Ieri sera i 140 giovani e meno giovani lavoratori dell’Auchan di Napoli, dopo aver messo a segno in mattinata lo sciopero a oltranza con relativa serrata del punto vendita, hanno occupato l’ipermercato di via Argine. Gli addetti hanno trascorso la nottata nel grande negozio ubicato all’interno del centro commerciale di proprietà della multinazionale francese. Si stanno dando il cambio a gruppi. Nel pomeriggio avevano già occupato la direzione, dove sono stati raggiunti dall’assessore regionale al Lavoro che non c’è o che prende il volo, Sonia Palmeri. Intanto c’è attesa in un clima di tensione che si taglia a fette. Stamattina, alle 10, l’azienda incontrerà i sindacati nel centro commerciale. E’ dunque aperta la lotta per salvare i posti di lavoro. In base a indiscrezioni autorevoli l’ipermercato è stato ceduto a sorpresa già a febbraio alla Sole 365, un gruppo di Castellammare di Stabia appena emergente. Ma la cessione si è consumata senza che i lavoratori e i sindacati ne sapessero niente durante tutto questo frattempo. In ogni caso l’Auchan ha già prennaunciato alle organizzazioni di categoria che potrà cedere alla società subentrante solo una parte dei 140 dipendenti, cosa che evidentemente è compresa nell’accordo con la Sole 365. Licenziamenti in vista, quindi. Amarus in fundo i sindacati temono che l’impresa subentrante non intenda applicare le tutele contrattuali, il trattamento salariale e riconoscere quei diritti che finora aveva garantito la multinazionale francese. Multinazionale che ha fatto pure capire che lascerà la Campania al più presto. Saranno dunque ceduti pure gli ipermercati di Nola, Pompei, Giugliano e Mugnano. Circa 800 gli addetti complessivamente interessati all’operazione. Non si sa quanti di loro saranno licenziati. Comunque nel frattempo Auchan ha mollato l’anello più debole della già debole catena campana. L’ipermercato di via Argine è infatti dislocato nella zona italiana probabilmente più colpita dalla crisi epocale che si trascina dal 2008, nel triangolo dei poverissimi quartieri a oriente di Napoli: Barra, San Giovanni a Teduccio, Ponticelli. 150mila persone ridotte all’abbandono da decenni e rimaste senza un’industria degna di questo nome. Un’area dormitorio in cui la disoccupazione regna sovrana e in cui persino le pizzerie effettuano orari da coprifuoco a causa della povertà imperante. Ma sul mancato decollo del centro commerciale Auchan di via Argine pesa pure la mancata riconversione dell’ormai ex area industriale a est di Napoli. Un ammasso di ferraglie inutili, di rifiuti tossici e raffinerie in fase di smantellamento che tagliano in due la città sfregiandola letteralmente. “Per non parlare – spiegano i sindacalisti della Uiltucs e della Filcams Cgil impegnati nella vertenza – della cattiva gestione aziendale del centro commerciale e soprattutto dell’ipermercato, delle mancate strategie di vendita, della concorrenza sleale dei piccoli market dell’illegalità: tutto questo e altro ancora stanno uccidendo la grande distribuzione dei contratti più o meno decenti e delle tutele dei diritti che grazie al sindacato e alla tenacia dei lavoratori è stato possibile far garantire finora”. L’altro ipermercato che Auchan ha ceduto è il “La Rena” di Catania, zona pure questa molto depressa. La multinazionale francese intende mollare 22 iper nel centrosud, dove la ripresa stenta e dove quindi si registrano i buchi di bilancio più vistosi. Nel frattempo ieri l’azienda d’Oltralpe ha diramato un comunicato stampa. ” I vertici di Auchan Retail Italia – vi si legge – hanno comunicato ai collaboratori e alle rappresentanze sindacali degli ipermercati di Napoli, in via Argine, e di Catania, in via La Rena, la decisione dell’azienda di interrompere l’attività commerciale nel corso del mese di aprile per la gravissima situazione economica di questi punti vendita, già nota da tempo. Nel caso dell’ipermercato di Napoli – specifica Auchan – l’azienda ha annunciato di aver definito un accordo preliminare per affittare il ramo d’azienda alimentare ad un noto imprenditore locale. Questa operazione potrà garantire continuità occupazionale per una parte dell’attuale organico che sarà rilevata dal nuovo operatore”. C’è un accenno alla questione occupazionale. “Con senso di responsabilità – scrive la multinazionale – l’azienda è impegnata a limitare gli impatti sociali cercando di individuare le migliori soluzioni per ogni collaboratore. Pertanto saranno attivate una serie di iniziative e si aprirà un tavolo di confronto con le organizzazioni sindacali per entrambi i punti vendita”. Secondo il gruppo francese non ci sono più margini per fare passi indietro: ” Dopo anni di continue perdite, nonostante gli sforzi dell’azienda per il rilancio commerciale dei due punti vendita, la situazione di questi due ipermercati non è più sostenibile”. A ogni modo dal canto suo Americo Ribeiro, direttore generale di Auchan Retail Italia, è ottimista. “La nostra forte convinzione – dichiara – è di voler consolidare la nostra presenza in Italia. Attualmente è in corso un processo di trasformazione fisica e digitale della nostra rete, con la convergenza sull’insegna unica e sviluppando la nostra strategia di marca“. Parole che dimostrano una volta di più che l’Italia è un Paese sempre più diviso in due, con un nord che cammina e un sud che sprofonda in un baratro più buio della notte. Del resto la multinazionale ha un presenza nello stivale di tutto rispetto: opera in 19 regioni con circa 19mila addetti ed ha una rete di 1500 punti vendita di cui oltre 350 diretti tra ipermercati a insegna Auchan, supermercati a insegna Simply, IperSimply, PuntoSimply, Auchan e MyAuchan, e oltre 60 drugstore Lillapois. Comunque due anni fa il gruppo francese ha già licenziato attraverso la mobilità volontaria circa 1500 dipendenti, anche in Campania. All’inizio Auchan aveva aperto la procedura di licenziamento ma poi è arrivata l’intesa per gli esodi in incentivati. La maggioranza degli espulsi dal ciclo produttivo è stata però nel centronord. Da queste parti il posto di lavoro, sia pure part time, sia pure a 800-900 euro al mese, è considerato cosa più unica che rara.



