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Abbiamo seguito in questi mesi le attività della Rete Civica per il Parco che si è impegnata nel cercare di capire cosa si stesse facendo relativamente al rischio idrogeologico che incombe sulle aree distrutte dagli incendi del luglio 2017. Questo è il nostro resoconto.

Si rimane perplessi, a dieci mesi dal disastro vesuviano, quello che ha mandato letteralmente in fumo tremila ettari di bosco nell’area protetta, di come l’ente parco e i tanti enti preposti, giochino a rimpiattino, rinviandosi le responsabilità per la gestione dell’emergenza e in particolar modo quella legata al dissesto idrogeologico. Nel frattempo, un’altra stagione calda incombe e ci si chiede in cosa sperare: nel caldo o nella pioggia? Poiché nell’uno, come nell’altro caso, ovvero contro gli incendi e contro il dissesto idrogeologico pare, che nulla sia stato fatto ancora.

Non avvezzi quindi a credere nei proclami e negli spot, abbiamo cercato di fare del nostro meglio per capirci qualcosa e sinceramente non è stato facile dirimere la matassa burocratica creata spezzettando le competenze in un nulla istituzionale e siamo arrivati alle seguenti deduzioni.

L’Autorità di bacino. Oltre a redigere e ad aggiornare le carte di rischio, esprime pareri vincolanti ed autorizzazioni su tutte le opere pubbliche e per determinanti interventi di edilizia privata veicolati dagli uffici tecnici dei comuni di riferimento da tutta l’Italia e dove agisce divisa in bacini di rilievo nazionale; bacini di rilievo interregionale; bacini di rilievo regionale. In Campania l’Autorità è suddivisa in Nord; Centro e Sud.

Il Consorzio di Bonifica delle paludi di Napoli e Volla. È quello che opererebbe su una buona parte vedi delle zone interessate dagli incendi vesuviani dello scorso anno e sulle possibili conseguenze idrogeologiche, ma sostanzialmente si occupano solo di opere di manutenzione ordinaria degli alvei di riferimento, con la pulizia superficiale dei canali, in quanto per quella straordinaria possono agire solo con lo stanziamento di fondi e progetti ad hoc. Quindi, nel migliore dei casi, la loro opera si limita alla decespugliazione dei Lagni e nient’altro, rifiuti e sabbia di deposito rimangono tutti là ad accumularsi ed attendere ciò che nessuno vorrebbe che accadesse ma che prima o poi accadrà.

La Direzione Generale del Dipartimento difesa del suolo. Questa non ha competenze in materia di interventi urgenti per il dissesto idrogeologico e la sua competenza invece è quella di valutare le progettazioni esecutive in tal senso e proposte dagli enti locali per inoltrare richieste di finanziamento al Ministero dell’Ambiente nell’ambito di un  programma di interventi mirati.

Il Dipartimento della Direzione Generale della Protezione Civile e Lavori pubblici di cui fa parte il Genio Civile. Questo il genio civile è un organo periferico regionale su base provinciale, che assicura, sotto il controllo dello stesso, tutte le funzioni riguardanti l’esecuzione delle opere pubbliche. Qui ci è stato ribadito di aver effettuato diversi sopraluoghi in area Parco su segnalazione dei comuni, nell’ambito delle attività del famoso tavolo istituzionale convocato dalla Città Metropolitana presso la Prefettura nel settembre 2017 (tavolo di cui si sono perse le tracce), sopraluoghi i cui verbali sono custoditi presso la Città Metropolitana e che contenevano anche delle indicazioni operative per i comuni. Va comunque sottolineato che l’approccio alla questione pare sbagliato, poiché i vari interventi dovrebbero essere preceduti da uno studio idro-orografico per individuare, a distanza di dieci mesi dagli incendi, i movimenti del suolo e quali vie abbiano scavato le acque meteoriche e aggiornare le mappe del rischio idrogeologico per progettare, a monte come a valle, interventi di regimentazione, canalizzazione e drenaggio per rallentare la forza delle acque e ridurre al minimo i danni che potrebbero scaturirne.

Tant’è, come abbiamo chiesto presso il Genio Civile, come mai questa ipotesi di lavoro non sia stata presa in considerazione al tavolo prefettizio. Abbiamo chiesto se fosse possibile convocare un tavolo tecnico o una conferenza di servizi per discutere della questione. È una cosa possibile, ma ovviamente la richiesta deve partire da uno degli enti coinvolti, cosa che ad oggi non è ancora avvenuta.

Gli enti locali. Emerge il dato di fatto che la progettazione deve essere fatta dagli enti locali, quindi spetterebbe a Regione, Citta Metropolitana, Ente Parco ed infine ai comuni di affrontare il problema del dissesto idrogeologico ma risulta evidente che questi enti non abbiano a loro disposizione personale tecnico per progettare ed attuare tali interventi e questo spiega, ma solo in parte, l’utilizzo delle partecipate ministeriali e regionali. Parziale perché, al netto del palese clientelismo di queste partecipate dal passato quanto meno oscuro, il Parco chiama la SOGESID per ragioni di urgenza più che di una competenza che in realtà non ha, infatti, essendo una partecipata del ministero dipende da questi così come il parco e, trovandosi quindi su uno stesso livello, l’Ente può chiamare direttamente la società in house senza gara d’appalto, che sarà invece necessaria solo per la messa in opera degli studi che sta portando avanti dalla data (30/10/2017) di stipula della convenzione. Tale necessaria rapidità viene vanificata nei tempi e nei modi dalla stessa convenzione, là dove la SOGESID studierà per 8 mesi e soli 3 sentieri e non ci vuole un esperto per capire che ormai dalla stipula dell’atto si è arrivati ormai all’estate e dopo di questa si arriverà ad un autunno altrettanto carico di pericoli ed incertezze e che tre sentieri non sono tutto il Parco.

La Regione Campania è il convitato di pietro di tutta questa storia dove, quando interviene, lo fa solo in ritardo e, al momento latita demandando tutto alla Protezione Civile.

La Città Metropolitana. Questa pure è rientrata nella logica dei protocolli e delle convenzioni con competenze sia sui sentieri che su alcuni tratti stradali ma come abbiamo dimostrato i risultati risultano molto scadenti leggi.

I 13 comuni del Parco Nazionale del Vesuvio. Questi, allo stato attuale, non pare abbiano fatto granché se non qualche misura palliativa nei momenti successivi all’incendio e alle prime avvisaglie autunnali e i primi smottamenti sensibilmente visibili perché forieri di detriti a valle come accaduto ad Ottaviano. Altri invece, come il comune di Torre del Greco, hanno intimato ai privati (in questo comune i terreni demaniali sono ridotti al lumicino) di far fronte alle emergenze di tasca propria. Ad ogni modo la maggior parte di questi attende passivamente e fatalisticamente lo scorrere degli eventi e che le eccellenze locali, reali e presunte che siano, allontanino i pericoli a monte del Vulcano.

L’Ente Parco Nazionale del Vesuvio. Abbiamo già altrove leggi segnalato quanto poco abbia fatto e quanto si sia attenuto più alle carte che ai fatti, più ai protocolli e alle convenzioni che ad una reale azione sul territorio; più alle manifestazioni sportive e ai concerti che al ripristino della sentieristica, più al Gran Cono che al resto dell’area protetta. In verità, nella piena continuità delle precedenti gestioni l’ente parco va avanti a suon di spot e di mezze verità e con lo sconcertante scaricabarile che ci spinge a chiederci a cosa serva realmente quest’ente se non nel produrre carte con le quali è risaputo, non si spengono incendi né tanto meno si arrestano le frane.