più la vita di un animale, magari in via d’estinzione, o di un umano.
La domanda è: com’è possibile che sia così facile entrare nelle gabbie e nei recinti di uno zoo? La missione di questi parchi dovrebbe essere quella di custodire specie in via d’estinzione nelle condizioni migliori e avviare programmi di riproduzione in cattività. E per “condizioni migliori” si intende non solo un habitat idoneo, che non sia una vasca in cemento o una gabbia di ferro, ma soprattutto si intende in sicurezza, loro e nostra.
Di certo il recinto di Harambe non era sicuro: i visitatori si affacciavano sul fossato da una balconata ricoperta di cespugli. Un barriera facilmente superabile da un bambino curioso, figuriamoci da un malintenzionato, un aspirante suicida, un maniaco dei selfie, ma anche più banalmente da patatine o popcorn non certo idonei alla dieta di un gorilla di pianura, o da qualsiasi altro tipo di oggetto e di persona. E così sarà stato, ed è ancora, per molti altri recinti in tutto il mondo. Una morte quindi che si poteva evitare, se solo si ripensasse al termine “sicurezza”.
Purtroppo, poi, mancano anche i fondi per spostare questi animali in altri spazi, più ampi e adatti a loro, senza gli occhi curiosi – e spesso idioti – di umani che li fissano, per farli vivere il resto della loro vita in condizioni degne. E no, purtroppo, la libertà, quella vera, non sarebbe il meglio per loro: animali nati in cattività, a volte vissuti per anni da soli (quando non per tutta la vita, come l’elefantessa Hanako) non sarebbero in grado né di istaurare rapporti sociali con i loro simili in natura né di procacciarsi il cibo necessario.
Ma almeno in attesa che la morale cambi e che ci sembrerà assurdo rinchiudere primati che condividono con noi il 97% del patrimonio genetico – come oggi ci sembra assurdo che fino al 1930 negli zoo ospitavamo anche Sioux, Inuit e individui di altri popoli – sarebbe quantomeno auspicabile che a rimetterci la vita per errori umani non fossero gli animali.



