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Due scrittrici “vesuviane”, Rosamaria Mughetto e Imma Giugliano

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Rosamaria Mughetto ha pubblicato con “Il quaderno edizioni” il romanzo “La baia incantata”, secondo volume della trilogia ambientata sull’isola della Gaiola e aperta dal romanzo “Una vela azzurra”. Con la stessa casa editrice Imma Giugliano ha pubblicato una raccolta di “carmi”, “Le Vesuviane”, che è un seguito, nella ricerca e nella struttura, di “Voci Vesuviane”. Correda l’articolo l’immagine di un quadro di Pietro Fabris “Il golfo di Napoli con il Vesuvio”.

 

Franco Bruno Vitolo che ha firmato la prefazione ha sottolineato l’aspetto fondamentale dei carmi di Imma Giugliano: “ La poesia è nelle cose che (la poetessa) racconta e nell’alone di realismo magico con cui la Giugliano colora personaggi e situazioni di ogni genere, nella capacità di creare un’atmosfera da caminetto di una volta”. In quel mondo che non c’è più c’era una magica relazione tra le donne e gli oggetti: questi traevano vita dalle mani che li toccavano e diventavano “cose” nel senso profondo che Remo Bodei ha dato alla parola “cosa” , e le cose “parlavano” alle donne e le trasformavano in sacre interpreti della realtà, in sacerdotesse: e perciò ho “sentito” di dover chiamare “carmi” i componimenti della Giugliano: le “cannacche” della signora nel carme “Nennella”, “’o panaro”e “’e fascine” di Speranza, “’a spasella” di Maruccella, “’o maccaturo” di Antonio – il Sole e tutto il corredo di “cose” che la “pendolara” porta con sé quando parte per i lidi di Rovigliano e di Torre Annunziata consiglio al lettore di percepirli attraverso il confronto con le fotografie del tempo che fu, con gli sguardi luminosi di quelle donne – sguardiche hanno sconfitto il tempo – : e coglierà, il lettore attento, nella sua interezza la magia di questo prezioso volume.

Coglierà la musica profonda che la Giugliano ha saputo modulare: non ha avuto bisogno degli strumenti tradizionali della poesia, delle rime, della variazione dei toni e della retorica delle “figure”, perché la musica viene da ogni parola della lingua napoletana, e la traduzione in lingua italiana serve soprattutto a dimostrare che i “concerti” evocati dalle parole napoletane non sono traducibili. Nel carme “Speranza” i versi “fascine, sprocche, sorve pilose / efenucchielle sarvateche” diventano, nella sola traduzione consentita dalla lingua italiana, “fascine, rami secchi, sorbe pelose/ e finocchietti selvatici”: ma si sente chiaramente che non è la stessa cosa, e la Speranza che raccoglieva sul Vesuvio “rami secchi” e “sorbe pelose” non è la stessa Speranza che “p’’a muntagna cuglieva  sprocche e sorbe pilose”. E Carmela è, in lingua italiana, “tonda tonda”, ma la Carmela “vesuviana” è “tonna tonna”: quella dentale “d” e il suono “’ntruppecuso” di “nd” cancellano ogni nota di fascino nelle piene forme della Carmela italiana. In questo prezioso volume Imma Giugliano ha approfondito e ha impreziosito, nei contenuti e nel linguaggio, il discorso avviato con il volume “Voci Vesuviane”.

Il valore del romanzo di Rosamaria Mughetto sta anche nello sfondo mitico e archetipico su cui tutto si muove: Napoli, il suo mare, la Gaiola, il Vesuvio, la Villa Pausilypon, sono luoghi reali che diventano scenari del sogno. C’è in queste pagine una Napoli viva, intensa, oscura e luminosa al tempo stesso, antica come un canto perduto, moderna come un’urgenza che ci abita. Una città che è madre e abisso, grembo e minaccia, come le donne che popolano il romanzo”. Lo ha scritto Stefania Spisto nella prefazione al romanzo di Rosamaria Mughetto “La Baia incantata”: e se aggiungessi qualcosa, sarei presuntuoso.  Il termine “scenari” usato dalla Spisto mi ha spinto a ricordare quegli scrittori che hanno paragonato Napoli a un teatro: sosteneva Gennaro Parrino che la Natura stessa ha voluto che Napoli fosse il palcoscenico di una recita perenne, perché ha dato al golfo la forma di un teatro, il cui il Vesuvio fa da quinta di scena.

E Domenico Rea ci spiegò che in realtà ci sono due Napoli “teatrali”: una “recita a mettere”: è la Napoli del barocco che tracima, degli stereotipi impastati con la luce, con le lacrime, anche con i sospiri, che abbiano però un timbro tenorile; l’altra è la “Napoli che recita a levare”, che è un esercizio di stile non meno difficile e complesso, anche perché il lessico essenziale e la sintassi scarna non chiamano immediatamente l’applauso, ma poi lo sollecitano e vogliono che sia ancora più intenso. Una caratteristica preziosa del romanzo della Mughetto è la variazione dei punti di vista di una narrazione, che, pur nella sua coerenza stilistica, segue i moti psicologici e esistenziali dei personaggi e ne rende con sapienza la complessità. E perciò il romanzo si apre con periodi “poetici” che descrivono “la notte dei sospiri degli astri e dei sogni ad occhi aperti”, una notte in cui “ognuno, se solo avesse potuto, avrebbe desiderato perdersi tra le braccia di quelle ombre silenziose, per ritrovarsi a pochi passi da uno spirito etereo, celeste e profondo come il mare”.

E invece un dialogo concitato tra Marco e Rosa (pagg.44-45) viene descritto con periodi brevi, dal ritmo incalzante, un ritmo da copione da film, in una prosa che mi permetto di classificare come “semplice”, dopo aver ricordato che quel “semplice” non deve trarci in inganno, che lo stile “semplice” è, diceva William Faulkner, lo stile più complesso. Complimenti alle due scrittrici “vesuviane”.

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