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Cicerone racconta che Verre, quando governò e saccheggiò la Sicilia, era tenuto al guinzaglio dalla “fidanzata”

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Dalla fidanzata e da un servo. Nel 70 a.C. i Siciliani accusano di concussione, di furti e di corruzione Gaio Licinio Verre, che dal 73 al 71 ha governato la provincia come propretore e ha commesso una serie di reati che, a ben vedere, lo rendono un “mito” per certi politici di oggi. L’accusato si affida al più quotato avvocato del momento, Quinto Ortensio Ortalo, mentre i Siciliani si rivolgono a un giovane, Marco Tullio Cicerone. Ortensio, candidato al consolato per il 69, accetta di difendere Verre per difendere il “sistema” senatorio che poi deve votarlo. La “fidanzata” che teneva Verre “al guinzaglio” mi ricorda il volto di una donna imperiosa raffigurata da Dorota Piotrowiak, artista polacca: l’immagine del quadro correda l’articolo.

 

 

Nella prima delle orazioni contro Verre Cicerone demolisce l’avversario con l’ironia e con il sarcasmo. Verre ha scialacquato il danaro pubblico, ha spogliato l’Asia, la Panfilia e la Sicilia, da pretore urbano ha amministrato la giustizia come un brigante.  Ma Verre è un brigante stupido: ha rubato sotto gli occhi di tutti, perché era certo di comprarsi i giudici. Cicerone incomincia a costruire l’accusa intorno alle immagini dello spogliare e del denudare: Verre spoliavit nudavitque le statue, i monumenti, i templi, le donne: ma Cicerone mette a nudo non solo i suoi delitti, ma anche le trame che egli e i suoi hanno tessuto per evitare la condanna. Cicerone racconta quello che aveva appreso ex hominibus certis, da persone fidate: nel certis c’è una punta di sarcasmo. Verre credeva che fossero uomini suoi, e invece erano spie di Cicerone. In casa di un senatore e di un cavaliere c’erano decine di casse piene del danaro saccheggiato da Verre in Sicilia.

 

Poco prima che iniziasse il processo, Verre aveva convocato a casa sua una riunione di divisores, di galoppini, che avrebbero dovuto distribuire quel danaro per impedire l’elezione di Cicerone a edile. Uno dei galoppini si era immediatamente recato a casa di Cicerone per raccontargli ogni cosa, per dirgli che molti si erano defilati, o perché non avevano il coraggio di esporsi in un’operazione del genere, o perché erano certi che niente avrebbe potuto impedire l’elezione di Cicerone. L’oratore proclama che Verre è il male estremo: non è un ladro, ma un grassatore, non è un adultero, ma uno stupratore, non un sacrilego, ma un nemico armato e dichiarato del sacro e delle religioni, non un assassino, ma il carnefice più crudele di concittadini e di alleati. La sequenza incalzante delle antitesi costruisce l’immagine di un nero demone, che porta la maledizione sulla città: chi sa che faccia fece Verre quando si rovesciò su di lui questo clamoroso gioco di antitesi.

 

Ma Cicerone non si ferma: rivela che, mentre i magistrati prendono gli auspici dagli uccelli stando seduti, e poi si alzano, Verre, eletto pretore, li prende da una rondine, Chelidone, che è il nome della sua amante e che in greco significa “rondine”: e non dalla sedia si alza, dopo averli ricevuti, ma dal letto di quella. La casa di Chelidone diventa l’ufficio della pretura: lì si vendono le sentenze, che la donna detta all’orecchio del suo amante. L’indignazione suggerisce ai Romani amare battute di spirito: qualcuno dice che non bisogna meravigliarsi se ius tam nequam esse verrinum: se le sentenze di Verre sono così ingiuste, se il brodo di porco è così indigesto. Il gioco di parole è intraducibile: ius è la giustizia, ma anche il brodo, mentre verrinus significa di Verre, e di porco. E poiché il predecessore di Verre si chiama Sacerdote, i Romani maledicono il sacerdote che ha lasciato vivo un porco spregevole. Cicerone usa con destrezza i modi del sarcasmo paradossale.

 

Chi è eletto al governo di una provincia subito si dedica a programmare una saggia amministrazione. Verre, appena gli tocca in sorte la Sicilia, cerca di individuare, con i suoi amici, i mezzi che gli consentiranno di accumulare ingenti ricchezze in un solo anno, vuole arrivare nell’isola già pronto e organizzato ad everrendam provinciam, a ripulire la provincia (e il verbo è scelto con arte): e perciò a Roma mette a punto l’elenco non solo delle tecniche di furto, ma anche delle vittime predestinate. Nel saccheggio della Sicilia la sua coorte risulta invincibile padrona del campo: Verre annunzia che i censori li sceglierà tutti lui, uno per uno, città per città. Insomma dichiara aperto il mercato, e il suo palazzo a Siracusa diventa “un incendio di passioni e di ambizioni”. Tutta l’ambizione della provincia è compressa in una sola stanza. Il banditore della vendita all’asta delle cariche pubbliche è un liberto, Timarchide: con grande abilità Cicerone lo mette al centro della scena, lo descrive come colui che accende e spegne tutti i vizi del propretore, e lo riduce a uno strumento della propria ambizione.

 

“Lo schiavo fuggitivo Timarchide ha regnato per tre anni su tutte le città, egli è stato il padrone dei figli, delle donne, dei beni e del destino dei più antichi e fidati alleati di Roma. “. Se Verre, che si atteggia a sapientone, sapesse una sola parola di greco, quando ha rubato la statua di Saffo dal pritaneo di Siracusa non avrebbe lasciato sul posto il piedistallo, con un’iscrizione greca che indica chiaramente quale monumento è scomparso.  Verre non sa una parola di greco: eppure gli incompetenti d’arte li chiama con un termine greco, idiotas. Questo ladro ha stravolto le abitudini delle guide turistiche di Siracusa, i “mistagoghi”: prima mostravano ai turisti le opere che si trovavano dovunque, ora indicano gli spazi vuoti e spiegano quali opere sono state portate vie: descrivono in absentia . Da sempre sono certo che la storia si ripete…

 

 

 

 

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