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Ecco chi ha votato per Trump: sono i “dimenticati” d’ America, custodi dei “confini” di ogni tipo

Grant Wood, Maestro del movimento pittorico “regionalista”,  in questo straordinario quadro del 1930 raffigurò i “dimenticati” americani, che martedì hanno decretato la vittoria di Trump contro la Clinton, considerata la candidata delle caste e degli strateghi della globalizzazione.

 

Sto cercando di capire il senso e le ragioni della vittoria di Trump: senza agitazione e senza esclamazioni di stupore. Gli Americani – quelli degli Stati Uniti- non riescono a sorprendermi: la loro storia, i loro film e i loro grandi scrittori mi hanno insegnato che essi sono capaci di tutto. Non dimentichiamo che prima di Trump hanno eletto presidente Bush figlio. Non tifavo per nessuno dei due contendenti: la Clinton ha “nu pizz’ a riso” che non mi piace, un sorrisetto che pare “azzeccato” sulle labbra con la colla, e negli ultimi anni la politica estera americana, di cui la signora è stata grande artefice, ha contribuito a scatenare i sanguinosi “casini” in Mesopotamia e in Libia, la tragedia dei migranti, l’aumento vertiginoso del prezzo della benzina: a un certo punto pareva che gli Stati Uniti si divertissero a mandare a catafascio il sistema economico e sociale dell’ Europa unita: il sospetto è legittimo, a loro l’ Europa unita non è mai piaciuta.

Ma bisogna riconoscere agli Americani un merito: alla fine svelano sempre le loro reali intenzioni, le machiavellerie non le sanno recitare fino in fondo: anche la vittoria di Trump è una salutare lezione di realismo, uno svelamento di verità: uno svelamento un po’ pacchiano,  ma ogni botte dà il vino che ha. Nel 2001 il prof. Gianfranco Lizza, titolare della cattedra di Geografia politica ed economica presso la romana università “La Sapienza” scrisse che la globalizzazione cancella i confini di ogni tipo: politici, economici, psicologici, forse anche quelli religiosi; riduce gli spazi della democrazia; fa crescere, all’interno del sistema sociale, le distanze tra ricchi e poveri, demolisce ogni forma di identità, da quella civica a quella alimentare, rende sistematici il lavoro precario, lo squilibrio tra i ceti, il conflitto Nord –Sud, lo scontro tra città e campagna. L’esperienza quotidiana dimostra a ciascuno di noi che il prof. Lizza aveva ragione, e avevano ragione i proff. Luciano Gallino e Paolo Sellari, quando toglievano la maschera al volto brutto della globalizzazione.

Gli strateghi della globalizzazione, avendo previsto anche che ci sarebbero state le rivolte dei nazionalismi, le condannarono, a priori, come manifestazioni di populismo e così intellettuali e politici americani si sono trovati subito in mezzo al fuoco incrociato di”globalisti” e di “regionalisti”: da una parte gli eredi di Nicholas Spykman, che nella sua “Geografia della Pace”, pubblicato postumo nel 1944, assegnava agli Stati Uniti il compito di garantire la pace mondiale e di intervenire, in ogni modo, dovunque la pace venisse minacciata; dall’altra i seguaci di Saul Cohen, di Zbigniew Brzezinski e di Henry Kissinger che riconoscono la necessità di trattare con la Cina, con la Russia, con l’India, con la Germania, e, oggi, con la Turchia stessa, il cui ruolo è strategico nella guerra contro il Califfato che si sta combattendo in Mesopotamia. Nella patria e nel tempo di Internet, di Google e di Facebook può anche capitare che venga eletto presidente un signore che promette di costruire un muro tra il Messico e gli Stati Uniti, ma sarebbe utile spiegare al sig. Salvini che i muri e i “regionalismi” non sono tutti uguali.

Negli Stati Uniti il “regionalismo” interno, innescato da quello geopolitico, ha una storia antica e particolare e rinvigorisce le tendenze ad un isolazionismo che fa parte del costume sociale americano: però anche negli Stati Uniti il “regionalismo” interno  spinge i gruppi sociali schiantati dalla crisi economica a ribellarsi contro quelle consorterie di potenti che noi chiamiamo caste e gli americani “establishment”. Ovviamente, viene da ridere se si pensa che gli elettori americani hanno affidato la guerra contro i poteri forti a un miliardario che ha ammesso di aver sperimentato tutti i trucchi per non pagare le tasse, e che, come ha detto uno dei più importanti imprenditori italiani, considera parte del patrimonio anche i debiti. Ma anche se la Clinton lo avesse attaccato su questa patente contraddizione, Trump non avrebbero perso un solo voto del suo vero partito, “i dimenticati” d’ America, a cui non a caso ha rivolto le sue prime parole da presidente. Questi “dimenticati” hanno il volto dei due agricoltori, padre e figlia, che nel 1930 Grant Wood, Maestro del “regionalismo” pittorico, raffigurò in “Gotico americano”, usando come modelli la sorella Nan  e il dentista di famiglia. Su quelle due facce senza sorriso c’è tutta la presunzione puritana del mondo contadino dello Iowa, uno Stato “dimenticato”: e il forcone, che nel quadro è simbolo del ruolo sociale dei due, noi, che conosciamo Bossi, la Lega e Salvini, siamo autorizzati a interpretarlo come l’arma di cui i “regionalismi” si servono per difendere i confini territoriali, i confini morali, i confini psicologici: anche i due personaggi di Wood non farebbero fatica a credere che l’ira di Dio suscitata dai nostri peccati e dai matrimoni tra omosessuali possa manifestarsi attraverso uragani e terremoti.

Non so cosa farà Trump: ma vedo che le Borse, dopo lo smarrimento di ieri, oggi corrono al galoppo come un mustang Sioux. I poteri forti e i signori delle banche mostrano di non avere paura. Notava Francesco Merlo (la Repubblica, 10 novembre) che Trump, che ha vinto soprattutto perché si è presentato come “politicamente scorretto”, “già ieri ha cambiato linguaggio. E’ il destino della politica del “vaffa”: la vittoria frega sempre chi la ottiene”.

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