Don Michele Napolitano entra definitivamente nella storia di Ottaviano, perché ci sono solo due casi di una permanenza così lunga, ed entrambi i casi risalgono alla prima metà dell’’800. Ma di questa storia egli faceva già parte per l’intensità del suo servizio sacerdotale e per la cura dedicata al culto di San Michele.
I “parrocchiani” hanno festeggiato l’evento nel teatro parrocchiale: erano molti, tanti da riempire la sala, e sarebbero stati molti di più se don Michele non avesse chiesto agli organizzatori di non diffondere la notizia: non gli è mai piaciuto salire sul palcoscenico, a raccogliere applausi, pur sapendo che gli Ottavianesi gli avrebbero dedicato – e gli hanno dedicato- solo applausi sinceri.
Viva e sincera era la festosità dei presenti: alcuni di essi si rivedevano dopo molto tempo, e, nel salutarsi, intrecciavano i ricordi del tempo che fu. Perché la Chiesa, la piazza, il panorama sono uno scrigno di memorie preziose e ancora vive. Glielo dissi e glielo scrissi sei anni fa, a don Michele, che egli mi richiamava alla mente una “sentenza” di Tiberio Guastaferro, ottajanese del ‘600, grande predicatore dell’Ordine dei Gerolamini: diffidiamo dei parroci che godono nel predicare dal pulpito. Don Michele la sua missione l’ha svolta sempre in mezzo alla gente, grazie all’attenzione continua che prestava alla vita dei suoi parrocchiani, grazie alla capacità di indurli ad aprirsi, ad avere fiducia in lui, rassicurati dalla sua riservatezza e dalla sua “silenziosa” disponibilità ad aiutare chi aveva bisogno di essere aiutato, con le parole, e non solo con le parole.
E osservando l’intensità della festa e gli sguardi loquaci del festeggiato, mi sono ricordato di quello che ha detto Papa Francesco “disegnando” la figura del sacerdote: «Il volto più bello di un paese e di una città è quello dei discepoli del Signore – vescovi, sacerdoti, religiosi, fedeli laici – che vivono con semplicità, nel quotidiano, lo stile del Buon Samaritano e si fanno prossimi alla carne e alle piaghe dei fratelli, in cui riconoscono la carne e le piaghe di Gesù
. In quanto «apostolo della gioia», il prete dimostra fedeltà alla sua vocazione trasmettendo al Popolo di Dio, con il suo modo di vivere, la gioia che sente dentro di sé e che deriva dal suo rimanere radicato in Cristo. La gioia del prete «è un bene prezioso non solo per lui ma anche per tutto il Popolo fedele di Dio». La gioia, peraltro, «è il segno del cristiano: un cristiano senza gioia o non è cristiano o è ammalato». E «la gioia del cristiano non è l’emozione di un istante o un semplice ottimismo umano, ma la certezza di poter affrontare ogni situazione sotto lo sguardo amoroso di Dio, con il coraggio e la forza che provengono da Lui… Senza gioia, la fede diventa un esercizio rigoroso e opprimente, e rischia di ammalarsi di tristezza. Non c’è santità senza gioia».
Don Michele Napolitano non l’ho mai visto irritato, incavolato, e già la sua voce ti invita ad ascoltare, a riflettere, a capire. E, dal palco, l’ho ringraziato ancora una volta per la cura che egli ha dedicato al culto di San Michele, alla Processione dell’8 maggio – costruita secondo uno schema definitivo, che nessuno dovrebbe permettersi di modificare- e al prezioso patrimonio d’arte custodito nella Chiesa, uno dei più importanti del Vesuviano. La ringrazio, don Michele, dedicandole un elogio “coniato” da un sindaco di Ottaviano, un sindaco del passato remoto: Lei – diceva quel sindaco alle persone che suscitavano la sua ammirazione – lei è un uomo pieno di significato: e dunque ogni suo sguardo, ogni suo gesto, ogni sua parola, e perfino ogni suo silenzio, vogliono comunicarci qualcosa. Ringrazio Francesco Annunziata per tutto quello che fa per la parrocchia, e ringrazio Ciro Matera per le fotografie.




