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Gli alvei di Ottajano e la prima battaglia tra i tecnici: era il 1827……

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Gli alvei vesuviani e i progetti di sistemazione e di copertura sono stati fino alla metà del ‘900 un capitolo importante anche della storia di Ottaviano e  hanno esercitato una intensa influenza sui costumi della politica.  Basta notare la durezza con cui un sindaco ottajanese  accusa apertamente un importante architetto, protetto dai Borbone, di aver tutelato non l’interesse pubblico, ma solo i “comodi” di un architetto di Ottajano, suo amico.

 

Intorno agli alvei e alle strade si combattono, già nell’Ottocento,  rusticani duelli tra i  tecnici dell’amministrazione centrale e i tecnici locali, orgogliosi delle loro competenze, affinate sul campo dall’osservazione diretta di fenomeni e di situazioni particolari e imprevedibili. Era la specificità del  mondo vesuviano. Il primo atto della polemica si svolse a Ottajano nel novembre del 1827.  Il Sindaco, Basilio Di Prisco, accusò due ingegneri della Direzione di Ponti e Strade,  Policano Ponticelli e Giuliano de Fazio, e l’ ispettore Bartolomeo Grasso  di aver sprecato tempo e danaro nei lavori eseguiti lungo  i “valloni” Rosario, San Leonardo e Lavinaio, per imbrigliare i ” torrenti  conseguenti dell’ultima eruzione vesuviana “. Ma avendo i tre dimenticato di costruire  ” le catene da passo in passo formate in gradoni”, la cui utilità già era stata sperimentata proprio dal De Fazio nei due alvei di Pollena, le piogge continue avevano provocato l’alluvione del  23 novembre: dalle acque del vallone Rosario era stata seppellita la casa del ” negoziante Aniello Manichino con la perdita di più migliaia di ducati del suo negoziato”,  mentre il San Leonardo ” sboccando nei suoi lati allagò il casamento del sacerdote don Paolo Ammendola, sotterrando vinajo e cantina; l’istesso avvenne al negoziante Vincenzo Cutolo e tentò di fare il medesimo nei quartieri Crocevia, Rossilli e Catapani.” Nel dicembre del ’28 il Direttore di Ponti e Strade chiese notizie più precise, e il Di Prisco gliele diede, con inusitata asprezza.  ” Il citato Ispettore – dichiarò il Sindaco a verbale -, facendo non da ingegnere revisore, come era necessario, ma da progettista, par che si avesse dovuto occupare prima in osservare la causa motrice, che produce l’alluvione, in secondo luogo come la corrente delle acque porta seco pietre, sassi e terra, in terzo luogo in che modo dovevano formarsi i lagni. Se di tanto si fosse occupato, avrebbe al certo rinvenuto che tra le varie cagioni produttrici dell’alluvione la principale è quella della levigatezza  della superficie della terra,  là sulla Montagna, prodotta dalla grande quantità di fango che colà cadde con la pioggia durante l’eruzione medesima. Sicché a togliere una tal cagione potea progettare di zappare l’apice della montagna detto Spennato, fare scavare le ceppe dei boschi nel suo pendio, e fare alveare i vigneti “ posti sui “tuori” più alti. In realtà, dei muri erano stati costruiti, ammise il sindaco: ma nelle vallonate Travi, Scannagatta e Oliveto, e ” sulle sponde del Passo e Rizzi “, ” luoghi tutti fuori  Abitato e senza il pericolo di inondazione “. Inoltre, le acque ” di più vallonate ” erano state convogliate, senza alcuna ragione, nei letti di San Leonardo e Lavinaio, che però nessuno aveva preparato a ricevere un flusso maggiore. Ma la stoccata finale fu veramente micidiale. Non potendosi mettere in dubbio la ” dottrina e argutezza ” del Grasso, il Sindaco si vide costretto a pensare che l’ispettore avesse ” oprato  per deferenza e riguardi ” verso qualcuno, avesse cioè preso provvedimenti utili non per la comunità, ma solo per un paio di amici. A meno che non avesse ” altre mire, e cioè di disgustare la popolazione “. Dunque, era necessaria una ispezione sull’ ispettore: il Sindaco la pretese: e chiese al Ministro dell’Interno di non affidarla alla Direzione di Ponti e Strade, ” giacché Grasso ha una grande influenza sopra i soggetti che la compongono “.  L’ingegnere napoletano fu difeso da uno dei decurioni( i consiglieri comunali), e cioè dall’architetto  Pasquale De Rosa che era uno dei signori dei lavori pubblici. Ma un altro decurione, Michele D’Ambrosio, dichiarò a verbale che quella difesa non lo sorprendeva: Grasso e De Rosa erano ” sempre d’accordo nei progetti e perizie di lavori pubblici ”  e  i muri nel vallone dei Travi erano stati fatti dal tecnico napoletano ” per rispetto e riguardo ” per il collega ottajanese, che in quel vallone possedeva “un esteso  vigneto”.E’ una polemica assai interessante: per la durezza dei toni, a cui la burocrazia borbonica non era avvezza, per l’importanza dell’argomento, quello dei valloni vesuviani, che tocca la politica, l’etica, le tecniche e la storia del costume; e, infine, per l’importanza di Bartolomeo Grasso, di cui il sindaco aveva l’esatta misura. Nel 1833 l’ingegnere – architetto completò, a Posillipo, la costruzione della villa di Marcantonio Doria, principe di Angri e duca di Eboli, e dieci anni prima aveva diretto, alla Riviera di Chiaia,  i lavori  dei palazzi di Francesco Pignatelli di Strongoli.

 

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