“Donna con il parasole”: e Monet svela alcuni segreti dell’Impressionismo

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Il quadro – olio su tela, cm. 100 x 81 –,dipinto da Monet nel 1875, indica con chiarezza alcuni aspetti della tecnica e della impaginazione che sono fondamentali nell’Impressionismo, ma che spesso vengono trascurati dagli studiosi. Nel 1983 l’opera venne donata dai coniugi Mellon alla National Gallery of Art di Washington.

 

Prima di tutto, il tema e l’impaginazione. In un giorno d’estate del 1875 Monet, scrive il Tucker, “piazza il cavalletto sulla cresta di un piccolo promontorio presso Argenteuil e ritrae, con suo figlio Jean, sua moglie Camille che si ripara dal sole e dalla brezza con un parasole”. La moglie, “nel fermarsi a guardare verso il pittore, sembra impaziente di riprendere la discesa dall’altro lato della collina”. E questa impazienza diventa l’aspetto essenziale dell’impaginazione, nel segno di quella che il Wildenstein considerava la “verità prima dell’Impressionismo”: i pittori impressionisti rappresentano il movimento, o l’intenzione di muoversi, o una pausa di breve durata. “Non c’è immagine definitivamente statica, immobile, nella produzione di questi pittori: le figure, anche se sono sdraiate su una poltrona, tra un momento si sporgeranno in avanti, si alzeranno”. La luce del sole risplende alle spalle di Camille, imprime il suo intenso chiarore sulla parte alta dell’ombrellino e ne segna la parte interna, di un verde intenso, con tratti trasparenti, e poi “corre” lungo la linea del panneggio che scende dalle spalle della signora. Tutto è in movimento: le pieghe della veste, il velo che copre il volto, l’intreccio geniale dei fili d’erba gialli e verdi, che nell’ombra diventano di un colore fatto di ocra di terra e d’azzurro con venature di vermiglio. E il giallo mobile dell’erba “sale” lungo la parte anteriore della veste e va a “toccare” con un lieve riflesso il volto della signora. Anche il piccolo Jean, che guarda “ al di fuori del quadro”, e che sembra immobile, in realtà è in attesa di una voce che gli dirà di riprendere il cammino. Monet ripete agli altri Impressionisti una lezione fondamentale: quella della pennellata, che deve essere rapida, capace di alternare strisce vivaci e grumi intensi, condotta con pennelli di varia misura, e tutti di setole dure. Qualche critico ha espresso giudizi severi sulle macchie di bianco che si addensano in cielo: in realtà, se il cielo fosse una di quelle superfici monocromatiche, compatte e immobili che piacevano alla pittura accademica, il movimento si spegnerebbe in tutto il quadro. Come scrive Anthea Callen, Monet preferiva tele dalla trama granulosa, trattate con un solo strato di mestica diluita. “I colori trascinati e spesso friabili e crostosi dello strato pittorico aderivano bene alla trama di queste tele, che allo stesso tempo serviva a interrompere il movimento del pennello che l’attraversava. Ciò creava una vibrante e punteggiata rete di colore attraverso cui trasparivano il fondo e gli strati precedenti.”. Lo strato pittorico nei quadri degli Impressionisti non è mai liscio, è sempre rugoso. Inoltre, Monet fu uno dei primi a capire che gli effetti naturali della luce pallida e riflessa si potevano rendere solo se il colore veniva “asciugato”: perciò, lui e Bazille, e poi tutti gli altri, toglievano dai colori la maggior parte dell’olio lasciandoli per alcuni minuti sulla carta assorbente. Ma alla tecnica degli Impressionisti e alla rivoluzionaria composizione dei colori dedicherò altri articoli, perché la tecnica è fondamentale per capire il significato vero del soggetto di un quadro. E poi parlare di pittura è una piacevole “distrazione”. Piacevole e necessaria, di questi tempi…..