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Gli anni del brigante Pilone: a Ottajano si sperimenta l’uso intenso della “lettera anonima” politica.

Negli anni del brigantaggio ( 1861-1870) i “corvi” inquinarono le acque della politica ottajanese, agitate dalla decisione dei Sangiuseppesi di riprendere la battaglia per l’autonomia.  Quando, nel marzo del ’63, Pilone fuggì nello Stato Pontificio e incominciò la caccia ai manutengoli, delazioni e “pizzini” anonimi, orientati ad arte dalle fazioni dei “galantuomini”ottajanesi, contribuirono a confondere carte e indagini, e a nascondere piani e progetti. Un delegato di P.S. non escludeva che don Giuseppe Bifulco avesse scritto biglietti “anonimi” contro sé stesso.

 

Da tempo stiamo provando la rappresentazione,

ma il guaio è che non siamo sempre gli stessi (E.Montale).

Anche prima del 1861 i “corvi” avevano macchiato la vita sociale e politica di Ottajano con qualche escremento: ma erano stati casi rari. La ricca storia ottajanese della “lettera anonima” si era sviluppata attraverso la vita privata di ostesse, giudici, signorotti, e preti: soprattutto preti: negli archivi diocesani non c’è “cartella” di sacerdote ottajanese che non contenga notizie  “anonime”, infarcite delle volgarità che si possono facilmente immaginare. Nel 1849 un “savio cittadino” comunica alla Curia che un sacerdote ottajanese frequenta “magare e fattucchiare”, e l’anno dopo un parroco viene accusato di praticare l’”empia usura”: l’anonimo autore  forse è stato vittima della sua attività. Nel 1853 a Ottajano risiedevano 72 tra parroci, sacerdoti e monaci e 52 tra notai e avvocati, ed erano circa 300 le persone che possedevano i requisiti per essere eletti “decurioni, e cioè una buona dote patrimoniale, e il saper leggere e scrivere e far di conto. Il numero elevato delle persone che usavano con destrezza la penna , l’ampiezza del ceto borghese e la complessità degli affari che sollecitavano l’interesse delle numerose famiglie di “galantuomini” spiegano la diffusione della pratica della lettera “anonima”:  ma credo che non sia da sottovalutare, nell’analisi del fenomeno, il peso di una “virtù” che gli Ottajanesi hanno imparato dai Medici: la dissimulazione..

Negli anni del brigante Pilone ( 1861-1870) i “galantuomini” ottajanesi, divisi da sempre in molte fazioni e agitati più del solito, in quel momento, a causa della decisione dei Sangiuseppesi di riprendere la lotta per l’autonomia, combatterono una durissima guerra a colpi di biglietti “anonimi”, accusandosi l’un l’altro di essere “manutengoli”, protettori e spie del brigante. Cento anni dopo sarebbe stato ripetuto l’esperimento: gli “scrittori” si sarebbero limitati a sostituire la parola “brigante” con la parola “camorrista”. E’ probabile che a partire dal 1862 le forze dell’ordine nelle loro informative  su Pilone e sui suoi manutengoli abbiano di proposito esagerato nell’indicare il numero degli informatori e dei biglietti “anonimi”: ma i dati oggettivi forniti dagli archivi consentono di parlare di un fenomeno vasto e complesso.  Negli ultimi giorni di febbraio del 1863 i Reali Carabinieri e la colonna mobile dei legionari ungheresi e degli ex garibaldini guidata dal maggiore Blancardi  posero fine alla storia della “comitiva” di Pilone, sorprendendo i briganti nascosti nella “casina” della Masseria Garofalo. Pilone riuscì a fuggire: tra il 6 e il 7 marzo salì, sulla spiaggia di Resina, su un barcone per il trasporto delle botti e raggiunse lo Stato Pontificio. Immediatamente i “corvi” ottajanesi si alzarono in volo e presero di mira i Bifulco di Terzigno, da sempre schierati contro i “partiti” che combattevano per l’autonomia delle frazioni.

Biglietti “anonimi”  e delazioni registrate dalle forze dell’ordine in modo molto generico colpirono Ferdinando Armenio, che intratteneva relazioni commerciali con don Giuseppe Bifulco, e che venne accusato di fornire armi alla banda di Pilone. I “corvi” si avventarono contro la rete delle spie messa su dal brigante:  vennero fatti i nomi di Maria Rosa Pesacane, di Boscotrecase, e della figlia, Carolina, detta “la Rossa”, accusata da un anonimo informatore e da alcuni “pizzini” non firmati di cucire, per i briganti, camicie bianche e rosse con la stoffa “ a fiori” che ella andava a comprare a Napoli. In uno dei “pizzini” si diceva che la “Rossa”, quando “scendeva “ in città, faceva capo alla farmacia, “sita sulla strada ferrata”, dello speziale ottajanese Pasquale Cola. Una lunga lettera anonima, scritta in buon italiano, accusò Carmine Pagano, che curava le masserie dei Menichini costruttori di botti, di essere una delle spie di Pilone. Interrogato dal giudice, egli si difese dichiarando a verbale che lo calunniava il cognato di Nicodemo Bifulco, capitano della Guardia Nazionale di Terzigno, poiché “voleva avere donate mele per cantaia due e mezzo” – più di due quintali – “mentre io nessuna obbligazione avevo”.

Ma anche Nicodemo Bifulco e il cognato, il dottor Prisco Contaldi, entrambi consiglieri comunali, vennero arrestati con l’accusa di essere “manutengoli” di Pilone.  Li accusavano almeno due pentiti. Dopo l’arresto, arrivarono le “anonime” che confermavano l’accusa: ma arrivarono anche le testimonianze favorevoli del farmacista di Terzigno, Gennaro Salvati, del sindaco di Ottajano Raffaele Mazza, e del Regio Giudice Costantino, il quale espresse ufficialmente la sua “piena convinzione sui sentimenti liberali del capitano “.

Secondo il Petrillo, delegato di P.S., la macchinazione contro Nicodemo era stata ordita dal cugino, don Giuseppe Bifulco, sacerdote, proprietario, potente capofazione del Consiglio Comunale di Ottajano, uno “spietato delinquente, pericolosissimo sia alla pubblica che alla privata quiete”, “manutengolo di Pilone”. Il quale don Giuseppe, approfittando della “bonomia e della melensaggine” del cugino, aveva insidiato la sua giovane moglie: ma il “melenso” Nicodemo  se n’era accorto e lo aveva messo alla porta: e don Giuseppe si era vendicato congegnando la macchinazione delle accuse contro il cugino. Nel ’62 alcuni pizzini “anonimi” avevano raccontato alle forze dell’ordine che don Giuseppe Bifulco era stato aggredito da due amici di Pilone, incaricati di punirlo per i suoi “ passi ostili” contro i briganti.  Ora supponeva il Petrillo  che quei “pizzini” li avesse inviati proprio don Giuseppe, per “pagliare” – per coprire- “la sua connivenza” con la “comitiva” di Pilone.

Giova ricordare che don Giuseppe, descritto dal Petrillo come un personaggio luciferino, fu poi, a lungo, sindaco di Ottajano: e certamente è stato uno dei sindaci più importanti  nella storia della città.

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