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Da Stendalì al quartiere Zabatta di Ottaviano: il pianto rituale nelle culture orali del sud Italia.

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La lamentazione funebre è una pratica antichissima che ritroviamo nei poemi omerici e  nella letteratura latina. Nelle culture orali del mediterraneo, fino agli sessanta del novecento, il canto alla presenza del feretro diventa un modo per affrontare il cordoglio inteso come dolore insanabile che getta l’individuo nel baratro di una consapevolezza: quello della miseria dell’esistenza. La lamentazione diventa un modo per contenere tale dolore e riattivare l’uomo alla vita. Il plactus è praticato, per buona parte del novecento, in diverse zone del sud Italia come attestano gli studi di De Martino e di altri etnografi. Nel 2012, durante una ricerca condotta sul territorio Ottavianese-Sangiuseppese-Terzignese, scopro che nella zona orientale del Vesuvio esistono persone detentrici di tale sapere. Scopro che Ottaviano è stato al centro di un dibattito etnografico importante che ha concentrato l’attenzione su alcuni personaggi ottavianesi, custodi di un sapere preziosissimo.

Nel 1865 il ventunenne Friedrich Nietzsche varca la soglia dell’Ateneo di Lipsia per continuare gli studi di filologia classica. La filosofia, per quanto sia una materia affascinante, è ancora una terra straniera nella mente del futuro filosofo.  Questi sono gli anni in cui il giovane Nietzsche si imbatte nell’opera più importante di Artur Schopenauer, Il mondo come volontà e rappresentazione.  Folgorato da questo scritto, decide di approfondire il pensiero del filosofo di Danzica che indica come strada privilegiata per superare lo stato di dolore una forma di arte: La musica. Tale questione diviene sempre di più oggetto di discussione tra Nietzsche e il suo amico Richard Wagner.

Il dolore di cui parla Shopenauer nelle culture orali spesso è sinonimo di cordoglio, cioè di una crisi che nasce in seguito ad un accadimento rovinoso come la morte e che è caratterizzata dalla consapevolezza  di miseria, nonché dall’impossibilità di potersi dare delle “motivazioni consolatorie” reali. Le culture arcaiche del mediterraneo hanno risposto, per lungo tempo, in maniera  “Shopenaueriana” al dolore della morte attraverso la musica del lamento funebre. Il canto del planctus è l’unico modo con cui l’uomo impara a difendere la propria precaria esistenza e a controllare il furore distruttivo del dolore, causato dal distacco della morte.  Tutti questi aspetti sono analizzati in un libro del 1958: Morte e pianto rituale nel mondo antico. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria di Ernesto de Martino. L’antropologo napoletano capisce, osservando i rituali funebri delle “prefiche” lucane, che il canto alla presenza del feretro diventa qualcosa che riabilita l’uomo alla vita salvandolo dagli istinti di annientamento del cordoglio e trasforma la percezione del defunto, che non viene avvertita più come una presenza ossessiva ma come un’entità protettrice.

Nel 1960 la fotografa e regista toscana Cecilia Mangini realizza una documentario sulla lamentazione funebre a Martano, un paese della Grecìa salentina, dove riprende la veglia di un gruppo di lamentatrici ad un giovane defunto. Il documentario, facilmente rintracciabile su youtube,  dura undici minuti e si intitola Stendalì che in griko significa Suonano Ancora. L’elemento centrale del cortometraggio è il canto che ha dinamiche sempre più incalzanti man mano che si avvicina il momento in cui la salma dovrà lasciare la casa. Nelle battute finali la lamentazione è così veemente che la bocca e le corde vocali non bastano più e a cantare è anche il corpo di queste donne che, agitano tra le mani un fazzoletto bianco e sollevandosi sui tacchi, cercano quasi di creare  una comunicazione con il feretro.

La Mangini affida l’elaborazione dei testi a Pier Paolo Pasolini. Nei titoli Pasolini scrive:

 Qualcuno è morto. Lo annuncia il suono delle campane: le vicine di casa vengono a consolare le madri, le spose o le sorelle e a piangere con loro. È la visita funebre.

   Poi saranno i soli uomini ad accompagnare il morto nel cimitero.

   Intanto le donne nella casa continuano il pianto.

   Il pianto, così regolato è rituale, è una sopravvivenza arcaica in una società che infatti è per molti versi arcaica: la società delle aree depresse di quasi tutta l’Italia meridionale.

   In una simile società oberata da condizioni economiche a volte disumane la morte sarebbe intollerabile, priva di senso se il suo dolore disgregatore non fosse contenuto dal rozzo istituto del pianto: per cui le informi manifestazioni della disperazione vengono, per così dire, stilizzate.

   Alcuni canti funebri –questi per esempio, dei comuni pugliesi di lingua greca- sono tra le più alte forme della poesia popolare.

Una sera dell’inverno 2012 faccio visita ad una signora di via Zabatta, Rosa Cutolo detta “a russett”. Accendo il registratore. L’anziana Ottavianese è un fiume in piena: comincia a raccontarmi delle sere di carnevale; mi racconta dei canti in dialetto che alcune signore intonavano, durante la settimana santa, appostandosi sull’uscio delle chiese di Ottaviano. Zia Rosa prende il tamburo appeso alla parete e comincia a suonare; il suo volto è solcato dalla commozione dei ricordi soprattutto quando dice: “……sonavm che tiest…nun tenevem manc e sord pe’ accattà no tammurr….”. Prima ancora che qualche pseudo etnomusicologo della metropoli si divertisse a fare l’intellettuale, la signora Rosa era stata gia’ visitata dai decani dell’etnografia Italiana. Continua a raccontarmi di un gruppo di ricerca che era stato a casa sua con un interesse particolare: “………maronn voleven che cantav e muort…..Maritem me ricett che nun era cos…..”. La signora Rosa conosce l’ istituto della lamentazione; lo ha praticato. Lo confessa nel nostro incontro. L’antropologia Italiana è passata da via Zabatta andandosene a mani vuote. Il lamento funebre di Rosa Cutolo non è mai stato registrato da nessuno. Le chiedo di intonarlo, anche per pochi minuti. Zia Rosa mi guarda negli occhi, chiude i suoi e canta sotto lo sguardo attento dei nipoti e dei figli.  In quel momento si chiude un cerchio; dopo anni di ricerca sul territorio, una ricerca difficile e silente, entro in possesso di un documento sonoro importantissimo forse il più importante.

Sono d’accordo con lo Storico Carmine Cimmino quando dice che la storia del nostro territorio ancora deve essere scritta. Un’affermazione che ha ancora più valore se si pensa che veramente non conosciamo nulla di quella cultura contadina che ha rappresentato per lungo tempo l’identità delle comunità che abitano la zona orientale del vesuvio.